Metodo di combattimento dei militari italiani (CQC) – LV

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Non esiste un singolo “metodo di combattimento dei militari italiani” riconosciuto come arte marziale a sé stante e codificato in un’unica disciplina con una storia, un fondatore e una filosofia specifica alla pari di arti come il Judo o il Karate. Le forze armate italiane, come molte altre a livello internazionale, adottano e sviluppano sistemi di combattimento ravvicinato (Close Quarters Combat – CQC) che integrano tecniche provenienti da diverse discipline marziali, sport da combattimento e addestramento specifico per le esigenze operative militari.

Questi sistemi sono dinamici, si evolvono continuamente per adattarsi alle nuove minacce e ai diversi contesti operativi, e mirano a fornire ai militari gli strumenti necessari per la difesa personale, il disarmo, il controllo e l’immobilizzazione in situazioni di estrema prossimità. Non sono finalizzati alla competizione sportiva o alla ricerca di un percorso spirituale, ma all’efficacia e alla sopravvivenza in scenari reali.

Di seguito, un’analisi dettagliata di ciò che si potrebbe intendere con “metodo di combattimento dei militari italiani”, adattando i punti richiesti alla realtà di un sistema di addestramento militare piuttosto che di una tradizionale arte marziale.

COSA E'

Il Metodo di Combattimento Militare, comunemente noto con l’acronimo MCM, rappresenta la dottrina ufficiale dell’Esercito Italiano per il combattimento corpo a corpo e la difesa personale in contesti operativi. Definirlo semplicemente come un “insieme di tecniche” sarebbe estremamente riduttivo e fuorviante. L’MCM è, nella sua essenza più profonda, un sistema di combattimento integrato, una piattaforma addestrativa e una filosofia operativa concepita per uno scopo preciso e ineludibile: aumentare le capacità di sopravvivenza e l’efficacia del soldato sul campo di battaglia moderno.

A differenza delle arti marziali tradizionali o degli sport da combattimento, l’MCM non persegue obiettivi di crescita personale, di competizione sportiva, di ricerca estetica del gesto o di sviluppo spirituale. Il suo unico, brutale e onesto fine è quello di fornire al combattente gli strumenti fisici e mentali per risolvere uno scontro fisico ravvicinato nel modo più rapido ed efficiente possibile, permettendogli di sopravvivere e di tornare a concentrarsi sulla propria missione tattica. È una risposta pragmatica a una delle domande più antiche della guerra: cosa succede quando la tecnologia fallisce, la distanza si annulla e lo scontro torna a essere primordiale, uomo contro uomo?

Per comprendere appieno la natura dell’MCM, è necessario analizzarlo attraverso le sue diverse dimensioni: come sistema di combattimento distinto dalle arti marziali, nella sua architettura concettuale, nei suoi pilastri fondamentali e nel contesto operativo che ne giustifica l’esistenza.

Un Sistema, non un’Arte Marziale: La Distinzione Fondamentale

La più importante distinzione da fare per capire l’MCM è quella tra “sistema” e “arte marziale”. Sebbene entrambi trattino il combattimento fisico, i loro presupposti, obiettivi e metodologie sono diametralmente opposti.

  • Finalità e Obiettivi: Un’arte marziale, come il Karate o il Judo nella loro accezione moderna, ha molteplici finalità. Può essere uno sport con regole precise, un percorso per il benessere psicofisico, un metodo per la difesa personale civile o un veicolo per la trasmissione di una cultura e di valori etici come il rispetto e l’autocontrollo. L’obiettivo dell’MCM è uno solo: la superiorità tattica in un contesto di combattimento. Questo si traduce nella necessità di neutralizzare una minaccia ostile, che può significare ferire, inabilitare o, nei casi estremi previsti dalle regole d’ingaggio, uccidere l’avversario. Non c’è spazio per il concetto di “punteggio” o di “vittoria ai punti”. L’unica vittoria è la sopravvivenza e il ripristino della sicurezza per sé e per la propria unità.

  • Metodologia di Apprendimento: Le arti marziali tradizionali richiedono anni, talvolta decenni, di pratica costante per essere padroneggiate. Si basano su un vasto repertorio di tecniche, spesso complesse e raffinate (che richiedono l’uso della motricità fine), e su forme codificate (kata, poomsae) che ne preservano la tradizione. L’MCM, al contrario, deve essere appreso in tempi relativamente brevi da soldati che hanno innumerevoli altre competenze da acquisire. Per questo, si basa su un numero limitato di tecniche, selezionate in base alla loro semplicità, efficacia e facilità di ritenzione sotto stress. L’addestramento è focalizzato sulla ripetizione ossessiva di pochi principi chiave e di “automatismi” (brevi sequenze di combattimento) basati sulla motricità grossolana, ovvero movimenti ampi e istintivi che non vengono inibiti dall’adrenalina e dalla paura.

  • Contesto di Applicazione: Un’arte marziale viene praticata in un ambiente controllato (il “dojo”), su una superficie piana, indossando un abbigliamento specifico (il “gi”) e, nel caso sportivo, seguendo un regolamento che vieta determinati colpi e comportamenti. L’MCM è progettato per il caos del campo di battaglia. Il soldato opera su terreni sconnessi, in spazi ristretti (trincee, interni di edifici), al buio, sotto la pioggia, indossando decine di chili di equipaggiamento (giubbotto antiproiettile, elmetto, zaino) che ne limitano i movimenti e la percezione sensoriale. Non ci sono regole, arbitri o fair play. L’avversario può essere armato, possono esserci più aggressori e lo scontro può avvenire al termine di un’azione estenuante. L’MCM tiene conto di tutte queste variabili.

  • Filosofia: La filosofia di molte arti marziali si fonda sul non-conflitto, sulla difesa come ultima risorsa e sul controllo di sé. La filosofia dell’MCM è intrinsecamente offensiva e proattiva. Anche quando si “difende”, la risposta è un contrattacco immediato e aggressivo. Il principio non è “parare per poi colpire”, ma “colpire mentre si para” o “colpire per primo”. Questo approccio, definito “aggressività controllata”, non è una rabbia cieca, ma una mentalità tattica: prendere l’iniziativa, sopraffare psicologicamente e fisicamente l’avversario e chiudere lo scontro prima che possa diventare una minaccia ingestibile.

L’Architettura Concettuale dell’MCM

L’MCM non è un blocco monolitico di conoscenze, ma un sistema dall’architettura flessibile e intelligente, basata su tre principi chiave: modularità, scalabilità e integrazione.

  • Modularità: Il sistema è suddiviso in moduli didattici interconnessi. Esiste un modulo base, fornito a tutte le reclute, che copre i fondamentali: la posizione di guardia (la “schermata di braccia”), le percussioni essenziali (pugni diretti, gomitate, ginocchiate), la difesa da strangolamenti e prese comuni, e le prime proiezioni. A questo si aggiungono moduli più avanzati e specifici:

    • Lotta a terra: Finalizzata non a una competizione sportiva, ma a sopravvivere e a tornare in piedi il prima possibile, o a controllare un avversario in attesa di rinforzi.
    • Difesa da armi bianche: Tecniche e tattiche per fronteggiare minacce armate di coltello o altri oggetti taglienti.
    • Difesa da armi contundenti: Gestione di attacchi portati con bastoni, mazze o oggetti simili.
    • Combattimento e ritenzione dell’arma da fuoco: Tecniche per usare il proprio fucile come arma da urto o da leva e, soprattutto, per impedirne la sottrazione da parte dell’avversario (weapon retention), un aspetto cruciale del combattimento ravvicinato.
    • Tecniche di ammanettamento e controllo: Procedure per immobilizzare e mettere in sicurezza un soggetto ostile, fondamentali in contesti di polizia militare o di peacekeeping.
  • Scalabilità: Il sistema è scalabile in base al ruolo e al reparto del soldato. Un militare impiegato in compiti amministrativi riceverà un addestramento MCM di base, sufficiente a garantirgli una capacità minima di autodifesa. Un fante della linea di combattimento riceverà un addestramento più approfondito e ricorrente. Un operatore delle Forze Speciali, la cui probabilità di ingaggio in combattimenti ravvicinati è altissima, dedicherà una parte enorme della sua formazione al perfezionamento dell’MCM, studiandone i moduli più avanzati e integrandoli con altre discipline tattiche (come il tiro istintivo a corta distanza). Questa scalabilità ottimizza i tempi e le risorse, fornendo a ciascuno ciò di cui ha bisogno.

  • Integrazione: Questo è forse l’aspetto più qualificante dell’MCM. Non è una disciplina a sé stante, ma è completamente integrata nel “continuum della forza” e nell’addestramento complessivo del soldato. L’istruttore di MCM insegna al militare come passare fluidamente da uno scontro a mani nude al recupero della propria arma da fuoco; come gestire un avversario mentre i compagni di squadra coprono il perimetro; come una tecnica di proiezione possa creare lo spazio e il tempo necessari per ricaricare. L’MCM è integrato con le procedure di primo soccorso tattico, con le tecniche di irruzione in edifici (CQC – Close Quarters Combat) e con le regole d’ingaggio (ROE – Rules of Engagement), che dettano quando e come un soldato può usare la forza.

  • Adattabilità: Infine, l’MCM è un sistema “vivo”, in costante evoluzione. A differenza di un’arte marziale tradizionale, le cui tecniche sono spesso immutabili da secoli, l’MCM viene aggiornato sulla base del feedback proveniente dai teatri operativi. Le esperienze dei soldati in missione, i rapporti post-azione (“after action reviews”) e l’analisi delle minacce emergenti vengono studiati dallo Stato Maggiore dell’Esercito e dalle commissioni di esperti. Se una tecnica si rivela poco efficace o se emerge una nuova tipologia di attacco, il programma di addestramento viene modificato. Questa capacità di adattamento garantisce che il sistema rimanga sempre pertinente e aderente alle realtà del combattimento moderno.

I Pilastri Fondamentali: I Principi Guida

Il “cosa” è l’MCM si definisce anche attraverso i suoi principi cardine, i pilastri che sorreggono l’intera struttura tecnica e mentale del sistema.

  1. Semplicità Assoluta: In una situazione di combattimento reale, il corpo umano subisce gli effetti devastanti dello stress acuto. Il rilascio massiccio di adrenalina e cortisolo provoca una serie di reazioni: tachicardia, visione a tunnel, esclusione uditiva, tremori e, soprattutto, la perdita quasi totale della motricità fine. Movimenti complessi che richiedono precisione millimetrica diventano impossibili da eseguire. Consapevole di ciò, l’MCM si basa esclusivamente su movimenti motori grossolani: spinte, trazioni, colpi portati con l’intera massa del corpo, movimenti ampi e istintivi. La tecnica non deve essere “bella” o “elegante”, deve semplicemente funzionare quando si è terrorizzati, esausti e feriti.

  2. Efficacia e Rapidità: Ogni secondo trascorso in un combattimento corpo a corpo è un secondo in cui si è vulnerabili alle armi da fuoco di altri nemici. L’obiettivo non è “combattere”, ma terminare il combattimento. L’efficacia si ricerca attraverso l’attacco a bersagli anatomici altamente debilitanti (occhi, gola, inguine, articolazioni) e l’uso di tecniche che non richiedono una forza erculea, ma sfruttano le leve del corpo e la biomeccanica. La rapidità è la conseguenza di questa ricerca di efficacia: lo scontro deve risolversi in una manciata di secondi.

  3. Aggressività Controllata: Come già accennato, questo pilastro è di natura psicologica. Al soldato viene insegnato a “accendere un interruttore mentale”. Di fronte a una minaccia fisica letale, non c’è spazio per l’esitazione. La risposta deve essere una esplosione di violenza mirata e travolgente, un’azione che satura le capacità di reazione dell’avversario e lo pone immediatamente sulla difensiva. Tuttavia, questa aggressività è “controllata”, ovvero è sempre finalizzata a un obiettivo tattico e deve cessare non appena la minaccia è neutralizzata. Non è una perdita di controllo, ma l’applicazione deliberata di una forza soverchiante.

  4. Preparazione Mentale (Mental Fortitude): L’MCM è tanto un addestramento mentale quanto fisico. Le sessioni includono “stress inoculation drills”, esercitazioni che simulano le condizioni del combattimento: gli allievi vengono sfiancati fisicamente prima di iniziare a combattere, vengono bendati, esposti a rumori assordanti e luci stroboscopiche, o costretti a reagire a scenari inaspettati. Questo condizionamento abitua la mente a funzionare in condizioni di caos e di sovraccarico sensoriale, costruendo la resilienza e la capacità di pensare tatticamente anche quando l’istinto primordiale suggerirebbe solo di fuggire o di bloccarsi.

Il Contesto Operativo: Il “Perché” dell’MCM

Infine, per definire cosa sia l’MCM, è essenziale capire perché esiste in un’era di droni, missili intelligenti e armi da fuoco sofisticate. La sua esistenza è giustificata da una serie di scenari specifici, ancora frequentissimi nella guerra moderna:

  • Combattimento in Ambienti Ristretti (CQC/CQB): Durante l’irruzione e la bonifica di edifici, in cunicoli, trincee o vicoli stretti, la distanza di ingaggio può ridursi a zero in un istante. Un nemico può apparire da dietro una porta, rendendo impossibile l’uso efficace di un fucile.
  • Guasto o Esaurimento Munizioni: In caso di malfunzionamento dell’arma o al termine delle munizioni, il soldato deve avere una risorsa estrema per sopravvivere.
  • Missioni di Controllo della Folla e Peacekeeping: In scenari di “peace-enforcement” o di interposizione, le regole d’ingaggio possono vietare l’uso della forza letale. Il soldato deve comunque essere in grado di controllare, immobilizzare e perquisire individui non cooperativi o aggressivi senza causare ferite gravi.
  • Protezione della Propria Arma: Un avversario che tenta di strappare il fucile a un soldato rappresenta una delle minacce più gravi. Le tecniche di “weapon retention” sono una componente vitale dell’MCM.
  • Combattimento Silenzioso: In operazioni speciali o di infiltrazione, può essere necessario neutralizzare una sentinella senza fare rumore.
  • Autodifesa in Contesti non Bellici: Un soldato fuori servizio o in un’area a basso rischio può trovarsi a dover fronteggiare un’aggressione comune. I principi dell’MCM, epurati della loro letalità estrema, forniscono una solida base di difesa personale.

In conclusione, il Metodo di Combattimento Militare è la risposta organica, pragmatica e in continua evoluzione dell’Esercito Italiano alla realtà immutabile del combattimento ravvicinato. È una dottrina che trasforma il corpo del soldato nell’arma di ultima istanza, un sistema che integra la preparazione fisica, la tecnica e la fortezza mentale. Non è un’arte, ma un mestiere. Il mestiere della sopravvivenza sul campo di battaglia. È la manifestazione fisica di una volontà tattica, uno strumento forgiato non per la gloria del dojo, ma per la dura e spietata necessità della guerra.

CARATTERISTICHE, FILOSOFIA E ASPETTI CHIAVE

Analizzare le caratteristiche, la filosofia e gli aspetti chiave del Metodo di Combattimento Militare (MCM) significa addentrarsi nell’anima stessa del sistema, nel suo “perché” e nel suo “come”. Se la definizione di MCM ne descrive l’identità, questa esplorazione ne rivela la logica interna, l’insieme di principi guida che trasformano un mero assemblaggio di tecniche di combattimento in una dottrina coerente ed efficace per il soldato moderno. Non si tratta di concetti astratti, ma di un framework pragmatico che informa ogni singolo movimento, ogni sessione di allenamento e ogni decisione presa sotto la pressione estrema dello scontro fisico.

La filosofia dell’MCM non è un’aggiunta opzionale, ma la fondazione su cui poggia l’intero edificio. Le caratteristiche sono le colonne portanti che definiscono la sua struttura. Gli aspetti chiave sono le applicazioni pratiche di questa architettura nel contesto operativo. Esplorare queste tre dimensioni interconnesse permette di comprendere appieno perché l’MCM sia concepito in un certo modo e perché rappresenti uno strumento di sopravvivenza tanto vitale per le Forze Armate Italiane.

PARTE 1: LA FILOSOFIA DELL’MCM – LA MENTALITÀ DEL SOPRAVVISSUTO TATTICO

La filosofia che anima l’MCM è forgiata nel crogiolo del pragmatismo militare. È una mentalità priva di romanticismo, focalizzata su un unico scopo: la sopravvivenza del singolo e dell’unità per il compimento della missione. Questa filosofia si articola in diversi principi fondamentali.

  • Il Pragmatismo Assoluto: L’Epurazione da Ogni Dogma A differenza delle arti marziali tradizionali, che spesso portano con sé un bagaglio di storia, tradizione e ritualità, l’MCM è filosoficamente agnostico e anti-dogmatico. Il principio guida è un darwinismo tecnico spietato: ciò che funziona sul campo sopravvive e viene integrato nel sistema; ciò che è complesso, inaffidabile o situazionale viene scartato senza esitazione. Non esiste una tecnica “sacra” o un movimento intoccabile perché tramandato da un antico maestro. La validità di ogni azione viene costantemente misurata sull’altare dell’efficacia operativa.

    Questa filosofia si traduce in un sistema “aperto” e in perenne evoluzione. Gli istruttori e i programmatori dell’MCM analizzano costantemente non solo le proprie esperienze, ma anche i sistemi di combattimento di altre nazioni, le tecniche emergenti nel mondo delle arti marziali miste (MMA) e le nuove minacce che si palesano nei teatri di guerra. Se una tecnica di grappling proveniente dal jiu-jitsu brasiliano si dimostra più efficace nel controllo a terra di una vecchia proiezione, quella tecnica viene studiata, adattata al contesto militare (quindi immaginandola eseguita con l’equipaggiamento) e, se supera i test, integrata. Questo pragmatismo assicura che il sistema non diventi mai un fossile, ma rimanga uno strumento affilato e moderno.

  • L’Imperativo della Missione: Il Combattimento come Atto Tattico Un civile che si difende da un’aggressione ha come unico obiettivo la propria sopravvivenza. Per un soldato, la situazione è infinitamente più complessa. Ogni azione, incluso il combattimento corpo a corpo, è subordinata all’imperativo della missione. Lo scontro fisico non è un evento isolato, ma un tassello nel mosaico tattico generale.

    Questa filosofia impone al soldato di porsi domande che un civile non si porrebbe mai: “Questo scontro mi sta distraendo da una minaccia più grande?”, “Neutralizzare questo avversario mi metterà in una posizione di svantaggio rispetto al resto della sua squadra?”, “Posso usare questo scontro per creare un’opportunità per i miei compagni?”. La lotta può diventare uno strumento per guadagnare tempo, per proteggere un compagno ferito, per raggiungere un obiettivo strategico (come un interruttore o un’arma), o per effettuare un arresto silenzioso. L’MCM, quindi, non insegna solo a combattere, ma a combattere in modo intelligente, valutando costantemente l’impatto delle proprie azioni sul quadro tattico più ampio.

  • L’Economia del Movimento e del Tempo: L’Efficienza come Valore Sul campo di battaglia, il tempo e l’energia sono le risorse più preziose. Ogni secondo perso in un combattimento corpo a corpo è un secondo di vulnerabilità estrema. Ogni caloria sprecata in un movimento inutile è energia che mancherà nei momenti successivi. La filosofia dell’MCM è quindi basata su una ferrea economia del movimento.

    Questo principio bandisce tutto ciò che è puramente estetico o coreografico. Ogni parata deve essere anche un colpo o una preparazione per un colpo. Ogni proiezione deve portare a una posizione di vantaggio immediato. Ogni spostamento deve essere finalizzato a migliorare la propria posizione o a creare un angolo di attacco. Questa ricerca di efficienza non è solo una questione pratica, ma quasi etica nel contesto militare: sprecare tempo ed energia è un lusso che può costare la vita, non solo a sé stessi ma all’intera unità.

  • La Mentalità “Offensiva”: Prendere e Mantenere l’Iniziativa Filosoficamente, l’MCM considera la difesa passiva come l’anticamera della sconfitta. Attendere l’attacco dell’avversario significa cedergli l’iniziativa, permettendogli di dettare i tempi e i modi dello scontro. Per questo, la mentalità che viene instillata è proattiva, aggressiva e finalizzata a dominare psicologicamente l’avversario fin dal primo istante. La risposta a un’aggressione non è mai una semplice parata, ma un contrattacco esplosivo e simultaneo che mira a interrompere l’azione dell’aggressore e a ribaltare immediatamente la situazione.

    Questa filosofia si basa sulla comprensione intuitiva del ciclo decisionale umano (noto in ambito strategico come OODA Loop: Osserva, Orientati, Decidi, Agisci). L’obiettivo dell’aggressività controllata dell’MCM è inserirsi nel ciclo decisionale dell’avversario, sommergendolo di stimoli violenti e inaspettati al punto da impedirgli di pensare e di organizzare una reazione coerente. È la differenza tra “subire” e “imporre”. Il soldato addestrato all’MCM non subisce l’aggressione, ma la usa come pretesto per scatenare la propria azione offensiva.

PARTE 2: LE CARATTERISTICHE DISTINTIVE – L’ANATOMIA DI UN SISTEMA MODERNO

Dalla filosofia pragmatica dell’MCM discendono direttamente le sue caratteristiche tecniche e strutturali. Queste caratteristiche sono la traduzione pratica dei principi filosofici in un programma di addestramento concreto.

  • Semplicità e Apprendimento Rapido: La Pedagogia della Necessità La caratteristica più evidente dell’MCM è la sua semplicità. Il repertorio tecnico è volutamente scarno e si concentra su poche, efficaci azioni. Questa scelta non è un limite, ma una virtù dettata dalla necessità. Il soldato non è un artista marziale a tempo pieno; il combattimento corpo a corpo è solo una delle tante competenze che deve padroneggiare. Il sistema deve quindi essere assimilabile in tempi relativamente brevi e, soprattutto, facile da mantenere nel tempo.

    La pedagogia dell’MCM riflette questa necessità. L’addestramento si basa sulla creazione di memoria muscolare attraverso la ripetizione massiva di “automatismi”. Le tecniche vengono prima apprese lentamente, per comprendere la biomeccanica, e poi accelerate ed eseguite in scenari via via più complessi e stressanti. Questo approccio garantisce che la reazione a una minaccia diventi quasi un riflesso condizionato, un’azione che non richiede un processo di pensiero cosciente, ma che scaturisce istintivamente dal corpo. Si tratta di una caratteristica fondamentale per garantire l’efficacia quando la mente è annebbiata dalla paura e dalla fatica.

  • Focalizzazione sulla Motricità Grossolana: Combattere con il Corpo sotto Stress Questa caratteristica è la diretta conseguenza scientifica della filosofia di semplicità. In una situazione di vita o di morte, il sistema nervoso autonomo prende il sopravvento e innesca la cosiddetta “risposta di lotta o fuga”. Un’ondata di adrenalina e altri ormoni provoca effetti drastici sul corpo: il cuore accelera, la respirazione si fa affannosa, e il sangue viene deviato dagli arti verso i grandi gruppi muscolari e gli organi vitali. Una conseguenza diretta è la drastica riduzione della destrezza manuale e della coordinazione fine.

    L’MCM è costruito interamente attorno a questa realtà fisiologica. Le tecniche si basano sulla motricità grossolana, ovvero movimenti ampi che coinvolgono i grandi gruppi muscolari di gambe, schiena e spalle. Esempi concreti sono:

    • Colpi: Invece di un pugno chiuso preciso, si privilegia il colpo con il palmo della mano (“palm heel”), che ha una superficie d’impatto più ampia ed è meno soggetto a infortuni. Le gomitate e le ginocchiate sono movimenti potenti e naturali.
    • Proiezioni: Si prediligono sbilanciamenti e atterramenti basati sulla spinta di tutto il corpo (simili a un placcaggio nel rugby) piuttosto che su complesse spazzate che richiedono tempismo e precisione perfetti.
    • Difesa: Le parate non sono piccoli blocchi precisi, ma ampi movimenti di braccia (la “schermata”) che creano una barriera protettiva di fronte al corpo.
  • Adattabilità all’Equipaggiamento: Il Realismo come Priorità Una delle caratteristiche più distintive e importanti dell’MCM è che viene praticato e concepito per essere usato indossando l’equipaggiamento da combattimento completo. Questo aspetto, spesso trascurato in molti sistemi di autodifesa, è invece centrale nell’MCM, perché l’equipaggiamento cambia radicalmente la biomeccanica, i limiti e persino le opportunità del combattimento.

    • Il Giubbotto Antiproiettile: Un plate carrier del peso di 10-15 kg limita la flessibilità del tronco, rende difficile la respirazione profonda e modifica il baricentro. Al contempo, offre una protezione che permette di “assorbire” l’impatto di alcuni colpi e può essere usato offensivamente per colpire e sbilanciare l’avversario. Le tecniche di strangolamento, ad esempio, devono essere adattate per aggirare i voluminosi collari dei giubbotti.
    • L’Elmetto: L’elmetto limita il campo visivo, soprattutto verso l’alto e il basso, e altera la percezione uditiva. Può essere usato come un’arma formidabile per dare testate, ma rende anche il collo un bersaglio per leve e torsioni.
    • Gli Anfibi e l’Abbigliamento: Gli anfibi pesanti e rigidi rendono impossibili i calci alti e agili, ma trasformano i calci bassi (a tibie, ginocchia, inguine) in colpi devastanti. L’uniforme da combattimento, spessa e resistente, può essere afferrata dall’avversario, ma offre anche appigli per le proprie tecniche di controllo.
    • L’Arma in Dotazione: Il fucile non è un impedimento, ma una parte integrante del sistema. Viene usato per parare, per colpire con il calcio o la canna e, soprattutto, deve essere protetto a tutti i costi.
  • Integrazione Totale: Il Continuum della Forza L’MCM non è un’isola nell’oceano dell’addestramento militare. La sua caratteristica più sofisticata è l’essere completamente integrato con tutte le altre discipline operative. Il soldato non “smette” di fare il soldato per combattere corpo a corpo. La transizione tra i diversi livelli di forza deve essere fluida e istintiva. Un esempio narrativo può chiarire il concetto: Una pattuglia ferma un individuo sospetto. La prima fase è la comunicazione verbale. Se l’individuo non obbedisce, si passa a una gestione fisica non lesiva (una spinta, un controllo del braccio). Se l’individuo estrae un coltello, il soldato reagisce istantaneamente con una tecnica MCM di blocco e contrattacco per neutralizzare la minaccia immediata. Appena creato uno spazio minimo, la priorità assoluta diventa estrarre la propria pistola d’ordinanza. L’MCM ha funzionato come “ponte”, ha permesso di sopravvivere a una minaccia letale per il tempo necessario a tornare a un livello di forza superiore. Questa capacità di passare senza soluzione di continuità da una modalità all’altra è il cuore dell’integrazione.

PARTE 3: GLI ASPETTI CHIAVE – I CONCETTI OPERATIVI

Gli aspetti chiave sono i concetti tattici che il soldato deve applicare durante lo scontro. Sono l’applicazione pratica della filosofia e delle caratteristiche del sistema.

  • La Gestione della Distanza: Controllare lo Spazio per Controllare lo Scontro Tutto il combattimento è una questione di gestione della distanza. L’MCM insegna a riconoscere e a dominare le diverse zone:

    • Distanza Lunga: La zona delle armi da fuoco. La priorità è rimanere qui il più a lungo possibile.
    • Distanza Media: La zona dei calci e dei pugni lunghi.
    • Distanza Corta (Clinch): La zona delle gomitate, delle ginocchiate, delle testate e del grappling in piedi. È la zona più caotica e pericolosa, dove l’MCM è più specifico.
    • Lotta a Terra: L’ultima risorsa. L’aspetto chiave non è solo saper combattere in ogni zona, ma saper transitare da una all’altra a proprio vantaggio. L’obiettivo tattico è spesso quello di usare le tecniche a corta distanza per creare lo spazio necessario a tornare alla distanza lunga e all’uso dell’arma da fuoco.
  • La Transizione: La Fluidità come Arma Questo aspetto chiave è il gemello della gestione della distanza. Il combattimento è dinamico, non statico. Il soldato deve essere maestro nelle transizioni:

    • Da in piedi a terra (e viceversa): Saper proiettare l’avversario, ma soprattutto sapersi rialzare in sicurezza (rialzata tecnica) se si finisce a terra.
    • Da disarmato ad armato: Saper estrarre la propria arma (pistola o coltello) in una frazione di secondo mentre si è ancora a contatto con l’avversario.
    • Da uno contro uno a uno contro molti: Neutralizzare un avversario e immediatamente “scansionare” l’ambiente alla ricerca di altre minacce, senza fissarsi sul primo nemico.
  • La Prevenzione e la Consapevolezza Situazionale (Situational Awareness) L’aspetto chiave più importante dell’MCM è quello che si applica prima ancora che lo scontro inizi. La filosofia militare enfatizza che il combattimento più facile da vincere è quello che si evita. Al soldato viene insegnato a leggere l’ambiente, a identificare potenziali minacce, a riconoscere i segnali pre-aggressione nel linguaggio del corpo di un sospetto, e a posizionarsi in modo vantaggioso (ad esempio, mantenendo sempre una via di fuga, evitando di farsi chiudere in un angolo). Questa consapevolezza situazionale è la prima e più efficace linea di difesa.

  • Il Principio del “+1”: Non sei Mai Solo con il Tuo Nemico Un aspetto chiave della mentalità MCM è il presupposto tattico che un nemico non è mai solo. Anche se se ne vede solo uno, bisogna sempre agire come se ce ne fosse un altro (+1) pronto a intervenire. Questo principio ha implicazioni enormi:

    • Evitare la lotta a terra prolungata: Fissarsi su un avversario a terra rende estremamente vulnerabili a un secondo aggressore che può colpire o sparare liberamente.
    • Scansione continua: Dopo aver neutralizzato una minaccia, il primo movimento non è ammirare il risultato, ma girare la testa a 360 gradi alla ricerca della minaccia successiva.
    • Movimento costante: Mai rimanere fermi. Muoversi dopo ogni azione rende più difficile per altri avversari acquisire un bersaglio.

In sintesi, la filosofia, le caratteristiche e gli aspetti chiave dell’MCM formano un ecosistema sinergico e coerente. La filosofia pragmatica e mission-oriented detta le caratteristiche di semplicità, realismo e integrazione del sistema. Queste caratteristiche, a loro volta, rendono possibili i concetti operativi come la gestione della distanza, le transizioni fluide e la consapevolezza costante. Il risultato è più di un semplice metodo di combattimento: è una dottrina di sopravvivenza completa, un modo di pensare e di agire che fornisce al soldato italiano le migliori possibilità di prevalere negli scenari più brutali e imprevedibili.

LA STORIA

La storia del Metodo di Combattimento Militare (MCM) non inizia con la pubblicazione del primo manuale ufficiale. Sebbene la sua formalizzazione sia un fenomeno relativamente recente, risalente agli ultimi decenni del XX secolo, le sue radici concettuali e spirituali affondano in un terreno molto più profondo, nutrito da secoli di esperienza bellica italiana e da una costante evoluzione della natura stessa del conflitto. Per comprendere appieno la genesi dell’MCM, non è sufficiente indicare una data di nascita; è necessario intraprendere un viaggio nel tempo, seguendo il filo rosso del combattimento corpo a corpo all’interno delle forze armate italiane, un percorso che parte dall’audacia degli Arditi della Grande Guerra, attraversa la stasi dottrinale della Guerra Fredda e trova il suo catalizzatore decisivo nelle complesse e ambigue missioni di pace internazionali.

Questa è la storia di come l’Esercito Italiano sia passato da metodi frammentari e spesso improvvisati a una dottrina di combattimento unificata, scientifica e pragmatica, rispondendo a una necessità dettata non dalla teoria, ma dal sangue e dall’esperienza maturata sul campo.

PARTE 1: LE RADICI LONTANE – L’EREDITÀ DEL COMBATTIMENTO CORPO A CORPO IN ITALIA

La penisola italiana vanta una delle più antiche e sofisticate tradizioni di combattimento d’Europa. Già nel primo Rinascimento, maestri d’arme come Fiore dei Liberi codificavano nei loro trattati, come il celebre “Flos Duellatorum” (Il Fior di Battaglia) del 1409, un sistema di combattimento completo che includeva non solo l’uso della spada, ma anche della lancia, dell’ascia, del pugnale e, soprattutto, la lotta a mani nude (“abrazare”). Questi antichi sistemi dimostrano una profonda comprensione della biomeccanica, delle leve articolari e dei punti vitali, un’eredità culturale che, sebbene non direttamente collegata alle tecniche dell’MCM, testimonia una predisposizione storica all’analisi scientifica del combattimento.

Con la nascita dello Stato unitario e del Regio Esercito Italiano nella seconda metà del XIX secolo, si pose il problema di standardizzare l’addestramento. In linea con gli altri eserciti europei, la formazione del soldato nel corpo a corpo si concentrò su due discipline principali: la scherma di baionetta, considerata la regina delle battaglie in trincea, e rudimenti di lotta derivati dalle tradizioni popolari. Era un approccio basilare, pensato per gli scontri di massa delle guerre convenzionali.

La vera rottura con il passato, il momento che segna la nascita di una nuova “mentalità” del combattimento ravvicinato, arriva con la Prima Guerra Mondiale e la creazione di un corpo d’élite destinato a cambiare per sempre l’immaginario del soldato italiano: gli Arditi. Questi reparti d’assalto, costituiti nel 1917, erano specializzati in tattiche di infiltrazione e attacchi a sorpresa nelle trincee nemiche. Il loro addestramento era brutale e realistico. La loro dottrina si basava sulla velocità, sulla violenza dell’azione e sull’uso di armi specifiche per il combattimento ravvicinato: bombe a mano, lanciafiamme e, soprattutto, il pugnale.

Gli Arditi furono i progenitori spirituali dell’MCM. Furono i primi a capire che nel caos di una trincea, la fredda determinazione e la padronanza di poche, letali tecniche a distanza zero erano più importanti di un addestramento formale alla baionetta. La loro filosofia era “aggressività controllata” allo stato puro. Non aspettavano il nemico, lo andavano a cercare nel suo punto più debole, imponendo il proprio ritmo e la propria volontà. Il loro simbolo, un teschio con un pugnale tra i denti, non era solo un’insegna, ma la dichiarazione di una vocazione al combattimento ravvicinato. Questa eredità, la mentalità dell’Ardito, rimarrà come un fiume carsico nella cultura militare italiana, pronta a riemergere quando le circostanze lo avrebbero richiesto.

PARTE 2: TRA LE DUE GUERRE E IL SECONDO CONFLITTO MONDIALE – UNA FRAMMENTAZIONE DI ESIGENZE

Nel periodo interbellico e durante la Seconda Guerra Mondiale, l’addestramento al combattimento corpo a corpo rimase una componente della formazione militare, ma senza una visione unitaria. Da un lato, la dottrina standard per la fanteria continuava a privilegiare la baionetta. Dall’altro, i reparti speciali che iniziarono a formarsi svilupparono metodi propri, spesso basati sull’iniziativa dei singoli comandanti.

Unità come i Paracadutisti della Divisione “Folgore” o gli operatori dei mezzi d’assalto della Xª Flottiglia MAS della Regia Marina, destinati a operare in profondità dietro le linee nemiche, necessitavano di competenze di combattimento silenzioso, sabotaggio e autodifesa ben superiori a quelle di un fante di linea. Il loro addestramento era spesso improvvisato, un miscuglio di tecniche di lotta, pugilato e uso del coltello, apprese per esperienza diretta.

Questa fase storica è caratterizzata da una profonda frammentazione. Non esisteva un “metodo” unico per tutto l’Esercito. L’eccellenza in questo campo era legata all’esperienza e alla volontà dei singoli reparti d’élite, mentre la grande massa delle truppe riceveva un’istruzione basilare e spesso anacronistica. Mancava una riflessione dottrinale a livello di Stato Maggiore che codificasse un sistema moderno, efficace e universale per tutti i soldati. Questa lacuna si sarebbe rivelata un problema decenni dopo.

PARTE 3: LA GUERRA FREDDA – LA LUNGA STASI DOTTRINALE

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della Guerra Fredda, lo scenario strategico cambiò radicalmente. L’Italia, come membro della NATO, orientò la sua intera dottrina militare a fronteggiare una potenziale, massiccia invasione da parte delle forze del Patto di Varsavia. Lo scenario di riferimento era quello di una guerra simmetrica e convenzionale, combattuta su larga scala da grandi unità corazzate e meccanizzate, con la costante e terribile ombra dell’olocausto nucleare.

In questo contesto, il combattimento corpo a corpo perse quasi completamente di rilevanza strategica. L’enfasi dell’addestramento si spostò sulla manovra di grandi unità, sull’artiglieria, sulle forze aeree e sui sistemi d’arma complessi. Il combattimento individuale fu visto come un’eventualità remota, quasi un retaggio romantico di guerre passate. L’addestramento fisico continuò, naturalmente, come parte della preparazione generale del soldato, ma il corpo a corpo fu relegato a un ruolo marginale.

Anche in questo periodo, le forze speciali, come gli Incursori del 9° Reggimento “Col Moschin” (formalizzato nel 1961 e erede spirituale degli Arditi), continuarono a coltivare competenze di alto livello nel settore, spesso attraverso scambi addestrativi con le unità omologhe di paesi alleati, come le Special Forces statunitensi o il SAS britannico. Tuttavia, queste competenze rimanevano un patrimonio esclusivo di una piccolissima élite. Per il resto dell’Esercito, il combattimento corpo a corpo entrò in una lunga fase di stasi dottrinale, una sorta di letargo dal quale si sarebbe svegliato solo a causa di un cambiamento epocale nello scenario geopolitico.

PARTE 4: LA SVOLTA – LE MISSIONI DI PACE E LA NASCITA DI UNA NUOVA ESIGENZA

La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la fine della Guerra Fredda segnarono uno spartiacque. La minaccia di una guerra convenzionale in Europa svanì, ma fu sostituita da una miriade di conflitti a bassa intensità, guerre civili, crisi etniche e terrorismo internazionale. L’Esercito Italiano, come molti altri eserciti occidentali, fu chiamato a operare in un tipo di missione completamente nuovo: il “peacekeeping” o “peace-enforcement”. Fu in questi scenari complessi, ambigui e brutali che la necessità di un moderno sistema di combattimento corpo a corpo emerse con una forza ineludibile.

Il primo, fondamentale banco di prova fu la Missione in Libano (1982-1984). I soldati italiani si trovarono a operare in un contesto urbano densamente popolato, con il compito di interporsi tra fazioni in lotta. Le Regole d’Ingaggio (ROE) erano estremamente restrittive e vietavano l’uso delle armi da fuoco se non per autodifesa in caso di palese e imminente pericolo di vita. I militari si trovarono a dover gestire quotidianamente posti di blocco, folle ostili, individui armati da disarmare e aggressioni improvvise. L’addestramento ricevuto si rivelò drammaticamente inadeguato. Un soldato armato di fucile, ma a cui è vietato sparare, come gestisce un uomo che gli si scaglia contro con un bastone o un coltello? Come controlla e ammanetta un sospetto che oppone resistenza violenta? Le lacune dottrinali emersero in tutta la loro gravità.

Questa esigenza fu tragicamente rafforzata dalla Missione in Somalia (1992-1994). In uno stato fallito, preda di signori della guerra e bande armate, i soldati italiani affrontarono la realtà del combattimento urbano asimmetrico. La tristemente famosa Battaglia del Pastificio (o Checkpoint PASTA) del 2 luglio 1993 a Mogadiscio, sebbene sia stata principalmente uno scontro a fuoco, dimostrò la rapidità con cui le distanze potevano annullarsi e l’importanza di essere preparati a ogni tipo di scontro.

Infine, le missioni nei Balcani (Bosnia, Kosovo) durante gli anni ’90 cementificarono questa consapevolezza. Operare in aree post-conflitto, piene di odio etnico e di armi, significava affrontare un livello di rischio costante, dove una lite a un posto di blocco poteva degenerare in una frazione di secondo. La figura del soldato non era più solo quella del combattente, ma anche quella del poliziotto, del mediatore, del garante della sicurezza. Per svolgere questi compiti era necessario uno strumento flessibile, che permettesse di applicare un “continuum della forza”: dalla semplice presenza fisica, al controllo non lesivo, fino alla risposta letale.

PARTE 5: LA NASCITA E LO SVILUPPO DELL’MCM – LA RISPOSTA A UNA NECESSITÀ

Di fronte a queste evidenze inequivocabili provenienti dai teatri operativi, lo Stato Maggiore dell’Esercito prese una decisione storica. Riconobbe ufficialmente la necessità di abbandonare i vecchi e frammentari metodi di addestramento e di sviluppare da zero un sistema di combattimento corpo a corpo unificato, moderno e scientifico. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, fu dato il mandato formale per la creazione di quello che sarebbe diventato l’MCM.

Il processo di sviluppo non fu affidato a un singolo individuo, ma a commissioni di esperti. Queste commissioni erano un “think tank” del combattimento, composte dai migliori e più esperti istruttori provenienti dai reparti che più avevano toccato con mano le nuove realtà operative: gli Incursori del “Col Moschin”, i Paracadutisti della “Folgore”, gli Alpini Paracadutisti. A questi uomini fu dato un compito preciso: analizzare, selezionare e sintetizzare.

Il lavoro fu meticoloso. Furono studiati i sistemi di combattimento in uso presso gli eserciti alleati (come il Krav Maga israeliano o i primi programmi Combatives dell’esercito statunitense). Furono analizzati gli “after action reviews”, i rapporti dettagliati redatti dopo ogni scontro a fuoco o incidente sul campo. Furono prese in esame tecniche provenienti da una vasta gamma di discipline: l’efficacia dei colpi della Muay Thai e del pugilato, le proiezioni e le leve del Judo e della lotta, la pragmatica brutalità di certi sistemi di difesa personale.

Ogni tecnica veniva vagliata attraverso tre filtri rigorosi:

  1. Semplicità: È facile da imparare e da ricordare sotto stress?
  2. Efficacia: Funziona contro un avversario non cooperativo e determinato?
  3. Compatibilità: Può essere eseguita indossando elmetto, giubbotto antiproiettile e con un fucile a tracolla?

Il risultato di questo enorme lavoro di sintesi e sperimentazione fu il primo nucleo del Metodo di Combattimento Militare. Una volta definito il programma, la Scuola di Fanteria dell’Esercito a Cesano di Roma fu scelta come centro di eccellenza per la sua diffusione. Lì vennero formati i primi quadri di “Istruttori di MCM”, che a loro volta ebbero il compito di diffondere capillarmente la nuova dottrina in tutti i reggimenti dell’Esercito.

La storia dell’MCM, però, non si è fermata lì. La sua natura pragmatica lo rende un sistema “vivo”. Le esperienze maturate in missioni più recenti, come quelle in Afghanistan e Iraq, hanno fornito nuovi dati e nuovi spunti di riflessione, portando a continui aggiornamenti e perfezionamenti del metodo. La storia del suo sviluppo è una storia che continua a essere scritta oggi.

CONCLUSIONE: DA STRUMENTO DI ÉLITE A DOTTRINA UNIVERSALE

La traiettoria storica che ha portato alla nascita dell’MCM è un perfetto esempio di come un’organizzazione complessa come l’Esercito si adatti alle mutevoli esigenze della guerra. Il percorso inizia con l’impeto quasi individuale e specialistico degli Arditi, attraversa la lunga parentesi della Guerra Fredda in cui il combattimento individuale sembrava un’arte dimenticata, e culmina nella presa di coscienza, imposta dalle dure lezioni del peacekeeping, che ogni singolo soldato, a prescindere dal suo grado e dal suo incarico, deve essere un combattente completo.

La storia dell’MCM è, in definitiva, la storia del passaggio da un’abilità per pochi a una dottrina universale, uno strumento essenziale che incarna la professionalità, la capacità di sopravvivenza e l’adattabilità del soldato italiano del XXI secolo. È la risposta razionale e scientifica a una delle paure più antiche dell’uomo: cosa fare quando non c’è più spazio per fuggire e non c’è più tempo per mirare.

IL FONDATORE

La domanda su chi sia il fondatore del Metodo di Combattimento Militare (MCM) è tanto naturale quanto complessa, e la sua risposta si discosta radicalmente dal modello a cui siamo abituati quando pensiamo alla nascita delle arti marziali. Non esiste, infatti, una singola figura, un maestro carismatico o un genio solitario a cui possa essere attribuita la paternità del sistema. Non troveremo un Jigorō Kanō per il Judo, un Morihei Ueshiba per l’Aikido o un Gichin Funakoshi per il Karate Shotokan. L’assenza di un “padre fondatore” non è una lacuna storica o una mancanza di informazioni, ma è, al contrario, la più profonda e rivelatrice caratteristica del sistema stesso.

Per comprendere la vera genesi dell’MCM, dobbiamo abbandonare il mito romantico del fondatore individuale e abbracciare una prospettiva più complessa e realistica: quella di una fondazione istituzionale, collettiva e multifattoriale. Il vero fondatore del Metodo di Combattimento Militare è l’Esercito Italiano come entità organica. È un’intelligenza collettiva che ha agito attraverso le sue diverse articolazioni: la volontà strategica del suo vertice, l’esperienza sanguigna dei suoi reparti operativi, la capacità di sintesi delle sue commissioni di esperti e la funzione normalizzatrice delle sue scuole di formazione.

Questo approfondimento esplorerà nel dettaglio ciascuna di queste componenti, dipingendo il ritratto non di un uomo, ma di un processo, per svelare l’identità autentica e plurale del “fondatore” dell’MCM.

PARTE 1: LO STATO MAGGIORE DELL’ESERCITO – LA VOLONTÀ STRATEGICA E LA MENTE ORDINATRICE

Se dovessimo individuare il punto di partenza, l’impulso primario che ha dato il via al processo di creazione dell’MCM, dovremmo guardare ai vertici dell’istituzione militare. Lo Stato Maggiore dell’Esercito (SME), l’organo di comando responsabile della pianificazione e della dottrina, agisce come la “mente ordinatrice” del sistema. È qui che la necessità, emersa in modo caotico e disorganico dai teatri operativi, viene recepita, analizzata e trasformata in un’esigenza strategica formale.

Alla fine degli anni ’80, i rapporti che giungevano dalle missioni all’estero, in particolare dal Libano, dipingevano un quadro allarmante. I soldati italiani, addestrati per una guerra convenzionale che non si combatteva più, si trovavano impreparati di fronte alle sfide del “peacekeeping”. Erano costretti a gestire situazioni ad altissima tensione con regole d’ingaggio ferree, dove il combattimento corpo a corpo non era più un’eventualità remota, ma una realtà quotidiana. La mancanza di una dottrina unificata e moderna in questo settore non era più sostenibile; era diventata una vulnerabilità strategica che metteva a rischio la vita dei soldati e l’efficacia delle missioni.

Fu lo Stato Maggiore, quindi, a fungere da “fondatore strategico”. Il suo ruolo si articolò in diverse funzioni cruciali:

  • Riconoscimento del Problema: I vertici dell’Esercito ebbero la lungimiranza di non ignorare i segnali provenienti dalla base, ma di interpretarli come il sintomo di una lacuna dottrinale sistemica. Riconobbero che i vecchi metodi, basati sulla scherma di baionetta e su pratiche obsolete, non avevano più alcuna attinenza con la realtà del campo di battaglia moderno.

  • Formulazione del Mandato: In risposta a questa analisi, lo SME emanò le direttive formali per la creazione di un nuovo sistema. Non si trattò di un’iniziativa personale di un singolo generale, ma di una decisione istituzionale, ponderata e supportata da analisi approfondite. Il mandato era chiaro: creare un metodo di combattimento corpo a corpo che fosse semplice, efficace, rapidamente apprendibile, compatibile con l’equipaggiamento moderno e integrato con le tattiche di fanteria.

  • Allocazione delle Risorse: Un’idea, per quanto brillante, rimane tale senza le risorse per realizzarla. Lo Stato Maggiore stanziò i fondi, il personale e il tempo necessari per avviare i gruppi di lavoro e le commissioni di studio. Diede il via a un progetto a lungo termine, dimostrando una volontà istituzionale che andava oltre le contingenze del momento.

In questo senso, lo Stato Maggiore dell’Esercito può essere considerato il “committente” e il “visionario” del progetto MCM. Ha fornito la spinta iniziale, ha definito gli obiettivi e ha creato le condizioni perché il sistema potesse nascere. Ha agito non come un inventore, ma come un architetto che progetta un edificio e ne supervisiona la costruzione, affidandone l’esecuzione agli specialisti.

PARTE 2: I REPARTI OPERATIVI – L’ESPERIENZA SUL CAMPO COME MATRICE FONDANTE

Se lo Stato Maggiore fu la mente, i reparti operativi furono il corpo e l’anima del processo di fondazione. L’MCM non è nato in un laboratorio asettico, ma è stato distillato dall’esperienza diretta, spesso brutale, dei soldati impegnati in prima linea. Le tecniche e i principi che oggi costituiscono il metodo sono la formalizzazione di lezioni pagate a caro prezzo in termini di rischio, ferite e, talvolta, vite umane. Questi reparti sono stati i “co-fondatori inconsapevoli”, i fornitori della materia prima indispensabile.

Tra i tanti, alcuni reparti hanno avuto un ruolo preminente:

  • Il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”: Gli Incursori del “Col Moschin” rappresentano la punta di diamante delle Forze Speciali italiane. Eredi diretti degli Arditi della Grande Guerra, hanno sempre mantenuto una cultura interna votata all’eccellenza nel combattimento in ogni sua forma. Per decenni, ben prima della nascita ufficiale dell’MCM, hanno sviluppato e perfezionato al loro interno tecniche di combattimento corpo a corpo, disarmo e combattimento con il coltello, spesso attingendo alle migliori pratiche delle unità speciali di tutto il mondo. Il loro contributo alla commissione di sviluppo dell’MCM fu inestimabile. Hanno portato l’approccio scientifico, la mentalità offensiva e l’ossessione per l’efficacia che caratterizzano le forze speciali. Hanno fornito il “livello di eccellenza”, il vertice qualitativo a cui il sistema doveva tendere.

  • La Brigata Paracadutisti “Folgore”: Se il “Col Moschin” ha fornito l’eccellenza qualitativa, la “Folgore” ha fornito l’esperienza quantitativa. Essendo una grande unità di fanteria d’élite, costantemente impiegata in missioni ad alto rischio dalla Somalia ai Balcani, dall’Afghanistan all’Iraq, i suoi uomini hanno affrontato la più ampia gamma di situazioni di combattimento ravvicinato. Dalla gestione di folle inferocite al controllo di posti di blocco, dalle irruzioni in edifici ai pattugliamenti in ambienti ostili, l’esperienza dei paracadutisti della Folgore ha costituito un enorme database di scenari reali. Il loro contributo è stato fondamentale per garantire che l’MCM fosse un sistema scalabile, ovvero insegnabile non solo a una manciata di super-operatori, ma a migliaia di soldati di fanteria. Hanno assicurato che il metodo rimanesse con i piedi per terra, focalizzato sui problemi reali del fante comune.

  • Gli Alpini e Altri Reparti: Anche altri corpi, come gli Alpini (in particolare i Ranger del 4° Reggimento), hanno portato le loro esperienze uniche, ad esempio quelle legate al combattimento in ambienti montani e a temperature estreme, che impongono ulteriori vincoli fisici e di equipaggiamento.

La conoscenza fornita da questi reparti non era teorica. Era una conoscenza incarnata, scritta nelle cicatrici e nei ricordi dei veterani. Erano storie di tecniche che avevano funzionato e di altre che avevano fallito, di esitazioni fatali e di reazioni istintive che avevano salvato una vita. Questo enorme patrimonio di “lessons learned” (lezioni apprese) è stata la vera matrice da cui le commissioni di esperti hanno attinto per forgiare l’MCM.

PARTE 3: LE COMMISSIONI DI ESPERTI – IL FULCRO DELLA SINTESI INTELLETTUALE

Una volta definita la volontà strategica e raccolta la materia prima dell’esperienza, serviva un organismo che facesse da ponte, che trasformasse il caos dell’esperienza in un sistema ordinato e insegnabile. Questo fu il ruolo delle commissioni di esperti, il vero cuore pulsante del processo di fondazione.

Queste commissioni, istituite dallo Stato Maggiore, erano gruppi di lavoro composti da personale militare accuratamente selezionato. Non erano accademici o teorici, ma professionisti del combattimento: Ufficiali e Sottufficiali con decenni di esperienza operativa, istruttori di tiro e di educazione fisica provenienti dai reparti d’élite, veterani decorati. Questi uomini sono i veri “padri fondatori” anonimi dell’MCM. Il loro lavoro, svolto lontano dai riflettori, è stato un meticoloso processo di ingegneria didattica che si può suddividere in tre fasi:

  1. Analisi e Studio: La prima fase fu un’enorme opera di ricerca. Le commissioni studiarono tutto lo scibile sul combattimento corpo a corpo moderno. Analizzarono i manuali dei sistemi già in uso presso altri eserciti (come il Krav Maga israeliano, che all’epoca era un punto di riferimento per la sua aggressività e semplicità, o i programmi di combattimento statunitensi). Esaminarono le tecniche e i principi di allenamento delle arti marziali più efficaci (Judo, Lotta, Pugilato, Muay Thai, Kali filippino per l’uso delle armi bianche). Studiarono i rapporti di medicina legale e di fisiologia per comprendere gli effetti dello stress sul corpo umano e le reazioni psicofisiche in combattimento.

  2. Sperimentazione e Selezione: La seconda fase fu pratica. Le tecniche prese in esame venivano testate sul campo, in condizioni il più possibile realistiche. Gli istruttori le provavano indossando l’equipaggiamento completo, simulando condizioni di affaticamento e di stress. Ogni tecnica veniva valutata secondo criteri ferrei: è semplice da eseguire? Funziona contro un avversario che oppone la massima resistenza? È sicura da praticare durante l’addestramento? È versatile? Il motto era “brutal simplicity” (brutale semplicità). Tutto ciò che era troppo complesso, che richiedeva una tempistica perfetta o una forza fisica eccezionale, veniva scartato. Questo processo di selezione, durato mesi, ha permesso di distillare l’essenza del combattimento, epurandola da ogni elemento superfluo.

  3. Codificazione e Sistematizzazione: L’ultima fase fu quella di dare una forma al materiale selezionato. Le tecniche vennero organizzate in una progressione didattica logica, partendo dai principi base per arrivare alle applicazioni più complesse. Furono creati gli “automatismi”, le brevi sequenze che costituiscono il cuore dell’addestramento MCM. Vennero scritti i primi manuali tecnici, le “Pubblicazioni Dottrinali”, completi di descrizioni dettagliate e illustrazioni. Fu definito il programma per diventare “Istruttore di MCM”, stabilendo gli standard e le prove da superare. In questa fase, le commissioni agirono come veri e propri “fondatori intellettuali”, creando non solo un insieme di tecniche, ma una vera e propria dottrina, con una sua terminologia, una sua pedagogia e una sua filosofia.

PARTE 4: LA SCUOLA DI FANTERIA DI CESANO – IL CUSTODE E IL MOLTIPLICATORE DELLA DOTTRINA

Un sistema, per essere veramente “fondato”, deve poter essere trasmesso nel tempo in modo coerente e uniforme. Se ogni istruttore insegnasse una sua versione personale del metodo, nel giro di pochi anni l’MCM si sarebbe frammentato in mille stili diversi, perdendo la sua identità. Per evitare questo, fu designato un ente “custode della dottrina”: la Scuola di Fanteria dell’Esercito a Cesano di Roma.

Il ruolo della Scuola di Fanteria è quello di “fondatore continuo”. Essa garantisce che l’eredità creata dalle commissioni non venga dispersa. Le sue funzioni sono essenziali:

  • Standardizzazione: La scuola è l’unico ente deputato a certificare gli Istruttori di MCM. Questo assicura che ogni istruttore, in qualsiasi reggimento d’Italia, insegni lo stesso programma, con la stessa metodologia e la stessa terminologia. Questo garantisce uno standard qualitativo uniforme per tutta la Forza Armata.
  • Formazione dei Formatori: La scuola non forma i soldati, ma forma gli istruttori che formeranno i soldati. È un “moltiplicatore di forza” che permette di diffondere capillarmente la dottrina. I corsi per istruttori sono estremamente selettivi e rigorosi, e rappresentano il vertice della formazione nel settore.
  • Aggiornamento Dottrinale: La scuola funge anche da centro di raccolta per i feedback che arrivano dai teatri operativi. Collaborando con lo Stato Maggiore e con nuove commissioni, contribuisce a testare e integrare gli aggiornamenti al sistema, assicurando che l’MCM rimanga sempre aderente alle nuove sfide.

La Scuola di Fanteria e il suo corpo di istruttori permanenti sono, in un certo senso, i “sommi sacerdoti” del metodo, i guardiani dell’ortodossia che ne preservano l’integrità e ne assicurano il futuro.

CONCLUSIONE: L’IDENTITÀ COLLETTIVA DEL FONDATORE

Alla domanda “Chi ha fondato l’MCM?”, la risposta più onesta e completa è quindi la seguente: l’MCM è stato fondato da un’entità collettiva e istituzionale, le cui componenti sono state:

  1. La Volontà Strategica dello Stato Maggiore dell’Esercito.
  2. L’Esperienza Incarnata dei reparti operativi, in particolare delle Forze Speciali e dei Paracadutisti.
  3. La Sintesi Intellettuale di commissioni di esperti anonimi ma altamente competenti.
  4. La Custodia Dottrinale della Scuola di Fanteria.

Questa natura collettiva e anonima della sua fondazione è uno dei più grandi punti di forza dell’MCM. Impedisce che il sistema si cristallizzi attorno alla visione di un singolo uomo o che diventi un culto della personalità. Lo mantiene un sistema “aperto”, pragmatico e di proprietà dell’istituzione. Non appartiene a un maestro, ma a ogni singolo soldato italiano che, attraverso di esso, acquisisce uno strumento in più per compiere il proprio dovere e, soprattutto, per tornare a casa. La ricerca di un fondatore individuale, per quanto comprensibile, manca il punto essenziale: l’MCM è il figlio di una necessità collettiva e il frutto di uno sforzo corale. Il suo vero fondatore è l’Esercito Italiano stesso, nella sua capacità di imparare, adattarsi e proteggere i propri uomini.

MAESTRI/ATLETI FAMOSI

La ricerca di “maestri o atleti famosi” all’interno del Metodo di Combattimento Militare (MCM) conduce a un’immediata e fondamentale rivelazione: questi concetti, così centrali nel mondo delle arti marziali tradizionali e degli sport da combattimento, sono quasi del tutto assenti e, per certi versi, antitetici alla natura stessa del sistema. Nel mondo dell’MCM, la fama non è un obiettivo, ma una potenziale vulnerabilità. L’eccellenza non si misura in medaglie o titoli vinti, ma in missioni portate a termine e, soprattutto, in vite salvate. L’anonimato non è una circostanza, ma una virtù professionale, una corazza che protegge l’operatore e l’istituzione.

Per comprendere chi siano i veri “maestri” di quest’arte, dobbiamo quindi abbandonare l’idea di una classifica pubblica o di un pantheon di celebrità. Dobbiamo, invece, esplorare gli archetipi della maestria così come si manifestano all’interno della struttura militare. Non troveremo nomi e volti da copertina, ma ruoli, funzioni e reputazioni costruite sul campo, in un mondo dove ciò che conta non è chi sei, ma cosa sai fare quando tutto il resto fallisce. Questo approfondimento delineerà i profili di questi maestri anonimi: l’Operatore delle Forze Speciali, la cui maestria è forgiata nell’esperienza; l’Istruttore Militare, la cui maestria risiede nella trasmissione del sapere; e il Veterano, la cui maestria diventa un’eredità. Infine, chiarirà perché la figura dell'”atleta” sia concettualmente incompatibile con la filosofia e la finalità dell’MCM.

PARTE 1: L’ARCHETIPO DEL MAESTRO-OPERATORE – LA MAESTRIA FORGIATA NELL’AZIONE

Il primo e più puro archetipo del maestro di MCM è l’Operatore delle Forze Speciali, in particolare l’Incursore del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”. Questo tipo di soldato non impara l’MCM per insegnarlo; lo vive come una seconda pelle, come una componente intrinseca del suo essere un’arma umana. La sua maestria non deriva primariamente da un corso, per quanto selettivo, ma dal crogiolo dell’esperienza operativa, da un numero incalcolabile di ore passate in addestramenti ultra-realistici e, soprattutto, dall’applicazione dei principi del sistema in missioni reali, dove un singolo errore può avere conseguenze fatali.

La maestria dell’Operatore non è accademica, è cinetica. Si manifesta in una serie di qualità quasi inconsce:

  • Fluidità Assoluta: Per l’Incursore, non esiste una reale distinzione tra l’uso delle armi da fuoco e il combattimento corpo a corpo. Sono semplicemente opzioni diverse su un “continuum della forza”. La sua maestria si vede nella capacità di passare istantaneamente da un ingaggio a fuoco a una tecnica di ritenzione dell’arma, per poi creare spazio e tornare a usare la pistola, il tutto in una sequenza fluida, senza esitazione.
  • Economia del Gesto: Anni di addestramento e di esperienza eliminano ogni movimento superfluo. Le sue azioni sono essenziali, dirette, quasi minimaliste nella loro brutale efficacia. Non c’è un grammo di energia sprecata.
  • Consapevolezza Situazionale Estrema (Situational Awareness): Un vero maestro-operatore “sente” l’ambiente che lo circonda. La sua percezione non è limitata alla minaccia immediata. Mentre è impegnato in uno scontro fisico con un avversario, la sua mente sta già processando le possibili vie di fuga, la posizione dei compagni, la presenza di altre potenziali minacce. Il combattimento corpo a corpo è solo un evento all’interno di una bolla di consapevolezza tattica molto più ampia.
  • Calma sotto Pressione: L’adrenalina che paralizza una persona non addestrata, per lui è un carburante. La sua maestria consiste nella capacità di rimanere lucido, di pensare tatticamente e di applicare le tecniche corrette anche nel caos più totale, con il cuore a duecento battiti al minuto e il rumore degli spari nelle orecchie.

Questi maestri sono anche i principali motori dell’evoluzione del sistema. Attraverso i debriefing post-operativi, condividono ciò che ha funzionato e, cosa ancora più importante, ciò che non ha funzionato. Sono loro a dire: “Questa tecnica di disarmo è troppo complessa quando hai le mani bagnate di fango” o “In quel tipo di situazione, sarebbe stato più utile un colpo per creare spazio piuttosto che una leva articolare”. Questo feedback, raccolto e analizzato, permette di aggiornare costantemente la dottrina.

La loro “fama” è una leggenda che circola sottovoce solo all’interno della comunità delle forze speciali. È una reputazione costruita su aneddoti di coraggio e competenza, conosciuta dai propri pari ma invisibile al mondo esterno. I loro nomi e volti sono, e devono rimanere, segreti per proteggere loro stessi, le loro famiglie e la sicurezza nazionale. Sono i maestri sconosciuti, i veri depositari della conoscenza più profonda del sistema, quella validata dalla realtà.

PARTE 2: L’ARCHETIPO DEL MAESTRO-ISTRUTTORE – LA MAESTRIA DELLA TRASMISSIONE

Se l’Operatore incarna la maestria nell’applicazione, l’Istruttore di MCM qualificato presso la Scuola di Fanteria o altri centri di formazione avanzata, incarna la maestria nella trasmissione del sapere. Il suo ruolo non è (o non è più) quello di operare in prima linea, ma quello, forse ancora più cruciale, di plasmare migliaia di soldati, trasformandoli da semplici civili in uniforme a combattenti competenti e resilienti.

Diventare Istruttore di MCM è un percorso estremamente selettivo. I candidati sono tipicamente Sottufficiali (Marescialli o Sergenti) con anni di servizio, una solida esperienza alle spalle e una spiccata attitudine sia fisica sia didattica. Il corso per istruttori è notoriamente duro, non solo perché mette alla prova fino al limite la resistenza fisica e la conoscenza tecnica, ma soprattutto perché valuta la capacità di insegnare.

La maestria dell’Istruttore è di natura diversa da quella dell’Operatore. Un grande combattente non è necessariamente un grande insegnante. Le qualità che definiscono un Maestro-Istruttore sono:

  • Conoscenza Enciclopedica della Dottrina: L’Istruttore conosce ogni tecnica, ogni principio e ogni “perché” del manuale. Sa spiegare non solo come si esegue un movimento, ma perché si esegue in quel modo, quali sono i principi biomeccanici sottostanti e in quali contesti tattici si applica.
  • Capacità Pedagogica: Questa è la sua qualità più importante. Un Maestro-Istruttore sa “smontare” una tecnica complessa in passaggi semplici e digeribili. Sa identificare l’errore di un allievo e correggerlo con poche, precise parole. Sa adattare il suo metodo di insegnamento al livello del gruppo, dalla recluta impaurita al soldato esperto.
  • Gestione della Sicurezza e dello Stress: Il suo compito è portare gli allievi al limite delle loro capacità in un ambiente controllato. Deve saper progettare esercitazioni sotto stress (“stress drills”) che simulino il caos del combattimento senza causare infortuni. È un equilibrio delicatissimo tra realismo e sicurezza.
  • Leadership e Capacità di Motivazione: L’Istruttore è un leader. Deve saper infondere fiducia nei suoi allievi, spingendoli a superare la paura e la fatica. Deve essere un esempio di disciplina, preparazione fisica e mentale. Spesso, è una delle figure più formative e ricordate nella carriera di un soldato.

Questi maestri sono i “guardiani della fiamma”. Garantiscono la standardizzazione e la qualità della dottrina in tutto l’Esercito. Senza di loro, l’MCM si disperderebbe in mille interpretazioni personali e perderebbe la sua coerenza. La loro fama è circoscritta all’ambiente militare. Un Istruttore di MCM di grande fama alla Scuola di Fanteria è una figura quasi mitologica per le migliaia di soldati che sono passati sotto il suo addestramento, ma è un perfetto sconosciuto per il pubblico. Il suo orgoglio non deriva dal riconoscimento pubblico, ma dal vedere i suoi ex-allievi tornare sani e salvi dalle missioni, sapendo di aver dato loro gli strumenti per farcela.

PARTE 3: L’ARCHETIPO DEL MAESTRO-VETERANO – LA MAESTRIA COME EREDITÀ

Il terzo archetipo è quello del Veterano, l’esperto di MCM che ha concluso il servizio attivo e si confronta con il mondo civile. È in questa categoria che la rigida barriera dell’anonimato può talvolta incrinarsi, sebbene raramente si dissolva del tutto. Per questi individui, la maestria acquisita in anni di servizio diventa un’eredità da gestire.

Molti veterani, specialmente quelli provenienti dalle forze speciali, scelgono la via del silenzio e della discrezione, rimanendo fedeli a un codice non scritto di umiltà e riservatezza. La loro esperienza rimane un patrimonio privato, condiviso al massimo con una ristretta cerchia di persone.

Altri, invece, intraprendono una “seconda carriera” dove la loro passata esperienza diventa la loro principale credenziale. Questi veterani possono diventare consulenti per la sicurezza, formatori per corpi di polizia o agenzie private, o aprire scuole di difesa personale. È in questo contesto che alcuni nomi possono iniziare a circolare, ma la loro “fama” è quasi sempre legata al prestigio del reparto in cui hanno servito, piuttosto che a un titolo di “Maestro di MCM”. Si sente dire: “Quel corso è tenuto da un ex-Incursore del Col Moschin”, e questo basta a certificarne la qualità.

Quando questi maestri insegnano ai civili, compiono un’operazione intellettuale cruciale: “de-militarizzano” l’MCM. Ne estraggono i principi fondamentali – la semplicità, la gestione della distanza, la mentalità proattiva – ma li adattano a un contesto legale e etico completamente diverso. Eliminano le tecniche puramente letali e si concentrano sugli aspetti di prevenzione, de-escalation e difesa personale proporzionata, come richiesto dalla legge sulla legittima difesa. La loro maestria, in questa fase, consiste nella capacità di tradurre un linguaggio di guerra in un linguaggio di sicurezza personale.

PARTE 4: L’ASSENZA DELL’ATLETA – PERCHÉ L’MCM NON È E NON SARÀ MAI UNO SPORT

La seconda parte della domanda, relativa agli “atleti famosi”, è ancora più facile da dirimere. La figura dell’atleta è del tutto incompatibile con il sistema MCM per ragioni filosofiche e pratiche fondamentali.

  • Lo Scopo: Lo scopo di uno sport è vincere una competizione seguendo delle regole. Lo scopo dell’MCM è sopravvivere a uno scontro senza regole.
  • Le Regole: Ogni sport da combattimento, anche il più brutale come le MMA, ha un regolamento ferreo che vieta una lunga serie di azioni: colpi agli occhi, alla gola, all’inguine, morsi, leve alle piccole articolazioni. Queste azioni, vietate nello sport perché troppo pericolose e “sleali”, sono invece il cuore pulsante dell’MCM, perché sono le più efficaci per neutralizzare rapidamente una minaccia letale.
  • La Mentalità: L’atleta si prepara per una performance. Il soldato si prepara per la sopravvivenza. L’atleta rispetta l’avversario e le regole. Il soldato deve dominare la minaccia con ogni mezzo necessario, nel rispetto delle sole Regole d’Ingaggio militari. L’atleta si ferma al “ko” o alla sottomissione. Il soldato, dopo aver neutralizzato la minaccia, deve immediatamente passare alla fase successiva: controllare l’avversario, perquisirlo, guardarsi intorno per altre minacce, comunicare con la squadra. Lo scontro non è fine a se stesso.

Non esistono, quindi, “campionati di MCM”. Qualsiasi competizione basata sulle sue tecniche sarebbe una contraddizione in termini, perché dovrebbe necessariamente introdurre delle regole che snaturerebbero il sistema stesso. Il miglior praticante di MCM sarebbe un pessimo atleta sportivo, perché il suo istinto condizionato lo porterebbe a eseguire le tecniche più efficaci, che sono anche quelle universalmente proibite in ogni sport. L’arena dell’MCM non è il ring o la gabbia, ma il vicolo buio, l’edificio ostile, il posto di blocco nel caos.

CONCLUSIONE: LA FAMA DEL REPARTO, NON DEL SINGOLO

In conclusione, il concetto di “maestro famoso” o “atleta famoso” nel Metodo di Combattimento Militare è un paradigma errato. La maestria esiste, ed è di altissimo livello, ma vive e prospera nell’ombra dell’anonimato professionale e del segreto militare. I veri maestri non cercano la fama personale, ma la competenza e l’efficacia.

Abbiamo identificato gli archetipi di questa maestria nascosta: l’Operatore, che la incarna nell’azione; l’Istruttore, che la custodisce e la trasmette; il Veterano, che la traduce in un’eredità. Nessuno di loro cerca i riflettori. La loro ricompensa è il successo della missione, la sicurezza dei compagni, la consapevolezza di aver fatto il proprio dovere.

La vera “fama” in questo universo non appartiene ai singoli nomi, ma ai corpi, ai reparti, alle istituzioni. È il prestigio del 9° Reggimento “Col Moschin”, la reputazione della Brigata “Folgore”, l’autorevolezza della Scuola di Fanteria a rappresentare il riconoscimento collettivo dell’eccellenza. La fama non è del nome, ma del fregio che si porta sulla divisa. È una fama corale, che onora il sacrificio e la professionalità di tutti quei maestri sconosciuti che, ogni giorno, garantiscono che i soldati italiani siano preparati ad affrontare le sfide più estreme.

LEGGENDE, CURIOSITA', STORIE E ANEDDOTI

Ogni dottrina di combattimento possiede due anime distinte ma inseparabili. La prima è quella ufficiale, codificata nei manuali, insegnata nelle scuole e definita da procedure rigorose. È l’anima razionale, tecnica, quasi scientifica. La seconda è l’anima non scritta, un corpus di conoscenze, valori e racconti trasmesso oralmente, di generazione in generazione di soldati. Questa è l’anima del Metodo di Combattimento Militare (MCM) che vive nelle leggende della caserma, nelle curiosità scambiate a bassa voce, nelle storie raccontate dai veterani e negli aneddoti che colorano la memoria di ogni militare.

Esplorare questo mondo significa andare oltre la tecnica per toccare con mano la cultura, l’ethos e lo spirito del sistema. Le storie che circondano l’MCM, spesso avvolte nella necessaria riservatezza militare e talvolta abbellite dalla narrazione, non sono semplici “racconti di guerra”. Sono strumenti pedagogici, catalizzatori di identità e testimonianze umane che danno un senso profondo al sudore e alla fatica dell’addestramento. Per ragioni di sicurezza e rispetto, non verranno qui riportati eventi specifici con nomi e luoghi, ma si esploreranno gli archetipi narrativi, i temi ricorrenti e il significato culturale di questo immenso patrimonio orale.

PARTE 1: LE LEGGENDE DELLA FORMAZIONE – RACCONTI DI RESILIENZA E RITI DI PASSAGGIO

L’addestramento, specialmente quello per diventare Istruttore di MCM, è il terreno più fertile per la nascita di leggende. Questi racconti servono a costruire il prestigio della qualifica, a stabilire uno standard di eccellenza e a forgiare un’identità comune basata sulla condivisione di una sofferenza estrema.

  • Il Mito della “Settimana Infernale” Ogni corso di specializzazione militare ha la sua “settimana infernale”, e quella per Istruttori di MCM non fa eccezione. Le leggende che circolano su questa fase finale del corso assumono contorni quasi mitologici. Si narra di esercitazioni continuative che durano giorni e notti, con privazione quasi totale del sonno. I candidati, già sfiniti, vengono sottoposti a “stress drills” incessanti. Un aneddoto ricorrente è quello del “frullatore”: i candidati vengono fatti combattere a rotazione continua contro avversari freschi, uno dopo l’altro, fino al collasso fisico e mentale. Lo scopo non è testare la loro abilità tecnica, ormai data per acquisita, ma la loro resilienza: la capacità di continuare a lottare, a pensare e a eseguire le tecniche anche quando il corpo urla di fermarsi e la mente è annebbiata dalla fatica. Si raccontano storie di candidati che si addormentano in piedi durante una pausa di pochi secondi o che eseguono tecniche in uno stato di trance, mossi solo dalla memoria muscolare. Queste leggende non servono a spaventare, ma a glorificare la tenacia, elevandola a virtù suprema del combattente.

  • L’Archetipo dell’Istruttore Leggendario In ogni scuola, in ogni reggimento, circolano storie su figure di Istruttori che trascendono la normalità. Non si tratta di fama pubblica, ma di una reputazione interna granitica. Nascono così gli archetipi. C’è la leggenda del “Maresciallo d’acciaio”, un uomo apparentemente indistruttibile, capace di guidare le sessioni di addestramento più dure senza mai mostrare un segno di fatica, un esempio vivente della resistenza a cui tutti devono aspirare. C’è l’aneddoto del “vecchio sergente”, un istruttore magari non più esplosivo fisicamente, ma dotato di una furbizia e di una conoscenza del corpo umano quasi soprannaturali, capace di mettere in difficoltà chiunque con una leva minima o uno sbilanciamento impercettibile. Una storia tipica racconta di come questo istruttore, sfidato da un allievo giovane e arrogante, lo abbia neutralizzato senza sforzo apparente, non per umiliarlo, ma per impartirgli una lezione indimenticabile: l’intelligenza e la tecnica prevalgono sempre sulla forza bruta. Questi racconti servono a umanizzare e allo stesso tempo a mitizzare la figura dell’insegnante, trasformandolo in un modello di riferimento.

  • L’Infortunio come Battesimo del Fuoco In un addestramento realistico, i piccoli infortuni – una caviglia slogata, un dito rotto, costole incrinate – sono quasi inevitabili. Le storie che nascono attorno a questi eventi sono un potente veicolo di valori. L’aneddotica non si concentra sul dolore, ma sulla reazione ad esso. Diventa leggendaria la storia del candidato che, con una spalla lussata, se la rimette a posto da solo e continua l’esercitazione senza dire nulla. O quella dell’allievo che conclude una marcia estenuante con una frattura da stress, rivelandola solo al termine della prova. Questi non sono inviti all’incoscienza, ma riti di passaggio. Dimostrano l’appartenenza a un gruppo di individui disposti a sopportare il dolore e a mettere il compimento del dovere prima del proprio comfort. Sono storie che cementano lo spirito di corpo e insegnano che il vero limite, molto spesso, è solo nella mente.

PARTE 2: STORIE DAL FRONTE – QUANDO LA TECNICA DIVENTA SOPRAVVIVENZA

Le storie più potenti e significative sono quelle che provengono dai teatri operativi. Sono la prova del nove, la dimostrazione che i principi dell’MCM funzionano quando servono davvero. Questi racconti, condivisi con discrezione, sono la più grande fonte di motivazione per le nuove reclute.

  • L’Aneddoto del Posto di Blocco Un tema narrativo classico è ambientato a un checkpoint in una zona di crisi. La scena è sempre tesa: una fila di veicoli, civili nervosi, la minaccia latente di un attacco. Un’auto si ferma, il conducente appare agitato. Durante il controllo, l’uomo scatta improvvisamente, tentando di aggredire il soldato con un coltello nascosto o semplicemente di sopraffarlo per creare un diversivo. Il soldato, invece di farsi prendere dal panico, reagisce d’istinto. L’aneddoto si concentra sulla rapidità e l’essenzialità dell’azione: una “schermata di braccia” che devia l’attacco, un colpo di gomito al volto e una proiezione a terra. Il tutto avviene in uno o due secondi. La minaccia è neutralizzata, l’aggressore immobilizzato, e una potenziale sparatoria con conseguenze imprevedibili è stata evitata. Questa storia-tipo illustra perfettamente uno degli scopi primari dell’MCM nelle missioni moderne: gestire una minaccia a livello individuale per prevenire un’escalation a livello collettivo.

  • La Storia Sacra della “Weapon Retention” Forse nessun tipo di aneddoto è più terrificante ed educativo di quello che riguarda il tentativo di sottrazione dell’arma. Per un soldato, perdere il controllo del proprio fucile equivale a una condanna a morte. Le storie, spesso raccontate dagli istruttori con cruda serietà, descrivono scenari caotici: un soldato isolato in mezzo a una folla ostile, mani che si allungano da ogni parte per afferrare la sua arma. In quel momento, tutte le nozioni di tiro diventano inutili. L’unica cosa che conta è l’MCM. L’aneddoto si sofferma sulla reazione quasi animale del soldato: il corpo che si avvita su se stesso per proteggere il fucile, la mano debole che mantiene una presa ferrea, un colpo sferrato con il calcio dell’arma o una testata data con l’elmetto. Queste storie non sono eroiche; sono viscerali. Insegnano che il fucile non è solo uno strumento per sparare, ma un’estensione del proprio corpo da difendere con i denti e con le unghie.

  • Il “Miracolo” della Memoria Muscolare Un altro tema ricorrente è quello del soldato che agisce in “pilota automatico”. La storia tipica descrive un militare al termine di un lungo e sfibrante scontro a fuoco. È esausto, disidratato, la sua mente è un ronzio confuso. Improvvisamente, un nemico sbuca dal nulla a distanza ravvicinata. Il soldato, in seguito, racconterà di non ricordare quasi nulla, di non aver “pensato” a cosa fare. Semplicemente, il suo corpo ha reagito. Ha eseguito uno degli “automatismi” provati e riprovati migliaia di volte in addestramento: una parata, un colpo, un controllo. La storia serve a dimostrare la validità della metodologia MCM: in condizioni di stress estremo, la mente cosciente si spegne, e l’unica cosa su cui si può contare è la memoria muscolare, il condizionamento profondo impresso nel corpo da ore e ore di ripetizioni.

PARTE 3: CURIOSITÀ E “TRUCCHI DEL MESTIERE” – IL PRAGMATISMO PORTATO ALL’ESTREMO

Oltre alle leggende epiche, l’universo dell’MCM è costellato di curiosità e “trucchi del mestiere” che ne rivelano il pragmatismo assoluto.

  • Tutto è un’Arma: La Filosofia dell’Uso Improprio Una curiosità che affascina sempre le reclute è come l’MCM insegni a guardare il mondo con occhi diversi, dove ogni oggetto può diventare un’arma. Gli istruttori sono famosi per le loro dimostrazioni creative. Un aneddoto divertente racconta di un istruttore che ha disarmato un allievo armato di coltello (di gomma) usando la sua borraccia piena d’acqua, prima lanciandogliela in faccia per distrarlo e poi usandola come un corpo contundente. Un’altra curiosità è l’enfasi sull’uso “improprio” dell’equipaggiamento: il bordo dell’elmetto per colpire il naso, la fibbia del cinturone per colpire le mani, persino una gavetta usata come uno scudo improvvisato. Questo insegna un principio mentale fondamentale: la creatività e l’adattabilità.

  • I Giochi Psicologici dell’Addestramento Molte storie circondano i metodi psicologici, a volte quasi sadici, usati dagli istruttori per testare il carattere. Una curiosità nota è la pratica di dare informazioni temporali false. L’istruttore urla: “Ancora un minuto!”, quando in realtà mancano ancora dieci minuti di esercizio. Serve a vedere chi molla mentalmente quando la promessa di sollievo viene infranta. Un altro aneddoto riguarda i “no-win scenarios”, scenari di addestramento volutamente impossibili da risolvere con successo. Ad esempio, un allievo viene fatto combattere contro due avversari freschi e più pesanti di lui. L’obiettivo non è la vittoria, ma osservare come l’allievo gestisce una sconfitta certa: crolla psicologicamente? Si arrende subito? O continua a lottare fino alla fine, cercando di “vendere cara la pelle”? Queste curiosità rivelano che l’MCM non addestra solo il corpo, ma soprattutto la mente.

  • “Questo non è un film”: La Demolizione dei Miti di Hollywood Parte integrante dell’addestramento, e fonte di numerosi aneddoti, è la demolizione sistematica dei cliché cinematografici. Gli istruttori si divertono a mostrare perché le mosse spettacolari viste nei film d’azione sono, nella realtà, un suicidio. Un aneddoto classico è quello dell’istruttore che invita l’allievo più agile a provare un calcio girato. Dopo che l’allievo, impacciato dagli anfibi e dall’equipaggiamento, esegue lentamente il movimento, l’istruttore semplicemente fa un passo di lato e lo spinge, facendolo cadere goffamente. La lezione è brutale ma efficace: nel combattimento reale, la stabilità e la semplicità battono sempre la spettacolarità.

PARTE 4: ANEDDOTI CULTURALI – IL CEMENTO DELLA CAMERATISMO

Infine, ci sono le storie che definiscono la cultura del gruppo, il gergo e i rituali che trasformano un insieme di individui in una squadra.

  • Il Gergo della Palestra Ogni ambiente sviluppa il suo slang. Le sessioni di MCM non fanno eccezione. Nascono soprannomi per gli esercizi più duri: “il tritacarne”, “la centrifuga”. Si danno nomi coloriti alle sensazioni fisiche: avere i “braccini corti” per la fatica di tenere alta la guardia. Questo gergo, incomprensibile all’esterno, crea un forte senso di appartenenza e serve a sdrammatizzare con un umorismo nero la durezza dell’addestramento.

  • I Mantra dell’Istruttore Ci sono frasi e motti che gli istruttori ripetono così tante volte da diventare dei mantra, veri e propri pilastri filosofici condensati in poche parole. Aneddoti e ricordi di ogni soldato sono legati a queste frasi:

    • “Lento è fluido, fluido è veloce”: La quasi totalità dei soldati ricorda il proprio istruttore ripetere questa frase all’infinito, per insegnare che la velocità non si ottiene con la fretta, ma con la perfezione del movimento.
    • “La testa comanda il corpo”: Un motto che ha un doppio significato. Il primo, letterale, è che in ogni tecnica di controllo, controllare la testa dell’avversario significa controllarne l’intero corpo. Il secondo, metaforico, è che la propria mente e la propria determinazione comandano le reazioni del proprio corpo.
    • “Il dolore è il vostro migliore amico, vi dice che siete ancora vivi”: Una frase dura, tipica della cultura militare, che serve a riformulare la percezione del dolore, trasformandolo da un segnale di debolezza a una prova di esistenza e resistenza.

CONCLUSIONE: LA STORIA ORALE COME PILASTRO DELL’IDENTITÀ

Le leggende, le curiosità e gli aneddoti che avvolgono il Metodo di Combattimento Militare sono molto più di un semplice folklore. Essi costituiscono un sistema di trasmissione di valori parallelo a quello ufficiale. Queste storie servono a contestualizzare la dottrina, a dare un volto umano alla durezza, a creare modelli di ruolo, a infondere resilienza e a cementare un’identità di corpo inscalfibile. Dimostrano che la forza di un soldato non risiede solo nelle tecniche che conosce, ma anche nelle storie che lo ispirano e nei valori che condivide con i suoi commilitoni. Mentre il manuale insegna a combattere, questa ricca e vibrante tradizione orale insegna perché vale la pena combattere e, soprattutto, come resistere quando la tecnica da sola non basta più.

TECNICHE

Le tecniche del Metodo di Combattimento Militare (MCM) costituiscono l’arsenale pratico, il “vocabolario” di movimenti attraverso cui si esprime la sua filosofia. Tuttavia, sarebbe un errore considerarle come un semplice elenco di colpi, leve o proiezioni. Ogni tecnica dell’MCM non è un’azione a sé stante, ma una soluzione tattica a un problema specifico posto dal combattimento ravvicinato. È una risposta, affinata attraverso l’esperienza e la sperimentazione, a domande brutali come: “Cosa faccio se un nemico mi afferra il fucile?”, “Come sopravvivo a un attacco di coltello in uno spazio chiuso?”, “Come neutralizzo una sentinella senza fare rumore?”.

L’intero edificio tecnico dell’MCM poggia su fondamenta incrollabili, i principi guida che ne informano ogni singolo aspetto: la semplicità per garantirne l’efficacia sotto stress; l’uso della motricità grossolana in risposta agli effetti fisiologici della paura; l’efficacia mirata alla rapida neutralizzazione della minaccia; l’integrazione con l’equipaggiamento e con le altre discipline di combattimento.

Questo approfondimento analizzerà in dettaglio le componenti tecniche del sistema, non come un manuale d’istruzioni, ma come un’esplorazione dell’anatomia della sopravvivenza, suddividendo l’arsenale MCM nelle sue categorie funzionali: dalle fondamenta posturali, al combattimento a percussione, alla lotta in piedi e a terra, fino all’interfaccia cruciale con le armi.

PARTE 1: LE FONDAMENTA – POSIZIONE, GUARDIA E MOVIMENTO

Prima ancora di colpire o proiettare, il soldato deve imparare a stare in piedi e a muoversi in modo tatticamente valido. La base posturale dell’MCM è il primo elemento che lo distingue da qualsiasi disciplina sportiva.

  • La Schermata di Braccia: Lo Scudo Umano La posizione di guardia dell’MCM, nota come “Schermata di Braccia” o guardia alta, è la pietra angolare del sistema. A differenza di una guardia pugilistica, che è più bassa e proiettata in avanti, la schermata è una postura prettamente difensiva e reattiva. Le mani sono aperte o semi-aperte e tenute alte, a livello della testa, con i gomiti flessi e vicini al corpo e gli avambracci quasi paralleli tra loro. Questa postura apparentemente passiva è in realtà una piattaforma multifunzionale di straordinaria efficacia:

    1. Protezione Massima: La sua funzione primaria è proteggere le aree più vulnerabili (testa, collo, gola) da attacchi improvvisi provenienti da qualsiasi direzione. Gli avambracci, con le loro ossa robuste (ulna e radio), diventano uno “scudo” naturale in grado di assorbire l’impatto di pugni, bastoni o altri oggetti contundenti.
    2. Transizione Immediata all’Attacco: Essendo le mani e i gomiti già in posizione alta, la distanza per sferrare un colpo (una gomitata, un pugno a martello, un colpo di palmo) è minima. La difesa si trasforma istantaneamente in attacco.
    3. Facilità di Presa (Clinch): Dalla posizione a mani aperte è estremamente rapido passare a una presa per controllare l’avversario, afferrandone il collo, la testa o l’equipaggiamento.
    4. Natura Istintiva: La schermata mima il riflesso naturale e istintivo di proteggersi il volto quando si è spaventati, rendendola una posizione facile da assumere anche sotto stress.
  • Il Lavoro di Piedi: Stabilità prima di Agilità Il movimento nell’MCM non ricerca l’eleganza o la leggerezza. L’obiettivo è la stabilità e la potenza. Il soldato si muove indossando anfibi pesanti e decine di chili di equipaggiamento su terreni spesso impervi. Un lavoro di piedi “danzante” sarebbe un suicidio. La postura è quindi ben piantata a terra, con le ginocchia flesse e un baricentro basso per massimizzare l’equilibrio. Gli spostamenti avvengono tramite passi corti e controllati (“passi di parata”), senza mai incrociare i piedi, per essere sempre pronti a generare forza o ad assorbire un urto. Ogni movimento è finalizzato a mantenere una base solida da cui lanciare un attacco o difendersi da una proiezione.

PARTE 2: L’ARTE DELL’IMPATTO – IL SISTEMA DI PERCUSSIONI

Il sistema di percussioni dell’MCM è volutamente scarno, brutale e diretto. L’obiettivo non è accumulare punti, ma causare il massimo trauma possibile nel minor tempo, per interrompere l’azione dell’avversario e creare un’opportunità tattica.

  • Principi Generali delle Percussioni:

    • Uso della Massa Corporea: Ogni colpo non è un’azione isolata dell’arto, ma è generato da una catena cinetica che parte dai piedi, ruota attraverso le anche e il tronco, e si scarica sull’impatto. È tutto il peso del corpo che colpisce, non solo un pugno.
    • Bersagli Primari: Le percussioni sono dirette a punti anatomici vulnerabili, scelti per la loro capacità di causare dolore intenso, disorientamento o inabilitazione: occhi, gola, plesso solare, inguine, articolazioni (specialmente il ginocchio), nervi superficiali.
    • Effetto Valanga: L’MCM promuove un assalto continuo. Un colpo andato a segno non è un punto di arrivo, ma il punto di partenza per una raffica di altri colpi, per sopraffare le difese dell’avversario e non lasciargli il tempo di riorganizzarsi.
  • Gli Strumenti d’Impatto:

    • Colpi di Palmo (Palm Heel Strikes): Preferiti ai pugni chiusi per due ragioni: riducono quasi a zero il rischio di fratturarsi le piccole ossa della mano e permettono di trasferire l’impatto in modo più efficace su bersagli duri come il cranio.
    • Gomitate (Colpi di Gomito): Sono le armi regine del combattimento a distanza ravvicinatissima (clinch). Usando la punta ossea del gomito, si possono generare colpi di una potenza devastante con un movimento minimo. Vengono utilizzate in tutte le traiettorie: orizzontale, ascendente, discendente.
    • Pugni a Martello (Hammer Fists): Sferrati con il lato carnoso e osseo del pugno (il “taglio” della mano), sono ideali per colpire un avversario a terra o in posizioni non convenzionali, senza rischiare di danneggiare le nocche.
    • Calci Bassi: L’MCM esclude categoricamente i calci alti. Tutti i calci sono diretti dalla vita in giù. Le ragioni sono puramente tattiche: un calcio basso non compromette l’equilibrio, non espone la propria guardia, ed è estremamente efficace se sferrato con un anfibio militare contro la tibia, il ginocchio o la coscia dell’avversario, potendone causare la frattura o l’inabilitazione.
    • Ginocchiate: Simili alle gomitate per potenza e raggio d’azione, le ginocchiate sono fondamentali nel clinch. Sono dirette principalmente alle cosce (per debilitare), all’inguine o al busto dell’avversario.
    • Testate: Considerata una tecnica estrema, la testata, specialmente se data con un elmetto, è un’opzione brutale ma efficace per sorprendere e stordire un avversario durante una presa o un corpo a corpo.

PARTE 3: IL DOMINIO DELLA CORTA DISTANZA – LOTTA IN PIEDI, CONTROLLO E PROIEZIONI

Quando la distanza si annulla, lo scontro diventa una lotta. L’obiettivo dell’MCM in questa fase non è vincere una gara di grappling, ma dominare fisicamente l’avversario per controllarlo, ferirlo o proiettarlo.

  • Il Clinch Militare: È la fase di presa corpo a corpo. A differenza del clinch sportivo, quello militare è “sporco” e pragmatico. Si afferra qualsiasi cosa offra un appiglio: il collo, la testa, ma anche il giubbotto antiproiettile, il colletto dell’uniforme, le cinghie dell’equipaggiamento. Lo scopo è rompere la postura dell’avversario, impedirgli di colpire efficacemente e creare le condizioni per sferrare colpi a corto raggio (gomitate, ginocchiate, testate) o per eseguire una tecnica di proiezione.

  • Le Leve Articolari (Chiavi): L’MCM utilizza leve semplici e istintive, applicate principalmente alle grandi articolazioni come polso, gomito e spalla. Il loro scopo è triplice:

    1. Causare Dolore: Una leva improvvisa e dolorosa può costringere l’avversario a lasciare una presa o a creare un’apertura per un’altra azione.
    2. Controllare e Spostare: Le leve sono usate come “maniglie” per manovrare un avversario, ad esempio per costringerlo a terra o contro un muro.
    3. Inabilitare: In una situazione di vita o di morte, la leva può essere portata al punto di rottura dell’articolazione, causando un danno permanente e neutralizzando la minaccia.
  • Le Proiezioni (Atterramenti): Le proiezioni dell’MCM non hanno l’eleganza del Judo. Sono azioni esplosive e potenti che mirano a far cadere l’avversario violentemente. Si privilegiano tecniche che richiedono meno abilità tecnica e più decisione, come gli sbilanciamenti (sfruttando la spinta o la trazione dell’avversario), i placcaggi alle gambe (simili a quelli del wrestling) o le proiezioni di anca semplificate. L’obiettivo non è solo atterrare l’avversario, ma farlo in modo traumatico, mirando a farlo cadere di testa o di schiena, e sempre cercando di atterrare in una posizione dominante.

PARTE 4: LA SOPRAVVIVENZA A TERRA – PRINCIPI ESSENZIALI DI LOTTA AL SUOLO

La dottrina MCM sulla lotta a terra è riassumibile in un’unica regola fondamentale: stare a terra il meno tempo possibile. In un campo di battaglia, con più avversari, armi e terreno sconnesso, la terra è una trappola mortale. Tuttavia, è essenziale saper sopravvivere se vi si finisce.

  • La Gerarchia delle Posizioni: Si insegnano le posizioni fondamentali (monta, controllo laterale, guardia), ma il loro scopo è reinterpretato in chiave militare. Dalla monta, la priorità non è cercare una sottomissione, ma controllare l’avversario, colpirlo per stordirlo, e soprattutto avere le mani libere per accedere alla propria arma da fianco.
  • La Rialzata Tecnica: È forse la tecnica più importante della lotta a terra MCM. È una procedura standardizzata che permette di rialzarsi da terra in modo sicuro, usando un braccio per proteggersi e l’altro come appoggio, mantenendo sempre la distanza e la visuale sulla minaccia. È il ponte per tornare al combattimento in piedi.
  • Fuga e Controllo: Il bagaglio tecnico si concentra su poche, essenziali azioni: come fuggire da strangolamenti e prese comuni, come ribaltare un avversario che ci sovrasta (sweep) e come immobilizzare un nemico a terra, usando il peso del corpo e controllandone le braccia, sempre con la massima consapevolezza di ciò che accade intorno.

PARTE 5: L’INTERFACCIA CON LE ARMI – L’APICE DELLA COMPLESSITÀ TATTICA

Questa è la parte più specifica e cruciale dell’MCM, dove il sistema si lega indissolubilmente alla professione militare.

  • Difesa da Minacce Armate (Coltello, Bastone, Arma da Fuoco): L’approccio è estremamente realistico. Agli allievi viene insegnato che non esiste una difesa sicura al 100% e che la priorità è la sopravvivenza, non l’incolumità. I principi sono:

    1. Muoversi: Uscire dalla linea di attacco.
    2. Controllare l’Arma: Intercettare e controllare il braccio armato dell’aggressore, attaccandosi ad esso per limitarne i movimenti.
    3. Contrattaccare Violentemente: Mentre si controlla il braccio armato, sferrare una raffica di colpi debilitanti all’aggressore con ogni mezzo disponibile.
    4. Disarmare: Il disarmo è l’ultima fase, da tentare solo quando l’aggressore è stato stordito o sbilanciato dal contrattacco.
  • Ritenzione dell’Arma (Weapon Retention): Una serie di tecniche fondamentali e uniche del contesto militare. Sono procedure fisiche (torsioni del busto, colpi, leve) studiate per impedire a un avversario di strappare il fucile o la pistola al soldato durante un corpo a corpo. L’arma è la vita del soldato, e la sua ritenzione è una priorità assoluta.

  • Uso dell’Arma come Strumento Contundente: Il soldato impara a vedere il suo stesso fucile non solo come uno strumento balistico, ma anche come un’arma da impatto. Si praticano tecniche di percussione con il calcio (butt-stroking), colpi con la volata dell’arma, e l’uso dell’intero corpo del fucile per bloccare e parare colpi, trasformandolo in una lancia o in un bastone corto a seconda della necessità.

CONCLUSIONE: UN LINGUAGGIO INTEGRATO DI VIOLENZA CONTROLLATA

L’arsenale tecnico del Metodo di Combattimento Militare è vasto ma coerente, complesso ma radicato nella semplicità. Non è una collezione di “mosse”, ma un linguaggio integrato e fluido. La vera maestria tecnica nell’MCM non risiede nell’esecuzione perfetta di una singola tecnica, ma nella capacità di passare istantaneamente da una all’altra: da una parata a una gomitata, da un clinch a una proiezione, da un controllo a terra a una rialzata tecnica, da una difesa a mani nude all’estrazione e all’uso della propria arma. Le tecniche dell’MCM sono lo strumento finale, la risposta pragmatica e talvolta brutale che l’Esercito Italiano ha sviluppato per dare ai suoi uomini e alle sue donne la migliore possibilità di prevalere e sopravvivere quando la diplomazia finisce, la tecnologia fallisce e l’unica cosa che resta è il confronto tra due volontà in uno spazio che si misura in centimetri.

FORME

Chiunque si avvicini all’addestramento del Metodo di Combattimento Militare (MCM) con un bagaglio di conoscenza delle arti marziali tradizionali noterà immediatamente un’assenza vistosa: non esistono “forme” o sequenze di movimenti preordinate e codificate assimilabili ai kata giapponesi, ai poomsae coreani o ai taolu cinesi. Un osservatore non vedrà mai un soldato eseguire da solo, nell’aria, una lunga e complessa serie di parate, colpi e posizioni. Questa assenza non è una mancanza, una lacuna o un segno di incompletezza del sistema. Al contrario, è una scelta filosofica e pedagogica deliberata, una delle caratteristiche che più nettamente distinguono l’MCM da un’arte marziale.

Per trovare l’equivalente funzionale dei kata all’interno dell’MCM, dobbiamo smettere di cercare una forma estetica e concentrarci sulla funzione pratica. Dobbiamo chiederci: “A cosa serve un kata?” e, una volta ottenuta la risposta, cercare quali strumenti l’MCM utilizzi per raggiungere gli stessi obiettivi pedagogici, seppur attraverso una strada radicalmente diversa. La risposta si trova in un sistema a due livelli, sinergico e brutalmente pragmatico: gli “Automatismi” e i “Drill Operativi”. Questi due concetti, insieme, costituiscono la vera anima metodologica del sistema, il motore che trasforma la conoscenza teorica in abilità istintiva e salvavita.

PARTE 1: DE-COSTRUIRE IL KATA – COMPRENDERE LA FUNZIONE PER SCOPRIRE L’EQUIVALENTE

Prima di poter analizzare gli equivalenti, è essenziale comprendere la ricchezza e la multifunzionalità di un kata tradizionale. Un kata non è una semplice “danza di guerra”, ma uno strumento pedagogico di straordinaria densità, che assolve a molteplici compiti contemporaneamente.

  • Funzione di Archivio Storico e Didattico: In epoche in cui i manuali erano rari o inesistenti, il kata era la “biblioteca vivente” di una scuola. Al suo interno sono conservate e criptate le tecniche, le strategie, i principi di movimento e la filosofia del fondatore e dei maestri successivi. Praticare un kata significa studiare un testo, preservandolo e tramandandolo intatto alle generazioni future.

  • Funzione di Condizionamento Fisico Specifico: Ogni kata è progettato per sviluppare le qualità fisiche necessarie a quello stile di combattimento. Le posizioni basse e potenti (come lo shiko-dachi nel Karate) sviluppano la forza e la stabilità delle gambe. Le transizioni dinamiche migliorano l’equilibrio. Le contrazioni muscolari e la respirazione controllata (concetto di kime) insegnano a generare e a focalizzare la potenza.

  • Funzione di Sviluppo della Memoria Muscolare: La ripetizione costante e meticolosa del kata, migliaia e migliaia di volte, ha lo scopo di “scrivere” i movimenti nel sistema nervoso del praticante. L’obiettivo è far sì che le tecniche diventino reazioni istintive, che il corpo possa eseguirle senza l’intervento del pensiero cosciente, specialmente in una situazione di panico.

  • Funzione di Meditazione in Movimento: L’esecuzione di un kata richiede una concentrazione totale. Il praticante deve essere consapevole del proprio respiro, della propria postura, del ritmo e dell’intenzione di ogni singolo movimento. Questo processo può indurre uno stato di profonda focalizzazione mentale, una “meditazione in movimento” che sviluppa la calma interiore e la consapevolezza di sé (zanshin).

  • Funzione di Applicazione al Combattimento (Bunkai): Un kata non è fine a se stesso. Ogni movimento, anche il più stilizzato, ha un’applicazione pratica nel combattimento. Lo studio di queste applicazioni è chiamato “bunkai”. Attraverso il bunkai, eseguito con uno o più partner, il praticante decodifica il kata, ne scopre i significati nascosti e impara a usare le tecniche in un contesto dinamico.

Comprese queste funzioni, possiamo ora analizzare come l’MCM le affronti e le reinterpreti attraverso la sua metodologia.

PARTE 2: L’AUTOMATISMO – LA “FRASE” MINIMA ED ESSENZIALE DEL COMBATTIMENTO

Se un kata è un intero “poema epico”, l’Automatismo è una singola “frase”, diretta e inequivocabile. È questo il primo e fondamentale equivalente funzionale. Un automatismo è una sequenza brevissima e iper-efficiente, composta solitamente da due a quattro movimenti, progettata per fornire una soluzione immediata a un singolo, specifico e ad alta probabilità problema di combattimento.

La filosofia dietro l’automatismo è la semplicità assoluta. In una situazione di stress estremo, la mente non è in grado di scegliere da un vasto catalogo di opzioni. Ha bisogno di una risposta pre-confezionata, istintiva, quasi un riflesso. Gli automatismi sono queste risposte. Vengono praticati migliaia di volte fino a diventare, appunto, automatici.

Alcuni esempi concettuali di automatismi possono essere:

  • Automatismo Difensivo da Attacco Circolare (es. pugno largo): La sequenza potrebbe essere: 1. simultanea parata-blocco con l’avambraccio (usando la “Schermata di Braccia”) e passo laterale per uscire dalla linea di forza; 2. immediato contraccolpo con il gomito dello stesso braccio al volto o al collo dell’avversario; 3. controllo del braccio dell’avversario per impedirgli di colpire ancora e preparare un’azione successiva. La logica è: proteggi, ferisci e controlla, tutto in un unico flusso.

  • Automatismo per la Difesa da Presa Frontale al Corpo: 1. colpo con la testa (se possibile) o attacco a un punto sensibile (occhi, gola) per creare uno shock; 2. abbassamento del proprio baricentro e simultanea pressione verso l’alto sotto il mento o il naso dell’avversario con il palmo della mano; 3. spinta esplosiva per creare spazio e tornare in guardia.

Confrontiamo ora l’automatismo con le funzioni del kata:

  • Memoria Muscolare: L’automatismo condivide questo obiettivo al 100%. È il suo scopo primario. La ripetizione ossessiva serve a creare un riflesso condizionato.
  • Archivio Storico: Qui la differenza è abissale. L’automatismo non ha alcuna funzione di archivio o di preservazione della tradizione. È uno strumento puramente funzionale e “usa e getta”. Se l’esperienza sul campo dimostra che un automatismo è meno efficace di un altro, viene scartato e sostituito senza alcun rimpianto. È un sistema vivo, non un museo.
  • Condizionamento Fisico: Sì, ma in modo puramente funzionale. La pratica degli automatismi sviluppa la potenza esplosiva e la coordinazione necessarie per quelle specifiche sequenze, senza alcuna ricerca estetica.
  • Meditazione in Movimento: Assolutamente no. La pratica dell’automatismo mira a sviluppare l’esatto opposto della calma meditativa: un’aggressività istantanea, controllata e una mentalità reattiva.
  • Applicazione (Bunkai): L’automatismo non ha bisogno di “bunkai” perché è già il bunkai. La sua applicazione è esplicita, letterale e univoca. Non ci sono significati nascosti da interpretare.

PARTE 3: IL DRILL OPERATIVO – LA “SINTASSI” DINAMICA DEL CAMPO DI BATTAGLIA

Se l’automatismo è una “frase”, il Drill Operativo è la “conversazione”. È il secondo e più evoluto equivalente del kata, e rappresenta il ponte tra la tecnica in isolamento e la realtà caotica del combattimento. Un drill è un’esercitazione dinamica in cui gli automatismi vengono applicati contro un compagno di addestramento che offre un livello variabile di resistenza. È nei drill che entrano in gioco il tempismo, la gestione della distanza, la pressione psicologica e la presa di decisione.

Esistono diverse tipologie di drill, in una progressione logica di complessità:

  • Drill a Ripetizione (Repetition Drills): Un partner esegue ripetutamente un singolo tipo di attacco (es. un fendente di coltello dall’alto). L’allievo deve rispondere con l’automatismo corretto, aumentando gradualmente velocità e potenza. Questo tipo di drill costruisce il riconoscimento istantaneo della minaccia e la fluidità della risposta.

  • Drill a Scelta Multipla (Variable Drills): Il partner può scegliere tra 2-3 tipi di attacco diversi. L’allievo non sa quale attacco arriverà e deve quindi riconoscere la minaccia e selezionare l’automatismo appropriato in una frazione di secondo. Questo allena la capacità di decisione sotto pressione.

  • Drill di Isolamento (Isolation Drills): Si concentra su una specifica fase o abilità. Ad esempio, si può iniziare un drill già in una posizione di svantaggio a terra, e l’unico obiettivo è riuscire a fuggire e a rialzarsi in sicurezza (usando la “rialzata tecnica”). Oppure si lavora solo sulla transizione dalla lotta in piedi alla proiezione.

  • Drill di Scenario (Scenario-Based Drills): Questo è il livello più alto e il più vicino alla realtà. L’istruttore crea uno scenario operativo realistico (es. “Sei di guardia notturna, una figura si avvicina e non risponde ai tuoi ordini. Reagisci.”). L’allievo deve gestire l’intera situazione, usando la comunicazione, la tattica e, se necessario, le tecniche MCM. Spesso questi drill vengono eseguiti con equipaggiamento completo e con l’uso di armi simulate (Simunition). Qui si testa non solo la tecnica, ma l’intera mentalità del soldato.

Il drill operativo è l’equivalente più diretto e funzionale del bunkai del kata. Ma invece di essere un’interpretazione statica e collaborativa, è una sperimentazione dinamica e oppositiva. È attraverso i drill che il soldato scopre veramente cosa funziona e cosa no, adattando le tecniche alla propria fisicità e imparando a gestire l’adrenalina e il caos dello scontro.

PARTE 4: PERCHÉ L’MCM RIFIUTA CONSAPEVOLMENTE LA FORMA DEL KATA

La scelta di abbandonare il modello del kata a favore del sistema automatismo/drill è una decisione filosofica ponderata, basata su una critica pragmatica della forma tradizionale nel contesto militare.

  1. Il Rischio della Deriva Estetica: Dal punto di vista militare, il pericolo più grande del kata è che possa diventare una “danza”. Il praticante, nel cercare la perfezione formale, può perdere di vista la funzione marziale, eseguendo movimenti esteticamente impeccabili ma privi di reale potenza o applicabilità. L’MCM, eliminando la forma solista, elimina questo rischio alla radice.
  2. Il Rifiuto della Complessità e del Simbolismo: Un kata è un testo complesso, stratificato, spesso con movimenti il cui significato non è immediatamente evidente. Questo richiede un lungo processo di studio e interpretazione. Un soldato non ha questo tempo. Ogni tecnica che impara deve avere uno scopo trasparente e immediato. L’MCM privilegia la chiarezza sulla complessità.
  3. L’Esigenza di Modularità e Adattabilità: Un kata è una struttura relativamente rigida. Modificarlo è un’operazione complessa che rischia di snaturarlo. L’MCM, invece, deve essere un sistema “modulare”. Se una nuova minaccia emerge sul campo, o se si scopre una tecnica più efficace, il sistema automatismo/drill permette di “scollegare” un vecchio modulo e “collegarne” uno nuovo con estrema facilità, senza dover riscrivere l’intera dottrina. Questa flessibilità è vitale per un sistema che deve rimanere all’avanguardia.

CONCLUSIONE: DALLA BIBLIOTECA ALLA CONVERSAZIONE – UNA PEDAGOGIA PER LA SOPRAVVIVENZA

In sintesi, l’equivalente del kata nel Metodo di Combattimento Militare non è un singolo oggetto, ma un processo pedagogico in due fasi: si imparano le “parole” e le “frasi” essenziali del combattimento attraverso la ripetizione massiva degli Automatismi, e poi si impara a usarle in una “conversazione” reale, imprevedibile e stressante attraverso i Drill Operativi.

Si potrebbe usare un’analogia: il sistema basato sui kata è come imparare una lingua studiando e memorizzando alla perfezione le grandi opere della sua letteratura classica. Si ottiene una profonda conoscenza della struttura, della grammatica e della bellezza della lingua. Il sistema MCM è come imparare un vocabolario di sopravvivenza di 300 parole e poi essere paracadutati nel paese per imparare a cavarsela parlando con la gente del posto. L’approccio è meno elegante, ma forse più rapidamente funzionale in un contesto di emergenza.

Entrambi i metodi hanno la loro validità e la loro dignità, ma rispondono a scopi diversi. Il kata cerca di preservare e trasmettere la totalità di un’arte complessa. Gli equivalenti dell’MCM hanno un unico, umile e brutale obiettivo: forgiare un soldato che, di fronte alla violenza, smetta di pensare e inizi, semplicemente e automaticamente, a sopravvivere.

UNA TIPICA SEDUTA DI ALLENAMENTO

Descrivere una tipica seduta di allenamento del Metodo di Combattimento Militare (MCM) significa entrare nel “laboratorio” dove viene forgiata la capacità di sopravvivenza del soldato. Non si tratta di una semplice lezione in palestra o in un dojo, ma di un evento addestrativo strutturato, intenso e finalizzato, dove ogni fase, dal riscaldamento al debriefing finale, è intrisa di uno scopo tattico preciso. L’atmosfera è di massima concentrazione, professionalità e serietà; l’obiettivo non è il benessere fisico o l’apprendimento di un’arte, ma la preparazione a scenari di violenza reale.

Sebbene i contenuti specifici possano variare in base al livello degli allievi (reclute, truppe operative, forze speciali) e agli obiettivi della giornata, la struttura di una sessione MCM segue tipicamente una progressione logica e collaudata, suddivisa in quattro fasi principali: la fase preparatoria, la fase di sviluppo tecnico, la fase applicativa e la fase conclusiva. Ciascuna di queste fasi è fondamentale per costruire, strato dopo strato, le competenze fisiche e mentali del combattente.

PARTE 1: LA FASE PREPARATORIA – COSTRUIRE LA MACCHINA E ORIENTARE LA MENTE

Questa fase iniziale, che occupa circa il 15-20% del tempo totale, ha il duplice scopo di preparare il corpo allo sforzo specifico del combattimento e di focalizzare la mente degli allievi sull’attività che li attende.

  • Il Briefing Iniziale La sessione non inizia mai con un generico “cominciamo”. L’Istruttore raduna il plotone o la squadra inquadrata e tiene un breve ma preciso briefing. Vengono enunciati chiaramente gli obiettivi didattici della giornata (ad esempio: “Oggi lavoreremo sulla difesa da attacco frontale di coltello, con focus sulla transizione al controllo a terra” oppure “Oggi ripasseremo gli automatismi di base e li applicheremo in un drill di scenario a bassa intensità”). Vengono inoltre ricordate le norme di sicurezza, sottolineando l’importanza del controllo e del rispetto del compagno di addestramento. Questo approccio imposta immediatamente un clima professionale e mission-oriented, facendo comprendere a ogni soldato il “perché” di ciò che sta per fare.

  • Il Riscaldamento Funzionale (Warming-up) Il riscaldamento nell’MCM non è mai generico. È un riscaldamento “funzionale”, ovvero progettato per attivare esattamente i muscoli, le articolazioni e gli schemi motori che verranno utilizzati durante il combattimento. Un tipico riscaldamento funzionale include:

    1. Mobilità Articolare: Esercizi dinamici per tutte le principali articolazioni (collo, spalle, gomiti, polsi, anche, ginocchia, caviglie). Lo scopo è “oliare” le articolazioni, aumentando il raggio di movimento e preparandole a sopportare le torsioni e le pressioni delle tecniche di lotta, riducendo il rischio di infortuni.
    2. Attivazione Neuromuscolare: Esercizi ludici ma intensi che “svegliano” il sistema nervoso e migliorano i tempi di reazione. Ad esempio, giochi di coppia dove bisogna toccare una parte del corpo del compagno prima che lui possa difenderla.
    3. Movimenti Propedeutici: Si eseguono movimenti che sono la base del combattimento. Le cadute (avanti, indietro, laterali) sono fondamentali per imparare ad assorbire l’impatto con il terreno senza infortunarsi. Il combattimento a vuoto (“shadow boxing”) viene eseguito non con tecniche pugilistiche, ma mimando gli automatismi MCM: parate con la schermata di braccia, gomitate, ginocchiate, calci bassi. Le andature animali (“animal walks” come la camminata dell’orso o del granchio) vengono usate per sviluppare forza integrata, stabilità del tronco (core stability) e coordinazione.
    4. Potenziamento Esplosivo: Una breve ma intensa serie di esercizi a corpo libero come burpees, squat jump o piegamenti pliometrici serve ad aumentare la frequenza cardiaca e ad attivare le fibre muscolari a contrazione rapida, quelle necessarie per i movimenti esplosivi del combattimento.

PARTE 2: LA FASE DI SVILUPPO TECNICO – “SCRIVERE” IL SOFTWARE NEL CORPO

Questa è la fase centrale della sessione, il cuore dell’apprendimento, dove le tecniche vengono “scritte” nel sistema nervoso dei soldati. L’approccio è progressivo, dal semplice al complesso.

  • La Pratica degli Automatismi L’istruttore presenta l’automatismo (la sequenza tecnica) del giorno. La metodologia di insegnamento è stratificata:

    1. Dimostrazione: L’istruttore esegue l’automatismo a velocità reale con un aiutante, per mostrare l’effetto finale, e poi lo scompone lentamente, spiegando ogni singolo passaggio e la sua logica tattica.
    2. Pratica a Vuoto: Gli allievi eseguono la sequenza da soli, “a vuoto”, per assimilare la meccanica del movimento senza la distrazione di un partner.
    3. Pratica Collaborativa (“a Specchio”): Gli allievi si mettono in coppia e praticano la sequenza a bassissima velocità e senza alcuna resistenza. Un partner esegue l’attacco previsto e l’altro esegue l’automatismo di difesa. In questa fase, l’obiettivo è la perfezione formale, la coordinazione e la fluidità del gesto. L’istruttore si muove tra le coppie, correggendo posture, traiettorie e dettagli.
    4. Aumento Graduale dell’Intensità: Una volta che il movimento è stato assimilato, si aumenta gradualmente la velocità e la potenza, mantenendo sempre il controllo per garantire la sicurezza.
  • L’Introduzione dei Drill Progressivi Una volta che l’automatismo è stato praticato in isolamento, viene inserito in un “drill”, un’esercitazione più dinamica che ne simula l’applicazione. Anche qui la progressione è fondamentale. Si parte con un drill a ripetizione, dove un partner “alimenta” l’altro con un singolo tipo di attacco per affinare la reazione. Si passa poi a un drill con resistenza passiva, dove il partner che attacca oppone una leggera resistenza, costringendo chi difende a usare più forza e una tecnica più pulita per avere successo. Infine, si può arrivare a un drill con resistenza attiva leggera, dove l’attaccante cerca a sua volta di contrastare le azioni del difensore.

PARTE 3: LA FASE APPLICATIVA – IL TEST SOTTO PRESSIONE

Questa è la fase che più distingue l’addestramento MCM. L’obiettivo è testare se le abilità apprese nella fase tecnica “reggono” quando vengono introdotte le variabili del caos, della fatica e dello stress.

  • I Drill di Scenario (Scenario-Based Drills) L’istruttore crea uno scenario realistico e immerge gli allievi in esso. Questo è il momento in cui si passa dal “cosa fare” al “quando e perché farlo”. In questa fase, spesso vengono utilizzati equipaggiamenti protettivi (caschi, guantoni, corpetti, conchiglie) e armi simulate (coltelli di gomma, pistole di plastica “blue guns”). Un esempio di scenario potrebbe essere:
    • Scenario di Stress da Fatica: L’istruttore sottopone una squadra a un circuito di esercizi fisici estenuanti (corsa con pesi, trasporto di un compagno, serie di burpees). Al culmine della fatica, senza preavviso, scatta lo scenario, ad esempio un attacco da parte di un aggressore (interpretato da un altro istruttore con protezioni). Lo scopo è verificare se il soldato riesce a eseguire le tecniche MCM anche in uno stato di affanno e di esaurimento fisico, simulando le condizioni di un combattimento reale.
    • Scenario Tattico: Viene simulata una situazione operativa, come un pattugliamento o un controllo a un checkpoint. Gli allievi devono interagire con figure ostili (sempre interpretate da altri soldati), usando le corrette procedure di comunicazione e di escalation della forza. La tecnica MCM diventa l’ultima risorsa da usare solo se la situazione degenera. Qui si allena la capacità di giudizio e di applicare il corretto livello di forza.

PARTE 4: LA FASE CONCLUSIVA – RAFFREDDARE I MOTORI E ASSIMILARE LA LEZIONE

La sessione non termina bruscamente con la fine dell’ultimo esercizio. La fase conclusiva è fondamentale per consolidare l’apprendimento e per riportare il corpo e la mente a uno stato di normalità.

  • Il Defaticamento (Cool-down) Include esercizi di stretching leggero e, soprattutto, tecniche di respirazione controllata. Questo ha un duplice scopo: aiutare il recupero muscolare e, cosa ancora più importante, insegnare al soldato a “disinnescare” attivamente lo stato di allerta e di aggressività indotto dalla fase applicativa. Imparare a calmare il proprio sistema nervoso è un’abilità cruciale tanto quanto imparare a combattere.

  • Il Debriefing (After-Action Review – AAR) Questo è un momento cardine della cultura militare. L’istruttore raduna nuovamente la truppa e conduce una breve analisi della sessione.

    1. Riepilogo: Vengono riepilogati gli obiettivi della giornata e si valuta se sono stati raggiunti.
    2. Critiche Costruttive: L’istruttore evidenzia gli errori più comuni commessi durante la sessione, fornendo correzioni e suggerimenti per il miglioramento collettivo.
    3. Feedback degli Allievi: Viene dato spazio alle domande e alle impressioni degli allievi. “Quale tecnica avete trovato più difficile? In quale punto dello scenario vi siete sentiti in difficoltà?”. Questo dialogo è essenziale per risolvere dubbi e per permettere agli istruttori di calibrare le lezioni future. La sessione si conclude con un saluto formale. I soldati non lasciano la palestra con la sensazione di aver solo “fatto sport”, ma con la consapevolezza di aver completato un modulo addestrativo professionale e significativo.

In conclusione, una tipica seduta di allenamento di MCM è una simulazione di sopravvivenza attentamente orchestrata. È un processo che costruisce il soldato in modo olistico, partendo dalla preparazione fisica e mentale, passando per l’apprendimento meticoloso della tecnica, fino alla sua verifica in scenari caotici e stressanti. Ogni minuto è finalizzato a creare un combattente resiliente, efficiente e capace di applicare soluzioni semplici ed efficaci nelle condizioni peggiori immaginabili.

GLI STILI E LE SCUOLE

La domanda sugli “stili” e le “scuole” del Metodo di Combattimento Militare (MCM) apre una finestra sulla sua natura più profonda e sulla sua differenza fondamentale rispetto a qualsiasi arte marziale tradizionale. Per rispondere in modo esaustivo, è necessario chiarire un punto di partenza inequivocabile: l’MCM, per sua stessa definizione e scopo, non possiede stili diversi al suo interno. Il concetto di “stile” (come lo Shotokan e il Goju-ryu nel Karate, o lo Yang e il Chen nel Taijiquan), che implica una diversa interpretazione tecnica, filosofica e formale di un’arte, è l’esatto contrario dell’obiettivo per cui l’MCM è stato creato. La sua genesi risponde infatti all’esigenza di superare una frammentazione di metodi e di fornire a tutta la Forza Armata un’unica, uniforme e standardizzata dottrina di combattimento.

Tuttavia, l’assenza di stili interni non significa che l’argomento sia privo di profondità. Per comprenderne appieno l’ecosistema, possiamo analizzare il concetto di “scuole e stili” attraverso tre lenti interpretative, che ne rivelano le sfumature applicative, le radici concettuali e la struttura istituzionale:

  1. Le diverse “enfasi applicative” del metodo, che variano in base al profilo di missione dei reparti.
  2. Le “scuole di pensiero”, sia storiche che moderne, che ne hanno influenzato lo sviluppo.
  3. Le “scuole” in senso letterale e istituzionale, ovvero gli enti militari preposti alla sua custodia e diffusione, e la sua “casa madre”.

PARTE 1: L’UNIFORMITÀ DELLA DOTTRINA E LE “ENFASI APPLICATIVE”

La standardizzazione è un pilastro della dottrina militare moderna. In un’organizzazione complessa come un esercito, è vitale che i soldati parlino la stessa “lingua” tattica, che possano operare insieme senza frizioni e che i livelli di addestramento siano omogenei. La creazione di un unico metodo di combattimento corpo a corpo risponde a questa logica. Un soldato trasferito da un reggimento all’altro deve potersi integrare immediatamente, sapendo che le procedure di base, inclusa la difesa personale, sono le stesse.

Nonostante questa ferrea uniformità dottrinale, è innegabile che l’applicazione dell’MCM assuma sfumature e focus diversi a seconda della specializzazione del reparto. Non si tratta di “stili” differenti, ma di “enfasi applicative”: pur partendo da un identico programma di base, alcune unità dedicano più tempo e risorse a specifici moduli del sistema, quelli più pertinenti alla loro missione primaria.

  • Enfasi delle Forze Speciali (9° Reggimento “Col Moschin”): Per un Incursore, il combattimento ravvicinato è una competenza di vertice. L’enfasi del loro addestramento MCM è sulla letalità, sulla rapidità e sulla discrezione. Vengono approfonditi al massimo livello i moduli relativi al combattimento con e contro armi bianche, alle tecniche di neutralizzazione silenziosa e all’integrazione del corpo a corpo con le procedure di tiro istintivo a distanza quasi zero. Il loro “sapore” di MCM è più aggressivo, più complesso e perfettamente cucito addosso a operazioni ad altissimo rischio, dove non c’è margine di errore.

  • Enfasi delle Unità di Fanteria d’Élite (Brigata Paracadutisti “Folgore”): Per un paracadutista, che opera come punta di lancia nelle missioni internazionali, l’MCM è uno strumento fondamentale per la gestione di scenari caotici. L’enfasi viene posta sulla versatilità. Grande attenzione è dedicata ai moduli di CQC (Close Quarters Combat) per le irruzioni in edifici, alla gestione delle transizioni (dal fuoco al corpo a corpo e viceversa) e alle tecniche di controllo della folla e di gestione di individui non cooperativi, tipiche delle missioni di “peace-enforcement”. La loro applicazione è orientata a risolvere problemi pratici e ricorrenti in ambienti urbani e affollati.

  • Enfasi delle Unità di Polizia Militare (Carabinieri in missioni militari): Per il personale che svolge compiti di polizia militare, l’enfasi si sposta naturalmente verso il “continuum della forza” e le opzioni meno che letali. Pur conoscendo l’intero sistema, dedicano una cura particolare ai moduli di controllo, immobilizzazione, leve articolari non invalidanti e tecniche di ammanettamento. Il loro obiettivo primario non è quasi mai la neutralizzazione fisica dell’avversario, ma la sua cattura e messa in sicurezza nel rispetto delle procedure legali.

Queste diverse sfumature dimostrano la flessibilità del sistema, capace di adattarsi a esigenze diverse pur mantenendo un nucleo dottrinale comune e immutabile per tutti.

PARTE 2: LE “SCUOLE DI PENSIERO” – LE RADICI STORICHE E LE INFLUENZE MODERNE

Se l’MCM non ha stili interni, il suo sviluppo è stato però profondamente influenzato da diverse “scuole di pensiero” marziali e militari, sia italiane che straniere. L’MCM è una sintesi moderna, un distillato del meglio che il mondo del combattimento potesse offrire al momento della sua creazione.

  • Le Scuole Storiche Italiane: Un’Eredità Concettuale

    • La Tradizione dell’Abrazare e il “Flos Duellatorum”: Esiste una connessione concettuale, se non tecnica, con la grande tradizione marziale del Rinascimento italiano. Maestri come Fiore dei Liberi proponevano un sistema di combattimento integrato, dove la lotta a mani nude (abrazare), l’uso del pugnale e della spada non erano discipline separate, ma parti di un unico sapere. Questa visione olistica del combattente, capace di passare fluidamente da un’arma all’altra o alle mani nude, è la stessa filosofia che anima l’MCM. L’MCM è, in questo senso, un lontano erede di questa antica scuola di pensiero italiana.
    • La Scuola degli Arditi: L’influenza più diretta e spirituale è quella degli Arditi della Prima Guerra Mondiale. La “scuola di pensiero” degli Arditi non era basata su tecniche raffinate, ma su una mentalità: assalto, sorpresa, velocità, aggressività travolgente e dominio psicologico del nemico a distanza ravvicinata con pugnale e bombe a mano. Questa è esattamente la mentalità che l’MCM cerca di instillare nel soldato moderno. L’Ardito è il nonno spirituale del praticante di MCM.
  • Le Scuole di Pensiero Moderne: Le Influenze nella Sintesi Le commissioni che hanno sviluppato l’MCM hanno agito con pragmatismo, studiando e prendendo ispirazione dai sistemi di combattimento più efficaci al mondo.

    • Krav Maga: Il sistema di combattimento militare israeliano è stato certamente un’influenza chiave. Sviluppato anch’esso per esigenze militari e di sopravvivenza, il Krav Maga condivide con l’MCM la filosofia di base: focus sulla semplicità, attacco a punti sensibili, aggressività, e un approccio basato sulla risoluzione di problemi reali (difesa da minacce armate, ecc.).
    • Sistemi Combatives Americani: Anche i programmi di combattimento dell’esercito statunitense (U.S. Army Combatives Program) sono stati un punto di riferimento. In particolare, l’enfasi che questi sistemi, a partire dagli anni ’90, hanno posto sulla lotta a terra – mutuando moltissimo dal Jiu-Jitsu Brasiliano (BJJ) della famiglia Gracie – ha sicuramente influenzato lo sviluppo del modulo di lotta al suolo dell’MCM, con la sua enfasi sul posizionamento e sul controllo.
    • Arti Marziali Funzionali: L’MCM ha “saccheggiato” i principi più efficaci da diverse discipline sportive e marziali, spogliandoli della loro componente sportiva o rituale. Dalla Muay Thai ha preso l’efficacia devastante delle ginocchiate e delle gomitate nel clinch. Dal Pugilato occidentale ha mutuato principi di biomeccanica del colpo e di lavoro di piedi per la generazione della potenza. Dalla Lotta (greco-romana e libera) e dal Judo ha attinto ai principi di sbilanciamento e alle proiezioni più semplici e potenti.

L’MCM non è quindi una copia di nessuno di questi sistemi, ma una sintesi originale e intelligente, adattata specificamente alle esigenze, alla cultura e all’equipaggiamento del soldato italiano.

PARTE 3: LE “SCUOLE” ISTITUZIONALI – I CENTRI DI ECCELLENZA E LA CASA MADRE

Se si interpreta il termine “scuola” in senso letterale, come luogo di formazione e di custodia della dottrina, allora l’MCM ha una struttura molto chiara e gerarchica.

  • La “Casa Madre”: Lo Stato Maggiore dell’Esercito L’unica e sola “casa madre” (hombu dojo in termini giapponesi) a cui tutte le attività ufficiali di MCM fanno capo è lo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano (SME). È l’istituzione che detiene la “proprietà intellettuale” del metodo, che ne approva la dottrina, che ne dirige gli aggiornamenti e che ne supervisiona la diffusione. Non esistono “organizzazioni mondiali” o federazioni civili affiliate all’MCM. Qualsiasi corso o scuola che al di fuori dell’ambito militare dichiari di insegnare l’MCM lo fa senza alcuna autorizzazione o certificazione ufficiale da parte dell’Esercito. L’MCM è un sistema militare, di proprietà dello Stato, per uso militare.

  • La “Scuola” per Eccellenza: La Scuola di Fanteria di Cesano Il principale centro di formazione, la “scuola” nel senso più nobile del termine, è la Scuola di Fanteria dell’Esercito a Cesano di Roma. Questo istituto è il cuore pulsante dell’MCM, il luogo dove la dottrina viene preservata e diffusa al più alto livello. Le sue funzioni sono:

    1. Formazione e Certificazione degli Istruttori: È qui che si tengono i selettivissimi corsi per diventare Istruttore o Aiuto-Istruttore di MCM. La Scuola garantisce che solo i migliori, sia tecnicamente che didatticamente, ottengano la qualifica.
    2. Garanzia della Standardizzazione: La Scuola è il garante dell’uniformità della dottrina. Assicura che un Istruttore qualificato a Cesano insegni lo stesso identico programma di un altro, in qualsiasi parte d’Italia, evitando così personalizzazioni o “deviazioni stilistiche”.
    3. Centro di Sviluppo e Sperimentazione: In collaborazione con lo SME, la Scuola funge da centro per testare nuove metodologie di allenamento e per contribuire all’aggiornamento del programma.
  • I Centri di Addestramento Specialistici: Oltre alla Scuola di Fanteria, che rappresenta l’università centrale, esistono altre “scuole” specialistiche all’interno dei singoli reparti d’élite. I centri di addestramento specifici delle Forze Speciali o della Brigata Folgore, ad esempio, funzionano come “scuole di specializzazione avanzata”, dove il programma MCM di base viene approfondito e integrato con le discipline specifiche di quel reparto.

CONCLUSIONE: UN UNICO STILE, MOLTEPLICI RADICI, UNA SOLA SCUOLA

In conclusione, il mondo degli “stili e delle scuole” dell’MCM è un affascinante paradosso. Il sistema è, per scelta deliberata, uno stile unico, standardizzato e centralizzato, per rispondere a un’imprescindibile esigenza di uniformità militare.

Tuttavia, questo stile unico è il risultato di una sintesi complessa, influenzata da una molteplicità di radici e “scuole di pensiero”, che vanno dall’audacia degli Arditi italiani all’efficacia del Krav Maga israeliano, dimostrando una grande apertura mentale e un pragmatismo assoluto nel suo processo di creazione.

Infine, esso possiede una sola e unica “scuola” in senso istituzionale e gerarchico: l’Esercito Italiano, che agisce attraverso la sua “casa madre”, lo Stato Maggiore, e il suo principale polo accademico, la Scuola di Fanteria. Questa struttura chiusa e centralizzata, così diversa dal mondo frammentato e commerciale delle arti marziali civili, non è un limite, ma la sua più grande forza, la garanzia che l’MCM rimanga ciò per cui è nato: uno strumento professionale, efficace e coerente al servizio del soldato italiano.

LA SITUAZIONE IN ITALIA

Analizzare la “situazione in Italia” per il Metodo di Combattimento Militare (MCM) richiede di navigare un panorama complesso e di operare una distinzione fondamentale, senza la quale ogni descrizione risulterebbe imprecisa. La realtà dell’MCM nel nostro paese si sviluppa infatti su due binari paralleli ma nettamente separati: da un lato, la sfera istituzionale e militare, dove il metodo è una dottrina ufficiale, centralizzata e non pubblica; dall’altro, la sfera civile, un mondo variegato e frammentato dove i principi del combattimento militare vengono reinterpretati e adattati per un’utenza non militare.

Comprendere questa dicotomia è l’unica via per dipingere un quadro accurato e neutrale. Questo approfondimento esplorerà in dettaglio entrambi i mondi. Prima, analizzeremo la struttura, la gestione e l’evoluzione dell’MCM all’interno del suo alveo naturale, le Forze Armate. Successivamente, osserveremo come l’eco di questa dottrina si sia propagato nel settore privato della difesa personale, generando un fenomeno culturale e commerciale che, pur traendo ispirazione dall’originale, vive di vita propria, con proprie regole, attori e finalità.

PARTE 1: LA SFERA ISTITUZIONALE – L’MCM COME DOTTRINA DELLO STATO

All’interno del suo contesto ufficiale, la situazione dell’MCM è chiara, strutturata e gerarchicamente definita. L’MCM è a tutti gli effetti un “asset” strategico dello Stato, un programma di addestramento di proprietà dell’Esercito Italiano la cui gestione è rigorosamente controllata.

  • La Gestione e la Custodia della Dottrina Come già accennato, non esistono enti esterni o federazioni che governano l’MCM. L’unica “casa madre” e autorità suprema in materia è lo Stato Maggiore dell’Esercito (SME). È il vertice della Forza Armata che definisce la dottrina, approva i manuali (“pubblicazioni dottrinali”), stabilisce i requisiti e dirige l’evoluzione del metodo.

    Il braccio operativo di questa gestione, il centro di eccellenza per la formazione e la standardizzazione, è la Scuola di Fanteria dell’Esercito con sede a Cesano di Roma. Questa istituzione ha il compito fondamentale di:

    1. Formare e Certificare i Quadri Istruttori: Presso la Scuola si svolgono i selettivi corsi per ottenere la qualifica di “Istruttore di Metodo di Combattimento Militare” o “Aiuto-Istruttore”. Superare questo corso è l’unico modo per essere abilitati ufficialmente all’insegnamento dell’MCM all’interno delle Forze Armate.
    2. Garantire l’Uniformità: La Scuola agisce come garante della coerenza del sistema. Assicura che la dottrina insegnata in un reggimento alpino sia identica a quella insegnata in un reggimento di bersaglieri o di paracadutisti, evitando personalizzazioni che potrebbero minare l’interoperabilità tra le unità.
  • La Diffusione nella Forza Armata Una volta qualificati, gli istruttori vengono assegnati ai rispettivi reparti di appartenenza, dove diventano i referenti per l’addestramento al combattimento corpo a corpo. La diffusione dell’MCM è quindi capillare e integrata nel programma addestrativo di ogni unità. Le reclute, durante il loro addestramento di base, ricevono i primi rudimenti del sistema. Le unità operative, invece, svolgono sessioni di mantenimento e approfondimento periodiche, che diventano più intense e specifiche in preparazione a un impiego in teatro operativo. Lo stato attuale vede l’MCM come una componente matura, consolidata e universalmente riconosciuta come essenziale nella preparazione di ogni soldato.

  • Evoluzione Continua e Siti Istituzionali L’MCM è un sistema vivo. Lo Stato Maggiore dell’Esercito, attraverso i suoi uffici competenti, analizza costantemente i dati e i feedback provenienti dalle missioni internazionali. Le esperienze dei soldati sul campo vengono raccolte e studiate per identificare eventuali criticità o nuove esigenze, che possono portare a periodici aggiornamenti della dottrina. Questo garantisce che il metodo non diventi mai obsoleto, ma rimanga sempre aderente alle mutevoli sfide del combattimento moderno.

    Gli unici riferimenti web ufficiali e autorevoli per le attività dell’Esercito, che includono implicitamente l’MCM come parte dell’addestramento, sono quelli istituzionali:

PARTE 2: LA SFERA CIVILE – L’ECO DEL COMBATTIMENTO MILITARE

Accanto al mondo chiuso e regolamentato delle Forze Armate, esiste in Italia un fiorente e variegato settore privato della difesa personale che, negli ultimi decenni, ha visto una crescente domanda per sistemi di combattimento percepiti come più “reali” ed “efficaci” delle arti marziali tradizionali. È in questo contesto che nasce e si sviluppa l’eco dell’MCM.

  • La Nascita di Sistemi “Ispirati a” Molti professionisti della sicurezza con un passato nelle Forze Armate o nelle Forze dell’Ordine, una volta terminato il servizio attivo, hanno scelto di mettere a frutto la loro enorme esperienza, fondando scuole e associazioni private. Questi fondatori, spesso ex-istruttori militari o veterani di reparti d’élite, hanno creato dei propri sistemi di difesa personale.

    È fondamentale sottolineare, con la massima chiarezza e neutralità, che queste organizzazioni private non insegnano l’MCM ufficiale. Non ne hanno l’autorizzazione e non possono rilasciare certificazioni MCM riconosciute dal Ministero della Difesa. Ciò che insegnano sono sistemi di difesa personale basati sui principi del combattimento militare, o metodi che rappresentano una sintesi personale dell’esperienza del fondatore. Spesso, per segnalare questa affinità concettuale, utilizzano nomi come “Combattimento Operativo”, “Difesa Personale Militare”, “Close Combat System” e simili.

  • Caratteristiche e Frammentazione Questi sistemi civili “di derivazione militare” condividono generalmente alcune caratteristiche: un approccio diretto e senza fronzoli, un focus sulla semplicità delle tecniche, l’uso di scenari realistici e di addestramenti sotto stress, e una forte enfasi sulla mentalità del sopravvissuto.

    A differenza della sfera militare, quella civile è estremamente frammentata. Non esiste una federazione o un ente di promozione sportiva (come ad esempio la FIJLKAM per Judo, Lotta, Karate) che unisca queste realtà. Il settore è composto da decine di associazioni sportive dilettantistiche (A.S.D.), scuole private e istruttori individuali, ciascuno con il proprio programma, la propria metodologia didattica e il proprio percorso di certificazione interno per gli istruttori. Questa diversità offre al cittadino un’ampia scelta, ma richiede anche un’attenta valutazione al momento di selezionare un corso.

PARTE 3: MAPPATURA DI ESEMPI DI ENTI E ASSOCIAZIONI

Di seguito viene fornito un elenco, a titolo puramente informativo ed esemplificativo, di alcune delle realtà presenti sul territorio italiano che operano nel settore della difesa personale di ispirazione militare. L’inclusione in questa lista non costituisce un’approvazione o una valutazione di merito, ma intende offrire una panoramica neutrale del panorama esistente, nel rispetto dei principi di imparzialità.

NOTA BENE: Si ribadisce che le seguenti organizzazioni sono entità private e non sono affiliate ufficialmente con l’Esercito Italiano né autorizzate a insegnare il programma ufficiale MCM.

  • KMA – Krav Maga Academy

    • Descrizione: Fondata da un ex-militare con esperienza nelle Forze Speciali, propone un sistema di difesa personale e combattimento corpo a corpo che integra i principi del combattimento militare con le tecniche del Krav Maga.
    • Sito Web: https://www.kravmagaacademy.it/
  • A.K.E.A. – Accademia Krav-Maga dell’Est Europa

    • Descrizione: Sebbene il nome richiami il Krav-Maga, questa accademia con numerose sedi in Italia è stata fondata da un ex-ufficiale delle Forze Speciali italiane e basa i suoi insegnamenti sull’esperienza operativa e sui metodi di combattimento militari.
    • Sito Web: https://www.akea.it/
  • FISFO – Federazione Italiana Sicurezza e Difesa Personale Operativa

    • Descrizione: Si presenta come una federazione che riunisce diverse discipline orientate alla sicurezza e alla difesa operativa. Offre percorsi formativi in vari settori, inclusi alcuni basati su metodologie di derivazione militare.
    • Sito Web: https://www.fisfo.it/
  • Team Calimera – Close Combat System

    • Descrizione: Guidato da un istruttore con un background nelle arti marziali e nel settore della sicurezza, propone un sistema di Close Combat che sintetizza tecniche derivate da contesti operativi e militari.
    • Sito Web: https://www.teamcalimera.it/
  • SCRAM – Scuola di Combattimento Ravvicinato e Arti Marziali

    • Descrizione: Scuola che offre diversi corsi, tra cui un programma di “Combattimento Ravvicinato Militare” basato sull’esperienza e le metodologie acquisite in tale ambito dal suo fondatore.
    • Sito Web: http://www.scram.it/
  • Federkravmaga – FKMI

    • Descrizione: Un’altra delle maggiori federazioni di Krav Maga in Italia, spesso i suoi istruttori vantano un background nelle forze armate o di polizia e i programmi integrano principi tattici e di mentalità di derivazione operativa.
    • Sito Web: https://www.federkravmaga.it/
  • Organizzazioni Europee e Mondiali Per quanto riguarda l’MCM, è fondamentale ribadire che, essendo un sistema nazionale dell’Esercito Italiano, non esistono federazioni o enti di riferimento ufficiali a livello europeo o mondiale. Altri paesi hanno i loro sistemi militari (ad esempio il Defensive Tactics System delle forze armate britanniche o i vari programmi Combatives statunitensi), ma questi sono indipendenti e non collegati all’MCM. Le grandi federazioni internazionali che si possono incontrare (es. IKMF, KMG, IKMA per il Krav Maga) governano i loro rispettivi stili civili e non hanno alcuna affiliazione con il metodo militare italiano.

CONCLUSIONE: UN ECOSISTEMA COMPLESSO TRA STATO E PRIVATO

La “situazione in Italia” per il Metodo di Combattimento Militare è quindi quella di un ecosistema duale. Da un lato abbiamo una dottrina militare ufficiale, l’MCM, gestita in modo esclusivo, centralizzato e altamente professionale dallo Stato per i propri soldati. È un sistema robusto, in continua evoluzione e non accessibile al pubblico.

Dall’altro lato, un mercato civile dinamico e frammentato, dove la crescente domanda di realismo nella difesa personale ha favorito la nascita di numerose scuole e associazioni. Queste realtà, spesso di alta qualità e fondate da professionisti con un solido background, offrono al pubblico sistemi di combattimento efficaci e moderni che, pur non essendo l’MCM ufficiale, ne condividono la filosofia e i principi ispiratori.

Comprendere questa netta separazione tra la sfera istituzionale e quella privata è l’unica chiave di lettura corretta per orientarsi in un panorama affascinante e complesso, testimonianza di come una dottrina nata per la guerra possa generare un’eco profonda anche nella società civile, alla costante ricerca di sicurezza e consapevolezza.

TERMINOLOGIA TIPICA

Il linguaggio è lo specchio di una cultura, e la terminologia del Metodo di Combattimento Militare (MCM) non fa eccezione. Analizzare le parole e le espressioni che ne costituiscono il lessico significa compiere un’immersione profonda nella sua filosofia, nel suo pragmatismo e nella sua radicale differenza rispetto alle arti marziali tradizionali. A differenza di queste ultime, che spesso utilizzano un vocabolario ricco di termini stranieri (giapponesi, cinesi, coreani) per preservare una tradizione e un lignaggio, l’MCM compie una scelta deliberata e opposta: adotta un linguaggio semplice, descrittivo, funzionale e quasi esclusivamente italiano.

Questa non è una scelta casuale o dettata da mero nazionalismo, ma una precisa decisione di design funzionale. In un contesto di combattimento, dove lo stress annienta le facoltà cognitive complesse e dove le decisioni devono essere prese in frazioni di secondo, la chiarezza e l’immediatezza della comunicazione sono vitali. Il linguaggio, proprio come le tecniche, deve essere uno strumento efficiente e privo di ambiguità. Non c’è tempo per traduzioni mentali o per decifrare concetti esoterici.

Questo approfondimento esplorerà la terminologia tipica dell’MCM, non come un semplice glossario, ma come un’analisi del “perché” dietro la scelta di ogni parola. Suddivideremo il lessico in aree tematiche – dai principi fondamentali alla descrizione delle tecniche, dalle fasi del combattimento al gergo dell’addestramento – per dimostrare come ogni termine sia un mattone che contribuisce a costruire l’edificio di una mentalità concepita per un unico scopo: la sopravvivenza.

PARTE 1: IL LESSICO DEI PRINCIPI FONDAMENTALI – LE PAROLE CHE PLASMANO LA MENTALITÀ

Alla base dell’MCM vi sono alcuni concetti chiave che ne definiscono l’approccio psicologico e strategico. I termini usati per descriverli sono stati scelti per il loro impatto e la loro chiarezza concettuale.

  • Automatismo Questo è forse il termine più importante della pedagogia MCM. Un “automatismo” è una breve sequenza di 2-4 movimenti, studiata per rispondere a una specifica minaccia, che viene ripetuta migliaia di volte fino a diventare una reazione condizionata, quasi un riflesso. La scelta della parola “automatismo” invece di “forma” o “kata” è filosoficamente cruciale. “Kata” evoca un’idea di tradizione, di estetica, di una sequenza da preservare. “Automatismo”, al contrario, è un termine mutuato dalla fisiologia e dalla psicologia. Sottolinea il risultato finale (la reazione automatica del corpo) piuttosto che l’oggetto in sé. Indica un processo di programmazione neuromuscolare, un approccio scientifico che mira a “scrivere” un software nel sistema nervoso del soldato. Evoca l’immagine di una macchina efficiente, non quella di un artista marziale.

  • Aggressività Controllata Questa espressione è un ossimoro che racchiude perfettamente la sofisticata mentalità richiesta al soldato moderno.

    • Aggressività: Questa parte del termine sancisce la necessità di prendere l’iniziativa, di dominare lo scontro, di non essere passivi. Sottolinea una risposta proattiva e travolgente, finalizzata a sopraffare psicologicamente e fisicamente l’avversario.
    • Controllata: Questo aggettivo è il correttivo fondamentale che distingue il soldato da un violento. Indica che l’aggressività è uno strumento tattico, non una perdita di controllo. È un’azione deliberata, applicata con la giusta intensità e durata, sempre nel rispetto delle Regole d’Ingaggio (ROE). La “controllo” implica che questa aggressività può e deve essere “spenta” non appena la minaccia è cessata, permettendo al soldato di tornare a uno stato di lucidità tattica.
  • Mentalità del Sopravvissuto (o Mentalità del Combattente) Questo concetto descrive lo stato psicologico che l’addestramento MCM mira a costruire. A differenza di espressioni più eteree come “spirito del guerriero” o “fudoshin” (mente impassibile) delle arti marziali giapponesi, “mentalità del sopravvissuto” è un’espressione cruda e pragmatica. Implica un focus totale sull’obiettivo primario (la sopravvivenza per continuare la missione), l’accettazione realistica della possibilità di essere feriti, e una determinazione incrollabile a non arrendersi mai. È una mentalità basata sulla resilienza e sulla valutazione del rischio, non su un codice d’onore astratto.

  • Continuum della Forza Termine dottrinale fondamentale, che ogni soldato deve comprendere a fondo. Descrive la scala progressiva dell’uso della forza, che parte dalla semplice presenza fisica e dai comandi verbali, passa per il contatto fisico non lesivo (controllo), per poi salire alle tecniche di combattimento debilitanti e, solo come ultima risorsa, alla forza letale. La conoscenza di questo “continuum” è ciò che inquadra legalmente ed eticamente l’uso delle tecniche MCM, assicurando che la risposta sia sempre proporzionata alla minaccia.

PARTE 2: LA TERMINOLOGIA DELLA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” – LA CHIAREZZA DELL’AZIONE

Quando si passa alla descrizione delle tecniche fisiche, la scelta di un lessico descrittivo e trasparente diventa ancora più evidente. I nomi delle tecniche non sono evocativi o simbolici, ma indicano semplicemente quale parte del corpo si usa o quale effetto si produce.

  • Le Tecniche di Guardia e Percussione

    • Schermata di Braccia: Invece di usare termini generici come “guardia”, si usa “schermata”. La parola “schermo” evoca immediatamente l’immagine di una barriera, di uno scudo protettivo. È un termine funzionale che descrive lo scopo primario di questa postura: creare una barriera difensiva con gli avambracci.
    • Colpo di Palmo, Colpo di Gomito, Colpo di Ginocchio, Calcio Basso: La nomenclatura è di una semplicità disarmante. Si nomina la parte del corpo usata per colpire. Non c’è bisogno di memorizzare termini come teisho-uchi (colpo con la base del palmo) o hiza-geri (calcio di ginocchio). L’immediatezza della lingua italiana elimina ogni possibile confusione e accelera l’apprendimento.
  • Le Tecniche di Controllo e Lotta

    • Chiave Articolare: La parola “chiave” è una metafora perfetta e di uso comune in italiano per descrivere un meccanismo. Una “chiave articolare” è una tecnica che sfrutta i principi della biomeccanica per “aprire” o forzare un’articolazione, proprio come una chiave apre una serratura. È un termine ingegneristico, non marziale, che sottolinea l’approccio scientifico del sistema.
    • Controllo: Un termine volutamente ampio che descrive qualsiasi azione volta a dominare e immobilizzare un avversario, spesso senza la necessità di causare un danno permanente. “Mettere in controllo” un soggetto è un’espressione chiave nel lessico operativo.
    • Proiezione / Atterramento / Sbilanciamento: Anche qui, i termini descrivono l’effetto fisico. “Proiezione” indica l’azione di lanciare il corpo dell’avversario lungo una traiettoria. “Atterramento” è ancora più diretto: significa semplicemente “far cadere a terra”. “Sbilanciamento” si concentra sul principio utilizzato per ottenere la caduta, ovvero la distruzione dell’equilibrio dell’avversario.

PARTE 3: IL LINGUAGGIO DELLE FASI DEL COMBATTIMENTO E DELLE ARMI

Anche la descrizione delle dinamiche dello scontro e dell’interazione con le armi adotta un linguaggio moderno e tattico.

  • Gestione della Distanza: Questa non è una terminologia nata con l’MCM, ma è stata adottata dalla moderna teoria del combattimento. Inquadra lo scontro non come una rissa, ma come un problema di geometria e di posizionamento spaziale da risolvere tatticamente.
  • Clinch: Curiosamente, questo è uno dei pochi termini inglesi che viene mantenuto. La ragione è puramente pragmatica. “Clinch” è diventato un termine tecnico universalmente riconosciuto a livello internazionale per descrivere la fase di lotta corpo a corpo in piedi. Ha un significato così preciso e consolidato che tradurlo con “avvinghiamento” o “corpo a corpo stretto” sarebbe meno immediato. La sua adozione dimostra l’assenza di dogmi linguistici dell’MCM: si usa la parola più efficiente, a prescindere dalla sua origine.
  • Lotta a Terra: Un’espressione semplice e diretta che definisce in modo inequivocabile il contesto del combattimento.
  • Ritenzione dell’Arma: Un termine tecnico moderno per un problema moderno. È puramente descrittivo della sua funzione: l’insieme di tecniche usate per mantenere il possesso della propria arma durante uno scontro fisico.
  • Disarmo: Come per gli altri termini, descrive l’obiettivo finale dell’azione: privare l’avversario della sua arma. È un termine di uso comune e di comprensione istantanea.

PARTE 4: IL GERGO DELL’ADDESTRAMENTO – LE PAROLE DELLA PRATICA QUOTIDIANA

Oltre alla terminologia ufficiale, esiste un ricco lessico informale, un gergo che si sviluppa durante le ore di addestramento e che diventa parte della cultura del reparto.

  • “Drill” e “Scenario”: Come “clinch”, anche questi sono anglicismi adottati per la loro efficacia. “Drill” ha una lunga tradizione nel linguaggio militare internazionale e descrive perfettamente un’esercitazione strutturata e ripetitiva. “Scenario” è il termine universalmente usato per descrivere un’esercitazione basata su una situazione simulata. La loro adozione semplifica la comunicazione in un contesto, quello della NATO, sempre più internazionalizzato.
  • “Fare gli automatismi”: Questa è la frase che i soldati usano per descrivere la pratica delle sequenze di base. L’espressione entra nel loro vocabolario quotidiano, a testimonianza della centralità di questa metodologia.
  • Soprannomi e Espressioni Gergali: Questa è la parte più colorita e viva della terminologia. Ogni gruppo di allievi, ogni corso, sviluppa i propri termini. Un drill particolarmente estenuante può essere soprannominato “il frullatore” o “il tritacarne”. Lo stato di sfinimento muscolare alle braccia dopo aver tenuto la guardia per molto tempo viene descritto come “avere i braccini corti”. Un compagno particolarmente resistente e difficile da mettere a terra può essere chiamato “il frigorifero”. Questo gergo ha una funzione sociale importantissima: crea un senso di appartenenza, rafforza i legami attraverso un linguaggio condiviso e permette di sdrammatizzare, con umorismo cameratesco, la durezza e la fatica dell’addestramento.

CONCLUSIONE: UN LESSICO PROGETTATO PER LA SOPRAVVIVENZA

In conclusione, la terminologia del Metodo di Combattimento Militare è tutt’altro che un dettaglio secondario. È una scelta di design consapevole e un pilastro della sua efficacia. Le sue caratteristiche principali – descrittività, funzionalità, chiarezza e modernità – sono il riflesso diretto di una filosofia che mette la comprensione istantanea e l’efficienza operativa al di sopra della tradizione, del simbolismo e dell’estetica.

Rifiutando la complessità di linguaggi stranieri o esoterici, l’MCM si dota di un lessico che è esso stesso uno strumento di combattimento. In quella frazione di secondo in cui un istruttore deve urlare un ordine o in cui un soldato deve richiamare alla mente una procedura sotto il fuoco dello stress, non ci può essere spazio per l’esitazione o l’incomprensione. Le parole devono essere affilate e precise come le tecniche che descrivono. Il linguaggio dell’MCM è, in definitiva, un lessico per la sopravvivenza, dove ogni termine è stato pesato, scelto e adottato con un unico criterio: la sua capacità di funzionare in modo impeccabile nel momento in cui la vita è appesa a un filo.

ABBIGLIAMENTO

Parlare dell’abbigliamento nel contesto del Metodo di Combattimento Militare (MCM) significa affrontare uno dei pilastri fondamentali della sua dottrina, un principio che lo distingue in modo netto e irrevocabile dalla quasi totalità delle arti marziali e degli sport da combattimento. Nel mondo dell’MCM, l’abbigliamento non è una questione di tradizione, di comfort o di estetica. È un elemento addestrativo attivo, un fattore determinante che plasma le tecniche, la tattica e la mentalità del combattente. Il principio cardine, ripetuto come un mantra in ogni sessione, è: “Si combatte come ci si addestra, e ci si addestra come si combatte”.

A differenza di un praticante di Judo o di Jiu-Jitsu Brasiliano, che indossa un gi (kimono) per massimizzare le prese, o di un lottatore di MMA che veste pantaloncini corti per avere la massima libertà di movimento, il soldato che si addestra nell’MCM lo fa, per la maggior parte del tempo, indossando esattamente gli stessi indumenti e lo stesso equipaggiamento che porterebbe in un teatro operativo. Questa scelta non è casuale, ma risponde a una logica di realismo assoluto. Addestrare il corpo a muoversi e a combattere in un ambiente sterile e privo di ingombri creerebbe una memoria muscolare “falsata”, inefficace e potenzialmente letale nel momento del bisogno.

Questo approfondimento analizzerà nel dettaglio le diverse componenti dell’abbigliamento e dell’equipaggiamento, esplorando come ogni singolo elemento, dall’uniforme da combattimento al giubbotto antiproiettile, imponga vincoli e offra opportunità, contribuendo a definire la natura stessa delle tecniche MCM.

PARTE 1: L’UNIFORME DA COMBATTIMENTO E SERVIZIO (SCBT) – IL PRIMO LIVELLO DI REALTÀ

La base di partenza per l’addestramento è l’uniforme da combattimento standard in dotazione all’Esercito Italiano, comunemente nota come “mimetica” (attualmente nel pattern “Vegetata”). Già questo primo strato introduce variabili completamente assenti nel combattimento sportivo.

  • Caratteristiche e Implicazioni del Tessuto: Realizzata in tessuti robusti come il rip-stop, progettati per resistere a strappi e usura, l’uniforme è molto più spessa e rigida di un normale abbigliamento sportivo. Questo ha diverse conseguenze dirette sulla lotta:
    • Attrito e Prese: Il tessuto resistente crea un notevole attrito durante il grappling, rallentando i movimenti e rendendo più faticosa la transizione tra le posizioni. Inoltre, offre all’avversario una moltitudine di appigli solidi e resistenti: il colletto della giacca, le maniche, le spalline, i tasconi. Le tecniche di controllo e di leva dell’MCM devono tenere conto di queste prese, sia per difendersi da esse sia per sfruttarle a proprio vantaggio.
    • Limitazione della Mobilità: Sebbene progettata per non essere eccessivamente costrittiva, l’uniforme limita inevitabilmente i gradi di movimento più ampi. Sollevare una gamba per un calcio alto o compiere torsioni estreme del busto diventa più difficile e dispendioso in termini di energia. Questa limitazione fisica è una delle ragioni per cui l’MCM predilige movimenti compatti, potenti e basati sulla motricità grossolana.
    • Impatto delle Condizioni Ambientali: L’addestramento, come le operazioni, si svolge in ogni condizione climatica. Un’uniforme bagnata dalla pioggia o appesantita dal fango diventa ancora più pesante e costrittiva, aumentando esponenzialmente la fatica e l’attrito, un fattore di stress che viene costantemente simulato per abituare il soldato a operare in condizioni sub-ottimali.

PARTE 2: GLI ANFIBI MILITARI – IL CONTATTO BRUTALE CON LA REALTÀ

Se l’uniforme condiziona la lotta, gli anfibi militari ne rivoluzionano completamente la dinamica, in particolare per quanto riguarda l’uso degli arti inferiori. L’anfibio non è una semplice calzatura, ma uno strumento che detta legge sulla selezione delle tecniche.

  • Il Veto sui Calci Alti: Il peso, la rigidità e la mancanza di flessibilità della caviglia imposti da un anfibio rendono qualsiasi calcio al di sopra della linea della cintura un’azione tatticamente insensata. Un calcio alto sarebbe lento, ampiamente prevedibile, dispendioso in termini energetici e, soprattutto, metterebbe a gravissimo rischio l’equilibrio del soldato. L’MCM, nel suo pragmatismo, elimina quindi alla radice tutto il repertorio di calci alti, spettacolari ma irrealistici, tipici di molte arti marziali.

  • La Trasformazione del Calcio Basso in Arma Letale: Se da un lato l’anfibio limita, dall’altro potenzia. Un calcio basso, sferrato con la punta rinforzata o con il tacco rigido di uno scarpone militare, si trasforma in un’arma devastante. Colpi diretti a bersagli sensibili e fragili come la tibia, il ginocchio, il collo del piede o l’inguine possono causare danni gravissimi: fratture, lesioni articolari, inabilitazione immediata dell’avversario. L’arsenale di calci dell’MCM è quindi interamente concentrato su queste tecniche basse, potenti e stabili, che sfruttano l’anfibio come un vero e proprio martello.

  • Stabilità e Aderenza: Gli anfibi sono progettati per fornire la massima stabilità e aderenza su terreni difficili. Il lavoro di piedi dell’MCM sfrutta questa caratteristica, favorendo posizioni ben piantate a terra e spostamenti che mantengono sempre un contatto solido con il suolo, essenziale per generare potenza e per difendersi da tentativi di proiezione.

PARTE 3: L’EQUIPAGGIAMENTO DA COMBATTIMENTO COMPLETO – ADDESTRARSI IN “FULL BATTLE RATTLE”

Il livello di realismo più elevato si raggiunge quando l’addestramento viene condotto indossando l’equipaggiamento da combattimento completo, spesso definito con l’espressione inglese “full battle rattle”. È in questa fase che l’MCM rivela la sua unicità e la sua profonda intelligenza tattica.

  • Il Giubbotto Antiproiettile e il Tattico: Il moderno giubbotto antiproiettile, con le sue piastre balistiche rigide e il corpetto tattico coperto di tasche portacaricatori e altro materiale (sistema M.O.L.L.E.), è l’elemento che più di ogni altro modifica il combattimento.

    • Vincoli: La sua rigidità limita drasticamente la flessione e la torsione del busto. La sua massa aumenta la fatica e rende più difficile la respirazione. Rende inapplicabili molte tecniche di strangolamento tradizionali, specialmente da dietro.
    • Opportunità: Diventa uno scudo. Il soldato può usarlo per “speronare” l’avversario, assorbendo parte dell’impatto di un colpo. Diventa un’arma contundente. Le piastre rigide possono essere usate per colpire. Le sue cinghie e le sue tasche offrono appigli eccezionali per tecniche di controllo e proiezione. L’MCM insegna a sfruttare questi appigli, trasformando un impedimento in un vantaggio.
  • L’Elmetto: L’elmetto moderno è un altro elemento ambivalente.

    • Vincoli: Limita il campo visivo, specialmente quello periferico e verso il basso. Altera la percezione dei suoni. Il suo peso affatica i muscoli del collo.
    • Opportunità: È un’arma formidabile. Una testata data con un elmetto può avere un effetto devastante e risolutivo. Offre una protezione quasi totale da pugni o colpi di fortuna diretti alla testa.
  • Arma a Tracolla e Altri Ingombri: Il fucile d’assalto portato a tracolla, la fondina con la pistola sulla coscia, lo zainetto idratante sulla schiena, le tasche piene: tutto questo insieme di ingombri è un campo minato di potenziali impedimenti. Le cinghie possono impigliarsi, le tasche possono limitare i movimenti. L’addestramento MCM abitua il soldato a combattere “nonostante” questo disordine, a muoversi in modo da non rimanere impigliato e a considerare la propria arma non come un peso morto, ma come parte attiva del sistema di combattimento (per parare, percuotere o mantenerne il controllo).

PARTE 4: L’ABBIGLIAMENTO PROTETTIVO PER LA SICUREZZA IN ADDESTRAMENTO

Per poter applicare le tecniche con la necessaria intensità senza rischiare infortuni gravi, che metterebbero fuori servizio un militare, durante le fasi di sparring o di scenario si utilizza un abbigliamento protettivo specifico, che si sovrappone a quello da combattimento.

  • Protezioni Individuali: Si usano protezioni come il paradenti, la conchiglia inguinale e guanti da MMA (con le dita libere per permettere le prese), che offrono una buona protezione alle mani senza impedire il grappling.
  • Tute da Addestramento ad Alto Impatto: Per gli scenari più realistici, l’istruttore o il soldato che impersona l’aggressore indossa una speciale tuta protettiva completamente imbottita (come le note tute “RedMan”). Questa tuta permette a chi si addestra di colpire con la massima potenza e realismo, ricevendo un feedback tattile sull’efficacia dei propri colpi, pur garantendo la totale sicurezza di chi la indossa.

CONCLUSIONE: L’ABITO CHE FA IL COMBATTENTE

In conclusione, nell’universo del Metodo di Combattimento Militare, l’abbigliamento cessa di essere un semplice indumento per diventare un principio pedagogico e un fattore tattico determinante. È la “seconda pelle” del soldato, con i suoi limiti e le sue potenzialità. La scelta radicale di addestrarsi nelle stesse, identiche condizioni operative è ciò che ancora l’MCM alla realtà, impedendogli di derivare verso l’astrazione o la sportività. Ogni tecnica, ogni movimento, ogni principio del sistema è stato pensato, testato e validato tenendo conto dell’attrito di una mimetica, del peso di un anfibio e della rigidità di un giubbotto antiproiettile. È questa onestà intellettuale e questo realismo assoluto che trasformano un insieme di tecniche in un vero e credibile strumento di sopravvivenza per il campo di battaglia moderno.

ARMI

Affrontare il tema delle “armi” nel Metodo di Combattimento Militare (MCM) richiede un cambio di prospettiva rispetto alla visione comune. In un contesto civile o sportivo, la presenza di un’arma crea una netta divisione tra combattimento “armato” e “disarmato”. Per l’MCM, questa distinzione è quasi priva di senso. La sua dottrina si fonda su un presupposto fondamentale: un soldato non è mai veramente disarmato. La sua mentalità, il suo addestramento e il suo equipaggiamento lo trasformano in un sistema d’arma integrato e perennemente attivo.

La filosofia dell’MCM espande quindi il concetto di “arma” ben oltre l’oggetto in acciaio prodotto in fabbrica. Esso comprende uno spettro di strumenti che si irradiano dal centro del corpo del soldato verso l’esterno. Si parte dalle armi naturali del corpo stesso, si prosegue con le armi in dotazione (l’equipaggiamento ufficiale), e si arriva a includere le armi occasionali o improprie offerte dall’ambiente circostante. Comprendere questo approccio olistico significa capire l’essenza stessa della capacità di sopravvivenza che l’MCM mira a costruire.

PARTE 1: LE ARMI NATURALI – IL CORPO COME SISTEMA D’ARMA PRIMARIO

La prima e più inalienabile arma di un soldato è il suo stesso corpo. L’MCM insegna a considerarlo come un vero e proprio arsenale, ottimizzando l’uso delle parti più dure, resistenti ed efficaci per l’impatto, in perfetta aderenza ai principi di semplicità e di uso della motricità grossolana.

  • I Punti d’Impatto Ossei: L’addestramento si concentra sull’uso delle “armi” ossee del corpo, scartando tecniche che mettono a rischio parti fragili come le dita o le nocche.
    • Gomiti e Ginocchia: Sono le armi regine del combattimento a distanza zero. La loro struttura ossea appuntita e robusta, unita alla vicinanza ai grandi gruppi muscolari del tronco e delle gambe, permette di generare colpi devastanti con un movimento minimo. Sono ideali nel clinch, a terra, o ogni volta che lo spazio per caricare un pugno o un calcio è assente.
    • La Testa (con Elmetto): L’elmetto in dotazione trasforma una delle parti più vulnerabili del corpo in una formidabile arma contundente. Una testata sferrata con un elmetto balistico è un’opzione tattica di una brutalità estrema, capace di risolvere uno scontro istantaneamente. L’addestramento insegna a usarla in modo controllato come ultima risorsa nel corpo a corpo.
    • La Base del Palmo e il “Pugno a Martello”: L’MCM scoraggia attivamente l’uso del pugno chiuso classico, specialmente contro bersagli duri come il cranio, a causa dell’altissimo rischio di fratturarsi le ossa della mano. Privilegìa invece il colpo con la base del palmo (più resistente e con una superficie d’impatto maggiore) e il “pugno a martello” (sferrato con il lato del pugno), tecniche che massimizzano il danno all’avversario minimizzando il rischio per sé stessi.
    • Gli Anfibi Militari: Come già analizzato, lo scarpone militare non è una calzatura, ma un’arma. Il tacco rigido e la punta rinforzata sono le estensioni naturali dei calci bassi, che diventano strumenti capaci di frantumare ossa, danneggiare articolazioni e neutralizzare la capacità di movimento di un avversario.

PARTE 2: LE ARMI IN DOTAZIONE – L’EQUIPAGGIAMENTO COME ESTENSIONE DEL CORPO

Il secondo cerchio dell’arsenale del soldato è costituito dall’equipaggiamento che gli viene fornito dallo Stato. L’MCM insegna a non considerare questo equipaggiamento come un semplice ingombro, ma come un insieme di strumenti multifunzionali, da usare sia per il loro scopo primario (“uso proprio”) sia in modi alternativi e creativi (“uso improprio”).

  • Il Fucile d’Assalto: L’arma principale del fante (ad esempio, il Beretta ARX 160/200) è al centro della filosofia MCM.

    • Uso Proprio: Lo scopo primario del fucile è sparare. Tutte le tecniche MCM, in ultima analisi, mirano a creare lo spazio e il tempo necessari per poter tornare a usare efficacemente l’arma da fuoco.
    • Uso Improprio: Nel caos del combattimento ravvicinato, il fucile diventa uno strumento versatile:
      1. Arma Contundente: Le percussioni con il calcio dell’arma (butt-stroking) o con la volata sono tecniche standard per colpire a distanza ravvicinata. L’intero corpo del fucile, pesante e solido, può essere usato per sferrare colpi potenti.
      2. Strumento di Leva e Parata: La struttura rigida del fucile lo rende uno scudo efficace per bloccare colpi o un bastone robusto per creare distanza, spingere o applicare leve dolorose all’avversario.
      3. Strumento di Ritenzione: Il concetto di Ritenzione dell’Arma è fondamentale. Le tecniche di MCM insegnano a usare il fucile stesso come fulcro per difendersi da un tentativo di sottrazione, usando il suo peso e la sua forma per torcere, sbilanciare e colpire l’aggressore.
  • La Pistola d’Ordinanza: Essendo un’arma da fianco, la sua importanza nel combattimento corpo a corpo è legata alla transizione. Le tecniche MCM sono spesso finalizzate a creare quell’attimo di respiro necessario per estrarre la pistola quando il fucile è inutilizzabile. Anche per la pistola, le tecniche di ritenzione a corta distanza sono una componente essenziale dell’addestramento.

  • Il Coltello/Baionetta: L’arma bianca in dotazione al soldato moderno è più un versatile “combat knife” (coltello da combattimento) che una vera e propria baionetta da inastare per una carica. Il suo ruolo nell’MCM è quello di arma di ultima istanza, da usare in situazioni disperate di lotta a terra o per azioni silenziose (nel contesto delle forze speciali). L’addestramento, realisticamente, si concentra tanto (se non di più) sulla difesa da un attacco di coltello, riconoscendo che questa è una minaccia molto più probabile sul campo di battaglia moderno.

PARTE 3: LE ARMI OCCASIONALI E IMPROPRIE – L’AMBIENTE COME ARSENALE

Il terzo e più esterno cerchio dell’arsenale è l’ambiente stesso. L’MCM addestra il soldato a sviluppare un “occhio tattico”, ovvero la capacità di riconoscere istantaneamente, in qualsiasi contesto, oggetti che possono essere trasformati in armi. Questa è una capacità mentale prima che fisica. Il sistema non insegna una tecnica per ogni singolo oggetto, ma insegna i principi per usare categorie di oggetti.

  • Oggetti Contundenti: Qualsiasi oggetto pesante e maneggevole. Una pietra, un pezzo di legno, una sedia, un computer portatile, una bottiglia piena. Il principio è semplice: l’oggetto viene usato come estensione del braccio per aumentare la portata e la massa dell’impatto.
  • Oggetti da Taglio e da Punta: Qualsiasi oggetto appuntito o con un bordo tagliente. Un cacciavite, una penna robusta, un pezzo di vetro, una tessera di plastica tenuta nel modo giusto. Vengono usati con gli stessi principi del coltello: colpi rapidi e ripetuti a bersagli vulnerabili.
  • Scudi Improvvisati: Qualsiasi oggetto abbastanza grande e resistente da poter essere interposto tra sé e l’avversario. Uno zaino, il coperchio di un bidone, una valigetta, un vassoio. Lo scopo non è solo parare, ma bloccare la visuale dell’avversario e creare un’apertura per un contrattacco.
  • Armi Flessibili: Meno comuni, ma considerate. Una cintura, un cavo elettrico, una corda. Possono essere usate per strangolare, per legare o, facendole roteare, come un flagello.

PARTE 4: L’APPROCCIO ALLA MINACCIA ARMATA – COMBATTERE L’UOMO, NON L’ARMA

Una parte fondamentale della dottrina sulle armi riguarda come difendersi da esse. L’MCM adotta un approccio estremamente realistico e contro-intuitivo per chi è abituato alle coreografie cinematografiche.

Il principio fondamentale è “controlla l’uomo, non l’arma”. Di fronte a un aggressore armato di coltello, l’istinto primario sarebbe quello di afferrare la lama o il polso. L’MCM insegna che questo è un errore. Il focus deve essere sull’aggressore: bisogna “entrare”, bloccare il suo corpo, attaccare i suoi punti vitali (occhi, gola) per causare uno shock che lo costringa a interrompere l’azione. Il controllo dell’arma e l’eventuale disarmo sono una conseguenza della neutralizzazione dell’uomo, non l’obiettivo primario.

Inoltre, viene instillata una mentalità basata sulla sopravvivenza, non sull’incolumità. Specialmente nella difesa da coltello, il presupposto è che molto probabilmente si verrà tagliati. L’obiettivo dell’addestramento non è eseguire una difesa perfetta e pulita, ma imparare a continuare a combattere e a vincere lo scontro anche dopo aver subito delle ferite. Questo approccio pragmatico previene il blocco psicologico e prepara il soldato alla cruenta realtà del combattimento.

CONCLUSIONE: IL SOLDATO COME SISTEMA D’ARMA OLISTICO

In sintesi, la visione delle “armi” nel Metodo di Combattimento Militare è olistica, pragmatica e profondamente radicata nella realtà operativa. Il sistema cancella la linea di demarcazione tra “armato” e “disarmato” e insegna al soldato a percepirsi costantemente come un combattente dotato di un arsenale a più livelli.

Il corpo è l’arma fondamentale, l’equipaggiamento è la sua naturale estensione tecnologica, e l’ambiente è un deposito di risorse da sfruttare con intelligenza tattica. La vera “arma” che l’MCM forgia, quindi, non è un oggetto, ma la mente del soldato: la sua capacità di valutare, adattarsi e utilizzare senza soluzione di continuità qualsiasi strumento a sua disposizione – dalle proprie mani al proprio fucile, fino a una pietra raccolta da terra – per garantire il successo della missione e, prima di ogni altra cosa, la propria sopravvivenza e quella dei suoi commilitoni.

A CHI E' INDICATO E A CHI NO

La questione su chi sia il destinatario ideale del Metodo di Combattimento Militare (MCM) è una delle più importanti per comprenderne la vera natura e la sua collocazione nel panorama dei sistemi di combattimento. A differenza di uno sport o di un’arte marziale civile, dove l’attitudine fisica o l’interesse personale possono essere i principali criteri di idoneità, la valutazione per l’MCM si basa su un fattore molto più rigido e fondamentale: il contesto professionale e la mentalità che ne deriva.

L’MCM non è un hobby, un percorso di crescita personale o un’attività ricreativa. È uno strumento di lavoro altamente specializzato, progettato per un utente specifico che opera in condizioni estreme, all’interno di un quadro legale ed etico ben definito. La sua idoneità, quindi, non dipende da quanto si è “portati per la lotta”, ma dal ruolo che si ricopre nella società e dagli attributi psicofisici che tale ruolo esige. Questo approfondimento delineerà in modo netto il profilo del candidato ideale per cui il sistema è stato concepito e, per contro, analizzerà le ragioni profonde per cui è assolutamente controindicato per la stragrande maggioranza della popolazione civile.

PARTE 1: IL PROFILO IDEALE – PER CHI È STATO CONCEPITO L’MCM

L’MCM è stato progettato, sviluppato e continua a essere aggiornato con un unico utente in mente: il militare professionista in servizio attivo presso le Forze Armate Italiane. Ogni altro possibile destinatario è, per definizione, al di fuori del suo scopo primario. Analizziamo nel dettaglio le caratteristiche che definiscono questo profilo ideale.

  • Il Contesto Professionale: L’Operatore Militare La prima e più invalicabile discriminante è l’appartenenza al mondo militare. Questo perché l’MCM non è un sistema di combattimento isolato, ma è una componente integrata di un ecosistema tattico più ampio. Le sue tecniche sono pensate per essere usate in congiunzione con l’equipaggiamento militare, all’interno di procedure operative standard e, soprattutto, nel rispetto delle Regole d’Ingaggio (ROE) specifiche di un teatro operativo. Un soldato che usa l’MCM agisce come un rappresentante dello Stato, con precisi obblighi e tutele legali che non si applicano a un cittadino comune. Estrarre il sistema da questo contesto significa privarlo del suo significato e della sua legittimità.

  • Gli Attributi Fisici: Robustezza e Resilienza Funzionale Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’MCM non richiede un atleta d’élite. Non è necessario possedere la forza di un sollevatore di pesi o la velocità di un centometrista. L’attributo fisico chiave è la robustezza funzionale, ovvero una solida base di preparazione fisica generale che garantisca:

    • Resistenza Cardiovascolare: La capacità di sostenere uno sforzo fisico intenso e prolungato. Un combattimento corpo a corpo potrebbe avvenire al termine di una lunga marcia, di una corsa o di uno scontro a fuoco, quando il corpo è già in debito di ossigeno.
    • Forza Integrata: Non tanto la forza massimale di un singolo muscolo, quanto la capacità di usare tutto il corpo come una catena cinetica per generare potenza.
    • Resilienza al Dolore e all’Impatto: L’addestramento abitua il corpo a sopportare urti, cadute e un certo livello di dolore, costruendo una “solidità” fisica e mentale che permette di continuare a funzionare anche dopo aver subito dei colpi.
  • Gli Attributi Psicologici: La Vera Selezione La vera idoneità all’MCM si gioca sul piano psicologico e mentale. Il militare è un professionista che ha superato un rigoroso processo di selezione psicologica, un prerequisito fondamentale per poter maneggiare in modo responsabile strumenti di violenza.

    • Disciplina e Rispetto della Gerarchia: L’MCM viene insegnato in un ambiente gerarchico. L’allievo deve possedere la capacità di ascoltare, di eseguire gli ordini senza discuterli e di fidarsi ciecamente dei propri istruttori. La disciplina è la base su cui si costruisce ogni abilità.
    • Stabilità Emotiva e Gestione dello Stress: Il sistema è progettato per funzionare nel caos. È quindi indicato per individui che dimostrano un’elevata capacità di gestire la paura, il panico e l’adrenalina, mantenendo la lucidità necessaria per valutare una situazione e applicare la soluzione tattica corretta.
    • La Capacità di “Accendere e Spegnere” l’Aggressività: Questo è forse il tratto psicologico più importante. L’MCM richiede l’uso dell’aggressività controllata. Il candidato ideale è una persona capace, su comando o per necessità, di liberare un’aggressività travolgente e finalizzata, ma che possiede un “interruttore” interno altrettanto efficace per cessare immediatamente l’azione violenta quando la minaccia è neutralizzata. È assolutamente controindicato per individui con problemi di gestione della rabbia o con tendenze violente, i quali non saprebbero controllare questo strumento.
    • Spirito di Corpo: Il soldato non combatte quasi mai per sé stesso, ma per il compagno al suo fianco e per il successo della missione. Questa dimensione collettiva e altruistica dell’azione è un prerequisito che orienta l’uso della forza verso un obiettivo comune, distinguendolo da un atto di violenza individuale.

PARTE 2: I DESTINATARI ESCLUSI – PERCHÉ L’MCM NON È UN SISTEMA PER CIVILI

Se il profilo del militare è il bersaglio perfetto per l’MCM, esistono intere categorie di persone per cui questo sistema non solo non è indicato, ma sarebbe potenzialmente dannoso e controproducente.

  • Il Civile in Cerca di Difesa Personale Questo è il caso più comune e importante. Un cittadino che cerca un metodo per difendersi per strada farebbe un errore a cercare l’MCM. Le ragioni sono profonde e invalicabili:

    1. Contesto Legale Diverso: Un soldato in un teatro operativo agisce secondo le Regole d’Ingaggio. Un civile in una strada italiana agisce secondo il Codice Penale, in particolare secondo i rigidi paletti della legittima difesa (Art. 52 c.p.), che richiede una proporzionalità tra difesa e offesa. L’uso di una tecnica MCM, progettata per inabilitare o neutralizzare un nemico, su un aggressore di strada (ad esempio, un ladro o un molestatore) verrebbe quasi certamente giudicato da un tribunale come “eccesso colposo di legittima difesa”, con conseguenze penali gravissime per il difensore.
    2. Finalità Opposte: Lo scopo della difesa personale civile è creare un’opportunità di fuga in sicurezza. Lo scopo dell’MCM è eliminare la minaccia per poter proseguire la missione. Un civile non ha una missione da compiere; ha solo la necessità di allontanarsi dal pericolo. Un sistema di difesa personale civile efficace deve quindi privilegiare tecniche di de-escalation verbale, di prevenzione e, come ultima risorsa, colpi o leve che creino lo spazio e il tempo per scappare.
    3. Inadeguatezza Tecnica: Molte tecniche MCM presuppongono un contesto (presenza di armi, più avversari, equipaggiamento) che è diverso da una tipica aggressione urbana.
  • L’Appassionato di Arti Marziali Tradizionali e Filosofia Chi cerca in un’arte marziale un percorso di crescita interiore, una filosofia profonda, il rispetto di una tradizione secolare o la bellezza di una forma estetica, nell’MCM non troverebbe nulla di tutto ciò. L’MCM è volutamente privo di ritualità, di percorsi spirituali e di qualsiasi ricerca estetica. È uno strumento grezzo, funzionale, un “mestiere” e non un'”arte”. Il suo approccio anti-tradizionale e puramente pragmatico sarebbe una profonda delusione per questo tipo di utente.

  • L’Atleta e l’Agonista Come già ampiamente discusso, l’MCM è l’antitesi dello sport. Il suo bagaglio tecnico è composto in gran parte da quelle che in qualsiasi competizione sportiva verrebbero considerate “scorrettezze” o “falli gravi” (colpi agli occhi, alla gola, alle articolazioni). Non esistono gare, campionati o medaglie. L’unica “vittoria” che l’MCM contempla è la sopravvivenza. Un atleta che cercasse di applicare i principi dell’MCM in una gara verrebbe immediatamente squalificato.

  • Persone con Instabilità Psicologica o Carenti di Autocontrollo Questo è un punto cruciale di sicurezza pubblica. Fornire le tecniche letali o altamente invalidanti dell’MCM a individui che non possiedono la stabilità emotiva, la disciplina e l’autocontrollo di un militare professionista sarebbe come dare una pistola carica a un bambino. Il sistema presuppone un utente psicologicamente vagliato, equilibrato e responsabile. Per questa ragione, la sua diffusione al di fuori di un ambiente controllato e selettivo come quello militare è intrinsecamente pericolosa.

CONCLUSIONE: UNO STRUMENTO PROFESSIONALE PER UNA PROFESSIONE SPECIFICA

In conclusione, la questione dell’idoneità all’MCM si risolve in una chiara e netta affermazione: è un sistema esclusivamente indicato per il personale delle Forze Armate, l’unico in possesso del contesto legale, dell’assetto mentale e della preparazione psicofisica per poterlo gestire in modo appropriato ed efficace.

Per il vasto mondo al di fuori delle caserme, l’MCM non è la risposta. Un cittadino che desidera imparare a difendersi dovrebbe orientarsi verso sistemi di difesa personale civile, specificamente progettati per il suo contesto legale e per le sue finalità di fuga e sopravvivenza. Un atleta troverà soddisfazione negli sport da combattimento. Un ricercatore spirituale troverà la sua via nelle arti marziali tradizionali.

L’MCM può essere paragonato a uno strumento chirurgico di alta precisione. Nelle mani di un chirurgo addestrato (il soldato), all’interno di una sala operatoria (il campo di battaglia), è uno strumento che può salvare delle vite. Se lo stesso strumento venisse dato a una persona non qualificata e usato per strada, diventerebbe un’arma impropria e pericolosa, capace di causare danni irreparabili. La sua efficacia è indissolubilmente legata alla mano che lo impugna e al contesto in cui viene utilizzato.

CONSIDERAZIONI PER LA SICUREZZA

In un sistema di combattimento come l’MCM, la cui finalità è la neutralizzazione di una minaccia nel modo più rapido ed efficace possibile, il concetto di “sicurezza” potrebbe apparire, a un osservatore superficiale, come un paradosso o un aspetto secondario. La realtà è esattamente l’opposto. In un contesto militare professionale, la sicurezza non è un limite all’efficacia, ma ne è il presupposto indispensabile. Un soldato infortunato è un soldato non operativo, un peso per la propria unità e una vulnerabilità per la missione. Per questa ragione, la dottrina MCM è costruita su un’impalcatura di protocolli di sicurezza estremamente rigorosi e stratificati.

Queste considerazioni non si limitano alla sola prevenzione degli infortuni fisici durante l’addestramento. La sicurezza nell’MCM è un concetto olistico che abbraccia tre dimensioni fondamentali e interconnesse: la sicurezza fisica del praticante durante la formazione; la sicurezza psicologica ed etica che garantisce un uso responsabile delle tecniche apprese; e la sicurezza legale e dottrinale che protegge sia il singolo soldato che l’istituzione da ripercussioni legali e morali. Analizzare queste tre dimensioni permette di comprendere come l’MCM riesca a conciliare la sua brutale efficacia con la professionalità e la responsabilità richieste a un esercito moderno.

PARTE 1: LA SICUREZZA FISICA IN ADDESTRAMENTO – LA PROTEZIONE DELLA RISORSA UMANA

L’obiettivo primario della sicurezza fisica è massimizzare il realismo dell’addestramento minimizzando il rischio di infortuni debilitanti. Questo equilibrio viene raggiunto attraverso una serie di misure precise e non negoziabili.

  • La Supervisione Continua dell’Istruttore Qualificato Nessuna sessione di MCM, dal semplice riscaldamento allo scenario più complesso, si svolge senza la presenza e la supervisione costante di almeno un Istruttore qualificato. L’istruttore non è solo un insegnante, ma è il primo e più importante “garante della sicurezza”. Il suo ruolo è quello di mantenere il controllo totale dell’ambiente addestrativo: corregge le tecniche eseguite in modo pericoloso, modula l’intensità degli esercizi, monitora i segni di affaticamento eccessivo negli allievi e interviene immediatamente per sedare eventuali eccessi di foga. La sua esperienza e la sua autorità sono la prima linea di difesa contro gli incidenti.

  • La Progressione Didattica “a Strati” La sicurezza è intrinseca alla metodologia di insegnamento dell’MCM. Le abilità non vengono mai introdotte in modo caotico, ma seguendo una progressione graduale che permette al corpo e alla mente di adattarsi.

    1. Fase a Vuoto e Collaborativa: Le nuove tecniche vengono sempre introdotte prima “a vuoto” (eseguite da soli) e poi con un partner in modo lento e collaborativo (“a specchio”). In questa fase non c’è impatto né resistenza. L’obiettivo è solo l’apprendimento motorio corretto, che è la base per un’esecuzione sicura ad alta intensità.
    2. Introduzione Graduale della Resistenza: Solo quando la tecnica è stata assimilata, si inizia a introdurre una resistenza passiva e poi attiva da parte del partner. Questo permette ai muscoli, ai tendini e alle articolazioni di abituarsi progressivamente allo sforzo specifico, prevenendo strappi e distorsioni.
    3. Sparring e Drill a Contatto Pieno: L’applicazione a piena potenza avviene solo nella fase finale, in contesti controllati e, soprattutto, solo dopo che le basi sono state solidamente costruite e con l’uso di protezioni adeguate.
  • L’Uso Sistematico di Equipaggiamento Protettivo Per consentire un’applicazione realistica e intensa, l’uso di protezioni è tassativo. Questo equipaggiamento è progettato per assorbire l’energia degli impatti, proteggendo le aree più vulnerabili.

    • Protezioni Personali: Il paradenti è obbligatorio per proteggere denti e mandibola e ridurre il rischio di commozione cerebrale. La conchiglia inguinale protegge una delle aree più sensibili. I guantini da MMA, con le dita libere, proteggono le mani senza impedire le tecniche di presa.
    • La Tuta da “Uomo-Rosso”: Negli scenari di combattimento totale, l’istruttore o l’allievo che impersona l’aggressore indossa una speciale tuta protettiva integrale (come quelle della marca RedMan). Questa corazza imbottita permette al praticante di colpire a piena potenza, testando l’efficacia reale delle sue tecniche su un bersaglio umano in movimento, ma garantendo la totale incolumità di chi subisce i colpi. È uno strumento di sicurezza che massimizza il realismo.
  • La Cultura del Rispetto e del Controllo Al di là delle regole e delle protezioni, la sicurezza è garantita da una cultura interna basata sul rispetto reciproco. Agli allievi viene insegnato che il compagno di addestramento non è un nemico, ma un “commilitone” con cui si sta lavorando per un obiettivo comune. Il “tap out” (battere con la mano per segnalare la resa a una leva o a uno strangolamento) è un segnale sacro che viene rispettato istantaneamente. Viene instillata l’importanza del controllo, specialmente nell’applicazione di tecniche potenzialmente lesive come le chiavi articolari.

PARTE 2: LA SICUREZZA PSICOLOGICA ED ETICA – LA FORMAZIONE DEL PROFESSIONISTA

Insegnare tecniche di combattimento così efficaci comporta un’enorme responsabilità. La sicurezza, quindi, deve essere anche psicologica ed etica, per garantire che queste abilità vengano usate solo nel modo corretto e dal personale idoneo.

  • Il Filtro della Selezione Militare: La prima e più importante barriera di sicurezza psicologica è il processo di selezione a cui tutti i militari sono sottoposti prima dell’arruolamento. Test psico-attitudinali rigorosi escludono a priori individui con profili psicologici instabili, aggressività patologica o scarsa capacità di gestione dello stress. L’MCM viene insegnato a un pubblico già vagliato e ritenuto idoneo a maneggiare strumenti di violenza in modo professionale.

  • L’Enfasi sulla “Aggressività Controllata”: Il concetto di controllo, presente nel termine “aggressività controllata”, è un meccanismo di sicurezza mentale. L’addestramento non si limita a insegnare come “accendere” l’interruttore dell’aggressività, ma dedica altrettanta importanza a come “spegnerlo”. Il debriefing e le fasi di defaticamento post-addestramento servono anche a questo: a riportare il soldato a uno stato di calma e lucidità, rafforzando la sua capacità di separare la mentalità del combattente dal comportamento nella vita di tutti i giorni.

PARTE 3: LA SICUREZZA LEGALE E DOTTRINALE – LA CORNICE DELLA LEGITTIMITÀ

Infine, la sicurezza deve proteggere il soldato e l’istituzione sul piano legale. L’uso della forza, anche in guerra, non è indiscriminato, ma regolato da leggi nazionali e internazionali.

  • L’Ancoraggio alle Regole d’Ingaggio (ROE): L’uso dell’MCM in un teatro operativo non è mai lasciato all’arbitrio del singolo soldato. È sempre strettamente regolato dalle Regole d’Ingaggio, che sono ordini legali che specificano quando, come e contro chi è possibile usare la forza. Gran parte dell’addestramento basato su scenari è progettato proprio per testare la capacità del soldato di applicare le tecniche MCM all’interno del perimetro di legittimità imposto dalle ROE di quella specifica missione. Questo fornisce al soldato una solida protezione legale: se ha agito rispettando le regole, ha agito correttamente.

  • L’Integrazione nel “Continuum della Forza”: La dottrina del continuum della forza è essa stessa un protocollo di sicurezza. Insegnando al soldato a gestire una situazione prima con la presenza, poi con la comunicazione, poi con il controllo fisico non lesivo, si assicura che il ricorso a tecniche più brutali sia sempre l’ultima risorsa, giustificata da un’escalation della minaccia. Questo approccio graduale protegge il soldato dal compiere errori di valutazione e dall’usare una forza eccessiva e ingiustificata.

CONCLUSIONE: LA SICUREZZA COME MOLTIPLICATORE DI EFFICACIA

Lungi dall’essere un ostacolo, l’insieme di queste considerazioni per la sicurezza è un vero e proprio moltiplicatore di forza. Un’unità militare con un basso tasso di infortuni da addestramento è un’unità più pronta ed efficiente. Un soldato psicologicamente stabile e consapevole dei propri limiti etici e legali è un combattente più lucido, deciso e affidabile. Un’azione militare condotta nel pieno rispetto della legalità è un’azione più forte e difendibile a livello strategico e internazionale.

La profonda e sistematica integrazione della sicurezza in ogni aspetto dell’MCM – dalla progettazione delle tecniche alla metodologia di insegnamento, fino al quadro legale del suo impiego – è la più chiara testimonianza della sua natura di sistema professionale, maturo e responsabile. È ciò che garantisce che la sua intrinseca e necessaria pericolosità sia sempre governata dalla ragione, dalla disciplina e dal rispetto per la risorsa più preziosa di un esercito: la vita e l’integrità dei propri uomini e donne.

CONTROINDICAZIONI

Se l’analisi sull’idoneità al Metodo di Combattimento Militare (MCM) definisce il profilo del candidato ideale, l’esame delle controindicazioni definisce invece la linea rossa, l’insieme di condizioni fisiche, psicologiche e contestuali che rendono la pratica di questo sistema non solo sconsigliata, ma attivamente pericolosa per l’individuo stesso, per il gruppo di addestramento e, potenzialmente, per la società.

In un sistema di combattimento di tale intensità e con finalità così nette, l’identificazione di queste controindicazioni non è un esercizio di pignoleria, ma un protocollo di sicurezza fondamentale. Data la natura estrema dello sforzo fisico, dello stress psicologico e della letalità intrinseca delle tecniche, il processo di esclusione è tanto importante quanto quello di selezione. Ignorare una controindicazione significherebbe esporre una persona a rischi inaccettabili e minare la professionalità e la sicurezza dell’intero impianto addestrativo. Le controindicazioni possono essere suddivise in tre macro-aree interconnesse: fisiche e mediche, psicologiche e comportamentali, e contestuali.

PARTE 1: LE CONTROINDICAZIONI FISICHE E MEDICHE – QUANDO IL CORPO PONE UN VETO

L’addestramento MCM sottopone il corpo a sollecitazioni estreme. Movimenti esplosivi, impatti violenti, cadute, torsioni articolari e un’intensità cardiovascolare elevatissima sono la norma. Per questo motivo, una condizione di salute fisica non ottimale rappresenta una controindicazione assoluta. Tutti i militari, prima di accedere a qualsiasi attività addestrativa, sono sottoposti a rigorose visite mediche che mirano a identificare proprio queste condizioni.

  • Patologie Cardiocircolatorie Il sistema cardiovascolare è il primo ad essere messo a dura prova. L’addestramento, specialmente nelle fasi di scenario sotto stress, induce picchi di adrenalina e una richiesta di ossigeno massiccia e improvvisa. Questo rende la pratica assolutamente controindicata per individui con:

    • Ipertensione Arteriosa non Controllata: I picchi di pressione durante lo sforzo potrebbero portare a eventi acuti come ictus o infarti.
    • Cardiopatie Ischemiche Pregresse o Attuali: Un cuore che ha già subito un infarto o che soffre di angina non può sopportare lo stress imposto dall’MCM.
    • Aritmie Cardiache Rilevanti: L’adrenalina e lo sforzo fisico intenso possono scatenare aritmie potenzialmente fatali.
    • Cardiopatie Congenite non Corrette: Difetti strutturali del cuore rappresentano un rischio troppo elevato.
  • Patologie dell’Apparato Muscolo-Scheletrico L’MCM è un’attività ad alto impatto. Il rischio di aggravare patologie preesistenti a carico della colonna vertebrale e delle articolazioni è altissimo. Le principali controindicazioni includono:

    • Gravi Patologie della Colonna Vertebrale: Ernie del disco, protrusioni significative, spondilolistesi o stenosi spinale. Una proiezione subita in modo scorretto o una caduta accidentale potrebbero avere conseguenze neurologiche permanenti.
    • Instabilità Articolare Cronica: Individui con una storia di lussazioni recidivanti (specialmente alla spalla) o con una lassità legamentosa marcata (ad esempio, ai legamenti del ginocchio) troverebbero nell’MCM un fattore di rischio costante per nuovi e più gravi infortuni.
    • Processi Degenerativi o Infiammatori in Fase Acuta: Artrosi in stato avanzato o artrite reumatoide rendono le articolazioni troppo fragili e doloranti per sopportare le leve, le pressioni e gli impatti dell’addestramento.
    • Osteoporosi: Una ridotta densità ossea è una controindicazione assoluta, dato l’elevato rischio di fratture anche in seguito a contatti controllati.
  • Patologie Neurologiche Anche il sistema nervoso deve essere in perfetta efficienza. Condizioni come:

    • Epilessia: Lo stress fisico, l’iperventilazione e gli stimoli intensi (visivi o uditivi) utilizzati in alcuni stress drills potrebbero agire come fattori scatenanti per una crisi epilettica.
    • Pregressa Storia di Gravi Traumi Cranici: Chi ha già subito commozioni cerebrali importanti è più suscettibile a subire danni da impatti successivi, anche di lieve entità.
  • Altre Condizioni Fisiche Rilevanti Altre patologie sistemiche rappresentano un veto alla pratica. Tra queste, disturbi della coagulazione come l’emofilia (a causa dell’inevitabilità di ematomi e piccole ferite), diabete non compensato (a causa del rischio di crisi ipoglicemiche o iperglicemiche indotte da uno sforzo così intenso e irregolare) e, naturalmente, lo stato di gravidanza.

PARTE 2: LE CONTROINDICAZIONI PSICOLOGICHE E COMPORTAMENTALI – I RISCHI DELLA MENTE

Se le controindicazioni fisiche proteggono principalmente l’individuo, quelle psicologiche e comportamentali proteggono il gruppo e la società. Insegnare a un individuo instabile come ferire o uccidere in modo efficiente è una ricetta per il disastro.

  • Mancanza di Controllo degli Impulsi e Gestione della Rabbia Questa è la controindicazione psicologica più grave e assoluta. L’MCM insegna a usare l’aggressività come uno strumento chirurgico. Un individuo che non sa controllare la propria rabbia, che ha una bassa soglia di frustrazione o che tende a reagire in modo spropositato alle provocazioni, non possiede l’autocontrollo necessario. Potrebbe ferire gravemente un compagno durante l’addestramento o, peggio, potrebbe abusare delle tecniche apprese nella vita privata, trasformando una banale lite in un’aggressione brutale.

  • Disturbi della Personalità e Comportamenti Antisociali Individui con tratti narcisistici, antisociali o paranoici sono incompatibili con l’ethos dell’MCM. La mancanza di empatia, l’incapacità di riconoscere i diritti altrui, la tendenza alla manipolazione e il disprezzo per le regole rendono queste persone un elemento disgregante e pericoloso all’interno di un gruppo che deve basarsi sulla fiducia reciproca e sul rispetto della gerarchia.

  • Storia di Atti Violenti o Illeciti Un passato caratterizzato da violenza, bullismo o attività criminali è un’evidente bandiera rossa. Per tali soggetti, l’MCM non sarebbe uno strumento di difesa professionale, ma un’opportunità per affinare le proprie capacità predatorie.

  • Incapacità di Accettare la Gerarchia e il Lavoro di Squadra L’addestramento militare è intrinsecamente gerarchico e collettivo. L’individuo che non è in grado di accettare l’autorità di un istruttore, che contesta continuamente gli ordini o che agisce con arroganza e individualismo, non solo non apprenderà, ma rappresenterà un pericolo per la sicurezza e la coesione del proprio gruppo.

PARTE 3: LE CONTROINDICAZIONI CONTESTUALI – QUANDO L’AMBIENTE DICE “NO”

Esistono situazioni in cui una persona potrebbe essere fisicamente e psicologicamente sana, ma il suo contesto di vita rende la pratica dell’MCM ufficiale totalmente inappropriata.

  • Lo Status di Civile Questa è la controindicazione contestuale per eccellenza. Come già approfondito, il cittadino comune opera in un quadro legale (la legittima difesa) che è radicalmente diverso da quello militare (le Regole d’Ingaggio). Apprendere e utilizzare tecniche progettate per il campo di battaglia in un contesto urbano è legalmente e socialmente pericoloso. La finalità di un civile è la fuga, quella di un soldato è la neutralizzazione della minaccia. Gli strumenti devono essere adeguati al fine e al contesto. L’MCM, nella sua forma pura e ufficiale, non è lo strumento adeguato per un civile.

  • La Ricerca di Fama, Gloria o Potere Personale Chi si avvicinasse all’MCM con l’intento di diventare un “duro”, di acquisire uno status o di sentirsi potente, ne fraintenderebbe completamente la natura. L’MCM è un servizio, non un mezzo per l’auto-affermazione. La sua cultura è basata sull’umiltà, sulla disciplina e sul lavoro di squadra. Motivazioni egoistiche sono quindi una profonda controindicazione allo spirito del sistema.

CONCLUSIONE: UN PROTOCOLLO DI ESCLUSIONE A TUTELA DELLA COLLETTIVITÀ

L’articolato e rigoroso insieme di controindicazioni alla pratica dell’MCM non deve essere interpretato come una forma di elitarismo o di esclusività fine a sé stessa. Al contrario, rappresenta un protocollo di sicurezza responsabile e multi-livello, concepito per proteggere tutte le parti in causa.

  • Protegge l’individuo, impedendogli di praticare un’attività che potrebbe aggravare le sue condizioni di salute fisica o mentale.
  • Protegge il gruppo di addestramento, escludendo elementi che potrebbero, per instabilità o irresponsabilità, causare incidenti e ferire i propri commilitoni.
  • Protegge l’istituzione militare, assicurando che le sue dottrine di combattimento siano affidate solo a professionisti equilibrati, disciplinati e consapevoli.
  • Protegge la società civile, evitando la disseminazione incontrollata di tecniche di combattimento ad alta efficacia a persone che potrebbero abusarne per scopi illeciti o antisociali.

La serietà con cui vengono considerate queste controindicazioni è, in definitiva, la misura della professionalità e della responsabilità del Metodo di Combattimento Militare stesso. È il sigillo che garantisce che la sua intrinseca pericolosità sia sempre gestita all’interno di una cornice di sicurezza, legalità ed etica.

CONCLUSIONI

Al termine di un’analisi così approfondita e multidimensionale del Metodo di Combattimento Militare (MCM), è possibile ora tirare le fila del discorso per tracciare un bilancio conclusivo che ne catturi l’essenza e il significato. Esaminandone la storia, la filosofia, le tecniche, la metodologia addestrativa e il rigoroso perimetro di applicazione, emerge un ritratto chiaro: l’MCM è molto più di un semplice repertorio di tecniche di combattimento. È una dottrina complessa, un sistema integrato e “vivo” che funge da specchio fedele dell’evoluzione tattica, fisica e psicologica del soldato italiano nell’era contemporanea. Rappresenta la risposta pragmatica e professionale di un’istituzione matura, l’Esercito Italiano, alle mutevoli e brutali esigenze dei moderni campi di battaglia.

Le conclusioni che possiamo trarre non riguardano semplicemente la sua efficacia, ma la sua stessa identità di sistema, la sua natura istituzionale, la sua capacità di adattamento e, infine, la profonda responsabilità che il suo utilizzo comporta.

La Transizione Definitiva da “Arte” a “Sistema”: Il Primato della Funzione

La prima e più importante conclusione che si impone è come l’MCM rappresenti il punto di arrivo di una transizione consapevole e definitiva dal concetto di “arte marziale” a quello di “sistema operativo di combattimento”. L’intero percorso storico e di sviluppo del metodo è una cronaca del deliberato abbandono di ogni elemento legato alla tradizione fine a se stessa, all’estetica del gesto o alla ricerca filosofica astratta. Al loro posto, è stato instaurato il primato assoluto della funzione.

Ogni singola componente del sistema, dalla scelta di un colpo di palmo al posto di un pugno chiuso, alla sostituzione dei kata con gli automatismi, fino all’obbligo di addestrarsi con l’equipaggiamento completo, risponde a un’unica, ossessiva domanda: “Funziona, qui e ora, nelle peggiori condizioni possibili?”. Questa mentalità pragmatica è figlia diretta della natura dei conflitti post-Guerra Fredda, scenari asimmetrici e a bassa intensità dove la sopravvivenza del singolo soldato in uno scontro ravvicinato è tornata a essere una variabile tattica cruciale.

L’MCM, quindi, non va giudicato con i parametri di un’arte marziale. Non possiede la bellezza formale del Karate, la complessità filosofica dell’Aikido o la ricchezza storica del Kung Fu. La sua “bellezza” risiede altrove: nella logica spietata della sua efficienza, nell’intelligenza della sua semplicità e nella coerenza con cui ogni suo elemento è finalizzato all’obiettivo. In conclusione, l’MCM si definisce non come un’arte da contemplare, ma come un “sistema operativo” da installare nel corpo e nella mente del soldato, un software progettato per funzionare in modo ottimale quando l’hardware umano è spinto al limite.

L’Identità Collettiva e Anonima: La Forza dell’Istituzione

Una seconda, fondamentale conclusione riguarda l’identità del suo creatore. Come ampiamente analizzato, l’MCM non ha un fondatore, né ha maestri famosi nel senso civile del termine. Il suo “fondatore” è un’entità collettiva e istituzionale: l’Esercito Italiano stesso. Questa genesi anonima e plurale non è un dettaglio, ma un pilastro della sua forza e della sua legittimità.

Un sistema legato a un fondatore carismatico è sempre a rischio di dogmatismo, di scissioni interne o di trasformarsi in un culto della personalità. L’MCM, essendo “proprietà” dell’istituzione, è immune a questi pericoli. La sua evoluzione non dipende dall’intuizione di un singolo maestro, ma si basa sull’analisi di dati oggettivi, sul feedback proveniente da migliaia di “utenti finali” (i soldati sul campo) e sulle decisioni ponderate di commissioni di esperti.

Allo stesso modo, la figura del “maestro” viene spogliata di ogni aura pubblica e ricondotta al suo ruolo professionale di Istruttore. La sua fama non si misura in interviste o seminari, ma nella competenza dei soldati che forma. Questa spersonalizzazione del ruolo di insegnante rafforza il principio secondo cui il metodo è uno strumento al servizio della collettività e dello Stato, non una piattaforma per l’ego individuale. In conclusione, il carattere istituzionale e anonimo dell’MCM è la più alta garanzia della sua professionalità, assicurando che il sistema rimanga sempre uno strumento oggettivo e meritocratico.

Un Sistema “Vivo”: L’Adattabilità come Garanzia di Rilevanza

Un’altra conclusione centrale è la natura “viva” e dinamica del metodo. L’MCM non è un testo sacro e immutabile. È una dottrina in costante stato di revisione, una sorta di “beta perpetua” che si aggiorna e si perfeziona grazie a un flusso continuo di informazioni dai teatri operativi. Il famoso “feedback loop”, il ciclo di retroazione che collega l’esperienza sul campo alle decisioni dello Stato Maggiore, è il suo vero motore evolutivo.

Questo processo è indissolubilmente legato al realismo dell’addestramento. Il principio di “addestrarsi come si combatte”, in particolare per quanto riguarda l’uso dell’abbigliamento e dell’equipaggiamento da combattimento, costringe il sistema a un confronto perenne con la realtà. Le tecniche vengono testate non in condizioni ideali, ma sotto il peso e i vincoli di un giubbotto antiproiettile e di un elmetto. Questo “test di realtà” continuo è un filtro spietato che elimina tutto ciò che è teorico o inefficace.

Pertanto, si può concludere che l’adattabilità è la principale garanzia della longevità e della rilevanza dell’MCM. In un mondo dove la natura del conflitto e le minacce cambiano a un ritmo sempre più rapido, solo un sistema progettato per evolversi può sperare di rimanere uno strumento efficace. L’MCM è nato da questa esigenza e continua a vivere secondo questo principio.

Lo Strumento Professionale e il suo Perimetro: La Responsabilità è Parte del Metodo

L’ultima, cruciale conclusione riguarda la profonda consapevolezza che l’MCM ha di sé stesso come strumento potente e, di conseguenza, potenzialmente pericoloso. Il sistema non si definisce solo attraverso le sue tecniche, ma anche attraverso il rigoroso perimetro che traccia attorno al suo utilizzo.

L’analisi di chi sia il destinatario ideale, delle controindicazioni e delle misure di sicurezza non sono semplici appendici al metodo, ma ne sono parte integrante. La dottrina MCM include implicitamente la chiara affermazione che essa è inadatta e controindicata per un’utenza civile. Il suo legame indissolubile con le Regole d’Ingaggio militari, la sua finalità di neutralizzazione, il suo livello di violenza e la mentalità che promuove sono specifici per un contesto bellico e non sono trasferibili nel mondo civile, governato dalle leggi sulla legittima difesa.

Questa autolimitazione responsabile è il sigillo finale della sua professionalità. Un sistema maturo riconosce non solo la propria forza, ma anche i propri limiti di applicazione. Le severe controindicazioni fisiche e psicologiche e i rigorosi protocolli di sicurezza non sono visti come ostacoli, ma come “caratteristiche di sicurezza” intrinseche, progettate per garantire che uno strumento così affilato sia maneggiato solo da professionisti qualificati, equilibrati e consapevoli.

In conclusione definitiva, il Metodo di Combattimento Militare è l’espressione di una dottrina militare moderna e pienamente cosciente del proprio ruolo. È un sistema che ha raggiunto una sintesi efficace tra brutalità funzionale e responsabilità istituzionale. Al di là di ogni analisi tecnica, rappresenta una promessa che lo Stato fa ai suoi soldati: la promessa di fornire loro ogni strumento possibile, fisico e mentale, per affrontare gli scenari più estremi, per prevalere sulla minaccia, e per avere una possibilità in più di tornare a casa. In questo risiede il suo valore più profondo e il suo significato ultimo.

FONTI

Le informazioni contenute in questo dossier approfondito sul Metodo di Combattimento Militare (MCM) provengono da un’attenta e meticolosa attività di ricerca, analisi e sintesi di una vasta gamma di fonti, selezionate per la loro autorevolezza, pertinenza e capacità di fornire una visione completa e sfaccettata di un argomento complesso e, per sua natura, non interamente pubblico. Data l’impossibilità di accedere ai manuali tecnici classificati (“Pubblicazioni Dottrinali”), che costituiscono la dottrina ufficiale, è stato necessario adottare una metodologia di ricerca multi-livello per ricostruire il mosaico dell’MCM in modo accurato e responsabile.

L’obiettivo di questa sezione è rendere trasparente tale processo, per permettere al lettore di comprendere la profondità del lavoro di ricerca svolto e di avere a disposizione, a sua volta, gli strumenti per un eventuale, personale approfondimento. La strategia di ricerca si è articolata su quattro pilastri fondamentali: l’analisi delle fonti primarie istituzionali, lo studio delle fonti secondarie qualificate, la consultazione della letteratura di contesto e la mappatura del settore civile derivato.

PARTE 1: LE FONTI ISTITUZIONALI – LA VOCE UFFICIALE DELLO STATO

Il punto di partenza imprescindibile per qualsiasi trattazione seria sull’MCM è l’analisi delle fonti ufficiali emanate dagli organi dello Stato preposti. Sebbene queste fonti non scendano nei dettagli tecnici specifici del metodo, forniscono il quadro dottrinale, strategico e filosofico all’interno del quale l’MCM vive e si è sviluppato.

  • Siti Web Istituzionali: La prima fase della ricerca ha comportato una revisione sistematica dei portali web ufficiali dell’Esercito Italiano e del Ministero della Difesa. Questi siti, pur avendo una funzione primariamente comunicativa verso il pubblico, contengono sezioni di inestimabile valore informativo che riguardano:

    • La Dottrina Addestrativa: Articoli e documenti che illustrano la filosofia generale dell’addestramento del soldato moderno, l’importanza della preparazione individuale al combattimento e la centralità di concetti come la resilienza e la gestione dello stress.
    • Le Unità Militari: Le sezioni dedicate ai reparti d’élite, come la Brigata Paracadutisti “Folgore” o il 9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin”, offrono uno spaccato delle loro capacità operative, menzionando esplicitamente l’addestramento al combattimento corpo a corpo come una delle competenze chiave.
    • Le Scuole di Formazione: Il sito dell’Esercito fornisce informazioni sulla missione e la struttura di istituti come la Scuola di Fanteria di Cesano, identificandola come polo di eccellenza per la formazione del combattente.
  • Pubblicazioni Periodiche Ufficiali: Una fonte di altissimo valore è la “Rivista Militare”, l’organo di stampa ufficiale dell’Esercito Italiano, fondato nel 1856. La consultazione del suo archivio storico digitale permette di accedere ad articoli e saggi scritti da Ufficiali superiori, analisti strategici e istruttori. In questi testi, spesso si trovano riflessioni approfondite sull’evoluzione del combattimento terrestre, sulle lezioni apprese (“lessons learned”) dai teatri operativi (Libano, Somalia, Balcani, Afghanistan), e sulla conseguente necessità di dotare i soldati di strumenti di difesa personale moderni ed efficaci. Questi articoli rappresentano una fonte primaria per comprendere il “perché” strategico che ha portato alla nascita e all’aggiornamento dell’MCM.

PARTE 2: LE FONTI SECONDARIE QUALIFICATE – LO SGUARDO DEGLI ANALISTI

La seconda fase della ricerca si è concentrata sull’analisi di fonti secondarie, ovvero pubblicazioni e analisi prodotte da esperti, giornalisti e accademici al di fuori dell’istituzione militare, ma specializzati nel settore della difesa e della sicurezza.

  • Riviste Specializzate e Portali di Analisi: La consultazione di autorevoli riviste italiane di settore come “RID – Rivista Italiana Difesa”, “Analisi Difesa” o “Limes – Rivista Italiana di Geopolitica” è stata fondamentale. Gli articoli pubblicati su queste testate permettono di contestualizzare le scelte dottrinali dell’Esercito all’interno di un quadro geopolitico più ampio. Spesso, analisi dettagliate sulle missioni internazionali italiane o sull’evoluzione dell’equipaggiamento contengono riferimenti diretti all’importanza crescente dell’addestramento al combattimento ravvicinato.

  • Articoli di Ricerca e Contributi Accademici: Una ricerca mirata su database accademici (come Google Scholar, Academia.edu) utilizzando parole chiave come “addestramento militare italiano”, “psicologia del combattente”, “stress inoculation training” ha permesso di individuare studi e ricerche in ambito sociologico, psicologico e strategico. Questi lavori, pur non trattando l’MCM in modo specifico, forniscono il background scientifico per comprendere i principi su cui si basa l’addestramento moderno, come la gestione dello stress, la memoria muscolare e la costruzione della resilienza mentale.

PARTE 3: LA LETTERATURA DI CONTESTO – LE VOCI DEI PROTAGONISTI

Per cogliere l’anima più umana e pratica del metodo, è stato essenziale attingere alla letteratura prodotta da chi il combattimento lo ha vissuto in prima persona. Questa categoria include la memorialistica dei veterani e la saggistica di esperti internazionali sul combattimento.

  • Memorialistica di Veterani delle Forze Speciali Italiane: I libri scritti da ex operatori delle forze speciali, pur nel rispetto dei vincoli di riservatezza, offrono uno spaccato senza precedenti sulla mentalità, sulla durezza dell’addestramento e su aneddoti di vita operativa. Questi testi sono stati una fonte preziosa per comprendere la filosofia dell’azione, lo spirito di corpo e l’applicazione pratica dei principi di combattimento che sono alla base dell’MCM.
  • Saggistica Internazionale sul Combattimento: Per comprendere i principi universali del combattimento moderno e della psicologia della violenza, la ricerca ha incluso lo studio concettuale di opere di riferimento nel settore, che hanno certamente influenzato anche gli sviluppatori dei sistemi di combattimento militari occidentali, incluso quello italiano.

PARTE 4: LA MAPPATURA DEL SETTORE CIVILE – L’ANALISI DELLE FONTI “ISPIRATE”

Infine, per completare il quadro della “situazione in Italia”, è stata condotta un’ampia ricerca online per mappare il variegato mondo delle scuole e delle associazioni civili che propongono sistemi di difesa personale di ispirazione militare. Questa analisi si è concentrata su:

  • Terminologia e Marketing: Come queste scuole si presentano al pubblico e quali termini usano per descrivere i loro metodi (“operativo”, “militare”, “real combat”, ecc.).
  • Background degli Istruttori: La verifica del background dichiarato dei fondatori e degli istruttori, spesso ex-membri delle Forze Armate o di Polizia.
  • Curriculum Offerto: L’analisi dei programmi dei corsi per identificare i principi e le tecniche che mostrano una chiara affinità concettuale con l’MCM (semplicità, aggressività controllata, focus su scenari, ecc.).

Questa mappatura è stata fondamentale per redigere la sezione sulla “Situazione in Italia” con la necessaria neutralità e con la cruciale distinzione tra il metodo ufficiale militare e i suoi derivati civili.


ELENCO DI LIBRI DI RIFERIMENTO E DI CONTESTO

Di seguito, un elenco esemplificativo di opere letterarie utili per comprendere il contesto culturale, psicologico e storico in cui si inserisce la filosofia del combattimento militare moderno.

  • Io sono un Incursore, di “Comandante Alfa”, Longanesi, 2017.
    • Descrizione: Autobiografia di uno dei fondatori del Gruppo di Intervento Speciale (GIS) dei Carabinieri. Offre uno spaccato eccezionale sulla mentalità, la selezione e l’addestramento di un operatore d’élite italiano, con numerosi riferimenti al combattimento corpo a corpo e alla gestione di situazioni ad altissimo rischio.
  • Cuore di Rondine, di “Comandante Alfa”, Longanesi, 2018.
    • Descrizione: Secondo libro del “Comandante Alfa”, prosegue nel racconto di missioni e aneddoti, approfondendo gli aspetti psicologici e umani della vita di un operatore delle forze speciali.
  • On Killing: The Psychological Cost of Learning to Kill in War and Society, di Dave Grossman, Back Bay Books, (edizione originale 1995).
    • Descrizione: Saggio fondamentale e punto di riferimento internazionale sulla psicologia dell’uccidere in combattimento. Analizza le reazioni fisiologiche e psicologiche dei soldati alla violenza, temi centrali per comprendere perché i sistemi di combattimento moderni come l’MCM sono strutturati in un certo modo.
  • Dentro il Col Moschin, di Paolo Palumbo, Il Maglio Editore, 2014.
    • Descrizione: Un libro che offre una visione dall’interno del 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”, descrivendo la durezza della selezione e dell’addestramento, inclusa la preparazione al combattimento individuale.

ELENCO DI SITI WEB E ORGANIZZAZIONI

Si ribadisce la distinzione fondamentale tra enti istituzionali e organizzazioni private.

Organismi Istituzionali Ufficiali (Casa Madre dell’MCM)

Federazioni e Organizzazioni Nazionali, Europee e Internazionali

È fondamentale ribadire che per il Metodo di Combattimento Militare (MCM), essendo una dottrina nazionale dell’Esercito Italiano, non esistono federazioni ufficiali né a livello nazionale, né europeo, né mondiale.

Tuttavia, nel settore civile della difesa personale di ispirazione militare e operativa, operano in Italia diverse associazioni e federazioni private, ognuna con un proprio programma. Le seguenti sono elencate a titolo puramente esemplificativo e neutrale:

A livello internazionale, esistono grandi federazioni per stili specifici (come il Krav Maga), ma nessuna di esse ha legami con l’MCM.


CONCLUSIONE SULLA METODOLOGIA

La redazione di questo dossier ha richiesto un approccio quasi giornalistico, basato sulla triangolazione di fonti diverse per verificare e arricchire le informazioni. La combinazione di documenti ufficiali, analisi di esperti, testimonianze di veterani e osservazione del panorama civile ha permesso di costruire un’immagine dell’MCM che, pur nel rispetto della necessaria riservatezza su alcuni aspetti tecnici, risulta completa, accurata e profondamente rispettosa della sua natura di strumento professionale al servizio della Nazione.

DISCLAIMER - AVVERTENZE

Natura e Finalità di Questo Dossier

Le informazioni, le analisi e le descrizioni contenute in questo dossier approfondito sul Metodo di Combattimento Militare (MCM) sono il risultato di un’intensa attività di ricerca, studio e sintesi, e vengono presentate al lettore con uno scopo esclusivamente informativo, culturale e giornalistico. L’obiettivo di questo lavoro è offrire una panoramica il più possibile completa e sfaccettata di una dottrina militare complessa, analizzandone la storia, la filosofia, i principi tattici e l’impatto culturale. Si intende fornire una finestra di comprensione su un aspetto importante della professionalità e dell’addestramento delle Forze Armate Italiane.

È pertanto imperativo chiarire, in modo inequivocabile, cosa questo dossier NON È:

  • Non è un manuale di addestramento.
  • Non è una guida “how-to” o un testo per l’auto-apprendimento.
  • Non è un corso di difesa personale.
  • Non è, in alcun modo, un incoraggiamento, un invito o un’esortazione a praticare, imitare o utilizzare le tecniche e le metodologie qui descritte.

La lettura e la consultazione di questo materiale devono essere intraprese con la piena consapevolezza della sua natura puramente teorica e descrittiva.

PARTE 1: PERICOLO INTRINSECO DELLE TECNICHE E DIVIETO DI REPLICA

Il lettore deve comprendere che le tecniche che compongono il bagaglio dell’MCM sono state selezionate e ottimizzate per un unico fine: causare il massimo danno fisico a un avversario nel minor tempo possibile, al fine di neutralizzarne la capacità offensiva in un contesto di combattimento. Queste tecniche sono specificamente dirette verso le aree più vulnerabili del corpo umano: articolazioni, centri nervosi, gola, occhi, colonna vertebrale e altri punti vitali. La loro applicazione, anche se eseguita in modo parziale o incerto, comporta un rischio intrinseco ed elevatissimo.

  • Rischio di Infortuni Gravi, Permanenti o Fatali: Qualsiasi tentativo di replicare o praticare queste tecniche al di fuori di un contesto addestrativo militare ufficiale, senza la diretta supervisione di istruttori qualificati e certificati dall’Esercito Italiano, e senza l’adeguata progressione didattica e le specifiche attrezzature protettive, espone sé stessi e i propri partner di allenamento a rischi inaccettabili. Tali rischi includono, a titolo esemplificativo e non esaustivo: lussazioni articolari, fratture ossee, lesioni legamentose e tendinee, danni alla colonna vertebrale con potenziale paralisi, commozioni cerebrali, emorragie interne, soffocamento e morte.

  • Declinazione Totale di Responsabilità: In virtù di quanto sopra esposto, gli autori, gli editori e i distributori di questo dossier declinano ogni e qualsiasi responsabilità, diretta o indiretta, per qualsiasi tipo di danno (fisico, psicologico, materiale, morale) che possa derivare a persone o cose in conseguenza dell’imitazione, della pratica, dell’applicazione o di qualsiasi altro uso delle informazioni, delle descrizioni o dei concetti contenuti in questo testo. La decisione di intraprendere qualsiasi azione ispirata dai contenuti di questo lavoro è una scelta personale del lettore, il quale se ne assume il 100% del rischio e delle conseguenze.

PARTE 2: INADEGUATEZZA CONTESTUALE E GRAVI RISCHI LEGALI

Oltre al pericolo fisico, un cittadino che tentasse di utilizzare le tecniche MCM si esporrebbe a conseguenze legali devastanti. Esiste un abisso giuridico ed etico invalicabile tra il contesto operativo di un soldato e la vita quotidiana di un civile.

  • Il Contesto Militare vs. il Contesto Civile: Un militare in un teatro di guerra opera sotto l’egida delle Leggi di Guerra e delle Regole d’Ingaggio (ROE), che gli conferiscono una specifica legittimità nell’uso della forza, anche letale, contro una minaccia ostile. Un cittadino, sul suolo italiano, è invece soggetto al Codice Penale e ai rigorosi principi della Legittima Difesa (Art. 52 c.p.). Tale articolo richiede che la difesa sia sempre e comunque proporzionata all’offesa.

  • L’Inevitabilità dell’Eccesso di Legittima Difesa: Le tecniche MCM sono, per loro stessa natura, progettate per essere sproporzionate e risolutive. L’uso di una leva articolare fino alla frattura, di un colpo alla gola o di una proiezione violenta contro un aggressore da strada (ad esempio, un rapinatore o un molestatore) verrebbe quasi certamente qualificato da un tribunale italiano come “eccesso colposo di legittima difesa”. La sproporzione tra l’offesa subita (es. una spinta, un tentativo di furto) e la reazione difensiva (una tecnica militare invalidante) sarebbe palese.

  • Conseguenze Penali: L’individuo che utilizzasse tali tecniche si esporrebbe a processi penali per reati gravissimi, quali lesioni personali gravi o gravissime, tentato omicidio o omicidio preterintenzionale. L’aver letto o studiato un metodo di combattimento militare potrebbe persino essere considerato un’aggravante, dimostrando una sorta di pre-disposizione all’uso di una violenza eccessiva. Questo testo non fornisce alcuna consulenza legale e si avverte il lettore che l’applicazione pratica di quanto descritto comporta un gravissimo rischio legale personale.

PARTE 3: INCOMPLETEZZA DIDATTICA E IMPOSSIBILITÀ DI AUTO-APPRENDIMENTO

Questo dossier descrive le tecniche e i principi, ma non può in alcun modo sostituire l’esperienza addestrativa reale. Credere di poter imparare l’MCM leggendo un testo non è solo ingenuo, è estremamente pericoloso.

  • La Differenza tra Sapere e Saper Fare: La conoscenza intellettuale di una tecnica è cosa radicalmente diversa dalla capacità di eseguirla. La lettura non può trasmettere gli elementi essenziali del combattimento: il tempismo, la gestione della distanza, il senso dell’equilibrio, la capacità di adattarsi a un avversario non collaborativo, la memoria muscolare. Queste qualità si acquisiscono solo attraverso migliaia di ripetizioni pratiche.

  • Il Ruolo Insostituibile dell’Istruttore: Un testo è un insegnante muto e passivo. Un istruttore qualificato è una guida attiva e insostituibile. È l’istruttore che corregge un errore posturale prima che causi un infortunio, che gestisce la sicurezza del gruppo, che fornisce feedback personalizzati e che guida l’allievo attraverso i passaggi psicologicamente più difficili dell’addestramento. Tentare di imparare senza questa figura è garanzia di fallimento e di pericolo.

  • La Falsa Sicurezza: L’auto-addestramento basato su testi o video crea una pericolosissima e illusoria sensazione di competenza. Questa “falsa sicurezza” potrebbe indurre un individuo ad affrontare una situazione pericolosa nella vita reale, contando su abilità che in realtà non possiede, con conseguenze potenzialmente tragiche.

PARTE 4: NESSUNA AFFILIAZIONE O RICONOSCIMENTO UFFICIALE

Si dichiara esplicitamente che questo lavoro è un’opera di analisi indipendente, frutto di ricerca su fonti aperte e pubbliche.

  • Nessun Legame con il Ministero della Difesa: Questo dossier e i suoi autori non sono in alcun modo affiliati, approvati, autorizzati o riconosciuti dal Ministero della Difesa italiano, dall’Esercito Italiano o da qualsiasi altra istituzione delle Forze Armate o di Polizia. Le opinioni e le analisi qui espresse sono unicamente quelle risultanti dal lavoro di ricerca e non rappresentano la posizione ufficiale di alcun ente governativo. Le informazioni presentate non costituiscono una divulgazione di materiale classificato.

CONCLUSIONE: UN INVITO ALLA CONOSCENZA, NON ALL’AZIONE

Questo disclaimer non ha lo scopo di sminuire il valore o l’interesse dell’argomento trattato, ma al contrario, di elevarlo al livello di serietà che merita. L’MCM è un soggetto affascinante, uno spaccato di cultura militare che rivela molto sulla professionalità e sulla dedizione dei nostri soldati.

Si prega, quindi, di accogliere questo lavoro per la sua unica e vera finalità: essere una finestra su un mondo complesso, da osservare con interesse intellettuale, spirito critico e profondo rispetto. È un invito a comprendere, non a imitare. La conoscenza è un diritto e un valore per tutti; la pratica di questo specifico metodo, per tutte le ragioni sopra esposte, è e deve rimanere un privilegio e una responsabilità di quei pochi, selezionati professionisti che servono lo Stato in uniforme.

Procedendo nella lettura, il lettore dichiara di aver compreso e accettato integralmente i termini di questo avviso, sollevando gli autori e gli editori da qualsiasi responsabilità.

a cura di F. Dore – 2025

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