Tabella dei Contenuti
COSA E'
Introduzione: Definire l’Indefinibile – Il Concetto di Subak
Quando ci si avvicina al vasto e complesso mondo delle arti marziali coreane, il termine Subak (수박/手搏) emerge con la forza e il mistero di un’antica reliquia. Comprendere appieno “cosa è” il Subak richiede un viaggio che trascende una semplice definizione da dizionario. Non si tratta di una singola disciplina marziale standardizzata e praticata oggi con un curriculum univoco, come potrebbero essere il Judo o il Karate-Do. Piuttosto, il Subak è un concetto storico, un termine ombrello che per secoli ha identificato l’essenza stessa del combattimento a mani nude nella penisola coreana. È il nobile antenato, la radice profonda da cui sono germogliate molte delle arti marziali che oggi conosciamo e ammiriamo.
Definire il Subak significa quindi esplorare la sua etimologia, tracciare la sua evoluzione attraverso le tumultuose dinastie della storia coreana, analizzare le sue caratteristiche tecniche sulla base delle testimonianze storiche e comprendere come la sua eredità sia stata salvata dall’oblio e rivitalizzata nel XX secolo. È la storia di un’arte che è stata al contempo una pratica militare letale, uno sport competitivo per la nobiltà, un esercizio per la salute del popolo e, infine, un simbolo di identità culturale. In questa esplorazione, scopriremo che il Subak non è semplicemente un insieme di tecniche, ma un’espressione della filosofia, della cultura e dello spirito del popolo coreano.
L’Etimologia del Termine: “Colpo di Mano” e le sue Implicazioni
Per cogliere l’essenza del Subak, il punto di partenza naturale è il suo nome. Il termine è composto da due caratteri cinesi (Hanja), che per secoli sono stati il sistema di scrittura ufficiale della Corea colta.
Su (수/手): Questo carattere significa “mano”. La sua inclusione è diretta e inequivocabile. Indica che l’arte marziale si basa primariamente sull’uso degli arti superiori. Non si tratta solo del pugno chiuso, ma della mano in tutte le sue forme: di taglio, di palmo, con le dita, il polso. La mano è lo strumento principale dell’espressione tecnica.
Bak (박/搏): Questo carattere è più complesso e ricco di sfumature. La sua traduzione più immediata è “colpire”, “percuotere”, “attaccare”. Tuttavia, il suo significato si estende anche a concetti come “lottare corpo a corpo”, “combattere”. L’ideogramma stesso suggerisce un’azione dinamica e vigorosa.
Mettendo insieme i due caratteri, Subak (手搏) si traduce letteralmente come “Colpo di Mano” o “Combattimento con le Mani”. Questa etimologia ci fornisce un indizio fondamentale sulla sua natura: il Subak, nelle sue forme più antiche, era un sistema di combattimento focalizzato sulle percussioni. Era un’arte pragmatica, il cui scopo era neutralizzare un avversario attraverso l’impatto. A differenza di arti marziali che enfatizzano primariamente le prese, le proiezioni o le leve articolari (come il Ssireum, la lotta tradizionale coreana), il Subak era definito dalla sua enfasi sui colpi. Questa caratteristica lo rende il precursore diretto di sistemi moderni come il Taekwondo e il Soo Bahk Do, che mantengono un forte accento sulle tecniche di percussione.
Le Radici Millenarie: Il Subak nell’Antica Corea
La storia del Subak è intrecciata in modo indissolubile con la storia stessa della nazione coreana. Le sue origini sono così antiche da sfumare nella leggenda, ma le prove archeologiche e i documenti storici ci permettono di tracciarne un percorso affascinante.
L’alba del Combattimento: Il Periodo dei Tre Regni (57 a.C. – 668 d.C.)
Il periodo dei Tre Regni, caratterizzato dalla rivalità tra i regni di Goguryeo a nord, Baekje a sud-ovest e Silla a sud-est, fu un’epoca di costanti conflitti militari che resero le abilità di combattimento una necessità vitale. È in questo contesto che troviamo le prime, inconfutabili prove dell’esistenza di forme di combattimento a mani nude.
Le testimonianze più straordinarie provengono dalle tombe reali del regno di Goguryeo, situate in quella che oggi è la Manciuria. In particolare, le pitture murali della Tomba di Anak n. 3 e della tomba di Muyongchong (risalenti al IV secolo d.C.) raffigurano scene di vita quotidiana, caccia e guerra. Tra queste, vi sono chiare immagini di due uomini impegnati in un combattimento a mani nude, in pose che mostrano l’uso di pugni, mani aperte e parate. Queste rappresentazioni sono considerate dagli storici la più antica prova visiva di ciò che sarebbe poi stato conosciuto come Subak.
Nel regno di Silla, invece, la pratica marziale era strettamente legata all’istituzione dei Hwarang (“Giovani in Fiore”). Questi erano giovani aristocratici selezionati per la loro bellezza, intelligenza e abilità, che venivano addestrati per diventare i futuri leader militari e politici del regno. Il loro addestramento non era solo accademico, ma comprendeva un intenso regime fisico che includeva tiro con l’arco, equitazione, scherma e, secondo molte fonti, una forma di combattimento a mani nude riconducibile al Subak. Sebbene i Hwarang non abbiano lasciato testimonianze visive come quelle di Goguryeo, il loro codice etico (il Sesok-ogye) e la loro enfasi sull’unione tra forza fisica e rettitudine morale gettarono le basi filosofiche che avrebbero permeato le arti marziali coreane per i secoli a venire.
L’Età d’Oro: Il Subak durante la Dinastia Goryeo (918-1392)
Fu durante la dinastia Goryeo che il Subak raggiunse il suo massimo splendore e la sua più ampia diffusione. Da pratica prettamente militare, si trasformò in un’attività sistematizzata, praticata a tutti i livelli della società.
Il suo ruolo nell’esercito divenne formalizzato. Le cronache storiche, come il Goryeosa (la storia ufficiale della dinastia Goryeo), riportano che il Subak era una delle discipline fondamentali per la selezione dei soldati e degli ufficiali. Esistevano competizioni chiamate O-Byeong Subakhi (“Combattimento Subak dei cinque battaglioni”), durante le quali i soldati dimostravano la loro abilità per ottenere promozioni. Questo indica che il Subak non era più solo un insieme di tecniche istintive, ma un sistema con criteri di valutazione e un certo grado di standardizzazione.
Oltre all’ambito militare, il Subak divenne una forma di intrattenimento e uno sport popolare tra la nobiltà. I re di Goryeo organizzavano spesso tornei di Subak a corte, premiando i campioni con cariche importanti e riconoscimenti. Questo elevò lo status dell’arte, attirando praticanti da ogni ceto sociale. Anche i cittadini comuni praticavano il Subak per autodifesa e per mantenersi in forma, rendendolo una parte integrante della cultura popolare dell’epoca. Durante questo periodo, il termine Subakhi (수박희), che aggiunge il suffisso “hee” (희/戲) che significa “gioco” o “spettacolo”, divenne comune, sottolineando la sua dimensione ludica e competitiva.
Il Declino e la Memoria Storica: Il Subak nella Dinastia Joseon (1392-1910)
Con l’ascesa della dinastia Joseon, il fiorente panorama marziale della Corea subì un drastico cambiamento. La nuova dinastia adottò il Neo-Confucianesimo come ideologia di stato, portando a una trasformazione radicale dei valori sociali.
L’Impatto del Neo-Confucianesimo
Il Neo-Confucianesimo esaltava la superiorità degli studi letterari e accademici (il “pennello”) rispetto alle attività marziali e fisiche (la “spada”). I letterati e i burocrati occupavano il gradino più alto della scala sociale, mentre i militari erano visti con un certo disprezzo. In questo nuovo clima culturale, la pratica del Subak, associata alla forza bruta e alla violenza, perse il suo prestigio. La nobiltà abbandonò la pratica marziale in favore degli studi classici, e il Subak fu relegato ai ranghi più bassi dell’esercito e alle classi popolari.
Le invasioni giapponesi guidate da Toyotomi Hideyoshi alla fine del XVI secolo (le Guerre di Imjin) assestarono un altro duro colpo. La superiorità delle armi da fuoco giapponesi (archibugi) rese evidente l’importanza delle armi e delle tattiche militari moderne, mettendo ulteriormente in ombra l’efficacia del combattimento a mani nude sul campo di battaglia. Di conseguenza, il governo Joseon concentrò le sue risorse sull’addestramento con lancia, spada e arco, e il Subak sopravvisse solo come forma di allenamento fisico basilare per i soldati o come pratica clandestina tra la gente comune.
La Preservazione Scritta: Il Muye Dobo Tongji
Nonostante il suo declino, l’eredità del Subak non andò completamente perduta. Verso la fine del XVIII secolo, sotto il regno del re Jeongjo, fu commissionata un’opera monumentale per rivitalizzare le arti marziali coreane. Il risultato fu il Muye Dobo Tongji (“Manuale Illustrato Completo delle Arti Marziali”), pubblicato nel 1790.
Questo manuale è un tesoro di inestimabile valore. È un compendio illustrato di tutte le arti marziali praticate in Corea a quel tempo, sia armate che disarmate. In una delle sue sezioni, descrive e illustra tecniche di Kwonbup (권법/拳法, “metodo del pugno”), un termine che a quel tempo era diventato sinonimo di Subak. Le illustrazioni mostrano uomini in posizioni dinamiche, che eseguono una varietà di pugni, parate e calci. Sebbene il Muye Dobo Tongji non presenti un sistema completo, ha congelato nel tempo un’istantanea delle tecniche di combattimento a mani nude dell’epoca, preservando una conoscenza che altrimenti sarebbe svanita. Questo testo si rivelerà fondamentale secoli dopo, quando una nuova generazione di maestri cercherà di riscoprire le radici marziali della Corea.
Analisi Tecnica: Ricostruire i Movimenti del Subak
Dato che non esistono scuole di Subak “originale” sopravvissute fino ai giorni nostri, la comprensione delle sue tecniche è un lavoro di ricostruzione basato sulle fonti disponibili: le pitture murali, le descrizioni testuali e le tecniche preservate nelle arti marziali discendenti.
Un’Arte di Percussione
Come suggerisce il nome, il cuore del Subak era l’uso delle mani per colpire. Le illustrazioni del Muye Dobo Tongji e le analisi delle arti successive suggeriscono un arsenale vario: * Pugni (Jireugi): Colpi diretti, circolari e ascendenti, simili a quelli che si trovano in molte arti marziali. * Mano Aperta (Son): L’uso della mano aperta era probabilmente più sofisticato di quanto si possa pensare, includendo colpi con il taglio della mano (Sonkal), il palmo (Sonbadak) e la punta delle dita. Questi colpi erano versatili, adatti sia a colpire punti vitali che a parare e deviare gli attacchi. * Altre Tecniche di Braccia: Si presume che il Subak includesse anche l’uso di gomiti e avambracci per parate e colpi a corta distanza.
L’approccio era probabilmente diretto, potente e pragmatico, finalizzato a causare il massimo danno nel minor tempo possibile.
L’Uso delle Gambe e del Corpo
Sebbene il nome enfatizzi le mani, le gambe non erano affatto trascurate. Le fonti mostrano l’uso di calci, principalmente a media e bassa altezza, mirati a punti vulnerabili come le ginocchia, l’inguine e il ventre. Le posizioni (Jase) dovevano essere stabili per generare potenza, ma anche abbastanza mobili da permettere rapidi spostamenti. Il movimento del corpo era probabilmente olistico, con la potenza generata dalla rotazione delle anche e dalla corretta coordinazione tra arti inferiori e superiori, un principio fondamentale in tutte le arti marziali efficaci.
La Distinzione Cruciale: Subak, Subakhi e Taekkyeon
È importante distinguere il Subak da un’altra importante arte marziale coreana, il Taekkyeon. Sebbene probabilmente condividano un’origine comune, nel tempo si sono differenziati. Il Subak rimase un termine più generico per il combattimento a percussione, spesso con una connotazione più dura e lineare. Il Taekkyeon, invece, sviluppò uno stile unico, caratterizzato da un movimento ritmico e danzante (pumbalgi), da cui vengono lanciati calci fluidi e imprevedibili. Mentre il Subak era focalizzato sul “colpire” (Bak), il Taekkyeon si specializzò nel “calciare” (Taek). Alcuni storici teorizzano che il Taekkyeon sia una derivazione più “morbida” e sportiva del più marziale Subak, sviluppatasi tra il popolo durante la dinastia Joseon, quando le pratiche più apertamente militari erano scoraggiate.
La Rinascita nel XX Secolo: La Nascita del Soo Bahk Do
Durante l’occupazione giapponese (1910-1945), la pratica delle arti marziali coreane fu bandita. Questo portò il Subak e il Taekkyeon sull’orlo dell’estinzione. Dopo la liberazione, nel 1945, ci fu un’ondata di fervore nazionalista e un rinnovato interesse per il recupero del patrimonio culturale perduto. Fu in questo clima che emerse una figura chiave: il Grande Maestro Hwang Kee.
La Visione del Grande Maestro Hwang Kee
Hwang Kee era un maestro che aveva studiato le arti marziali coreane (sosteneva di aver assistito a scene di Taekkyeon da bambino) e i sistemi di Kung Fu cinesi durante il suo lavoro in Manciuria. Dopo la guerra, aprì la sua scuola, che chiamò Moo Duk Kwan (“Scuola della Virtù Marziale”). Inizialmente, chiamò la sua arte Hwa Soo Do (“Via della Mano Fiorita”), e poi Tang Soo Do (“Via della Mano Cinese”, un riferimento alle sue influenze esterne).
Tuttavia, Hwang Kee sentiva un profondo desiderio di riconnettere la sua arte alle radici autenticamente coreane. La sua ricerca lo portò, nel 1957, alla scoperta del Muye Dobo Tongji in una biblioteca di Seoul. Lo studio di questo manuale fu per lui un’epifania. Vide nelle tecniche di Kwonbup illustrate nel testo una convalida delle sue idee e una connessione diretta con l’antica tradizione marziale della sua nazione.
Dal Subak al Soo Bahk Do: Continuità e Innovazione
Per onorare questa scoperta e dichiarare l’identità puramente coreana della sua arte, Hwang Kee decise di adottare un nuovo nome. Scelse Soo Bahk Do (수박도/手搏道). La scelta non fu casuale. Prese il termine antico Su Bak (Subak) e vi aggiunse il suffisso Do (도/道).
Il “Do” è un concetto filosofico di enorme importanza in Asia orientale, che significa “La Via”, “il sentiero”. La sua aggiunta trasformò il nome da una semplice descrizione di un’attività fisica (“Combattimento con le Mani”) a una dichiarazione di intenti filosofici: “La Via del Combattimento con le Mani”.
Il Soo Bahk Do fondato da Hwang Kee non è, quindi, una riproduzione esatta dell’antico Subak (che sarebbe impossibile), ma la sua incarnazione moderna. È un’arte marziale completa e sistematizzata che si fonda sui principi e sulla filosofia dell’antico Subak, integrandoli con le conoscenze tecniche e pedagogiche sviluppate da Hwang Kee. Il Soo Bahk Do è il ponte che collega il passato marziale della Corea al presente, un’eredità vivente che permette ai praticanti di oggi di percorrere la stessa “Via” dei guerrieri di un tempo.
Conclusione: Il Subak Oggi – Un’Eredità Vivente
In definitiva, “cosa è il Subak”?
È un concetto storico, che rappresenta le diverse forme di combattimento a mani nude praticate in Corea per oltre un millennio. È stato l’arte dei guerrieri di Goguryeo, lo sport dei nobili di Goryeo e la pratica di sopravvivenza del popolo di Joseon.
È una matrice tecnica, un sistema basato sulla percussione che ha dato origine a molteplici discendenti, influenzando in modo determinante lo sviluppo del combattimento coreano.
È un patrimonio culturale, un simbolo della forza e della resilienza del popolo coreano, capace di sopravvivere a secoli di declino e a un’occupazione straniera.
Infine, grazie alla visione di maestri come Hwang Kee, è un’eredità vivente. Oggi, il termine Subak risuona nei dojang di Soo Bahk Do di tutto il mondo. Non è più solo un reperto storico da studiare sui libri, ma un’arte vibrante e completa, praticata da migliaia di persone che, attraverso le sue tecniche e la sua filosofia, continuano a esplorare “La Via del Combattimento con le Mani”, mantenendo vivo lo spirito indomito dei loro antichi predecessori. Studiare il Subak significa, in ultima analisi, comprendere il cuore stesso delle arti marziali coreane.
CARATTERISTICHE, FILOSOFIA E ASPETTI CHIAVE
Introduzione: La Sintesi tra Azione e Pensiero
L’essenza del Subak, e di conseguenza del Soo Bahk Do, non risiede semplicemente nell’efficacia delle sue tecniche di combattimento. Se così fosse, sarebbe ridotto a un mero sistema di violenza organizzata. La sua vera natura, la sua incomparabile ricchezza, si manifesta nella sintesi indissolubile tra “Bahk” (搏), l’azione del colpire, e “Do” (道), la Via, il percorso di autoperfezionamento. Questa non è una dicotomia, ma una simbiosi: l’azione fisica è il linguaggio attraverso cui si esprime e si apprende il pensiero filosofico.
Il Soo Bahk Do Moo Duk Kwan è il risultato di una triplice sintesi operata da Hwang Kee:
Le radici coreane: L’ispirazione tratta dall’antico Subak e dal Taekkyeon, ricercata e recuperata attraverso lo studio di testi storici come il Muye Dobo Tongji.
Le influenze cinesi: L’integrazione di principi e tecniche derivanti dai sistemi del Nord e del Sud della Cina, che Hwang Kee studiò approfonditamente, arricchendo l’arte di fluidità, complessità e profondità strategica.
La pedagogia moderna: L’adozione di un sistema di insegnamento strutturato, con uniformi (Dobok), cinture (Dee) e forme (Hyung), che, sebbene esteriormente simile a quello delle arti marziali giapponesi, fu riempito di un contenuto filosofico unicamente coreano.
Questa introduzione serve a stabilire il campo della nostra indagine: un’arte marziale dove la caratteristica fisica è lo strumento della filosofia, e la filosofia è la guida dell’azione fisica. Esploreremo questa relazione attraverso tre lenti principali: le caratteristiche tecniche e strategiche (la dimensione esterna), i principi filosofici fondamentali (la dimensione interna) e il codice etico che governa la pratica e la vita del marzialista.
Parte I: Le Caratteristiche Tecniche e Strategiche – La Dimensione Esterna (Weh Gong)
La dimensione esterna, o Weh Gong (외공 / 外功), si riferisce a tutto ciò che è visibile, fisico e tangibile nell’arte. Riguarda lo sviluppo del corpo, la padronanza delle tecniche e la comprensione della strategia. Tuttavia, anche in questo ambito, ogni aspetto è permeato da un principio filosofico.
Il Principio dell’Equilibrio Olistico: Simmetria e Stabilità
Una delle prime caratteristiche che colpiscono nell’osservare un praticante di Soo Bahk Do è la ricerca costante dell’equilibrio. Questo non è solo un equilibrio fisico, inteso come la capacità di rimanere in piedi, ma un concetto olistico che si manifesta in diversi modi.
Sviluppo Simmetrico: A differenza di sport o discipline che possono portare a uno sviluppo asimmetrico del corpo (come il tennis o la scherma), il Soo Bahk Do pone un’enfasi maniacale sull’allenamento identico di entrambi i lati del corpo. Ogni tecnica, ogni forma (Hyung), viene eseguita sia a destra che a sinistra. Questo approccio non ha solo benefici fisiologici, come la prevenzione di squilibri muscolari e posturali, ma ha un profondo significato filosofico. Allenare entrambi i lati del corpo significa allenare entrambi gli emisferi del cervello, promuovendo una connessione mente-corpo più integrata e completa. Simbolicamente, rappresenta la ricerca dell’equilibrio interiore tra le proprie diverse nature: l’aggressività e la calma, l’istinto e la ragione.
Le Posizioni (Jase – 자세): Le Radici della Potenza
Le posizioni nel Soo Bahk Do non sono statiche, ma dinamiche e funzionali. Ogni posizione è studiata per massimizzare la stabilità e al contempo permettere una transizione fluida e rapida verso il movimento successivo. La posizione frontale (Chun Gul Jase), la posizione del cavaliere (Kee Ma Jase) e la posizione posteriore (Hu Gul Jase) non sono semplici pose, ma motori di generazione della potenza. La filosofia sottostante è quella delle “radici”: come un albero non può crescere alto e forte senza radici profonde, così un marzialista non può generare vera potenza senza una base stabile e ben radicata a terra. L’allenamento estenuante delle posizioni insegna la pazienza, la resistenza e l’umiltà, virtù essenziali per il progresso nel “Do”.
La Dinamica di Durezza e Morbidezza: Il Concetto di Gyeong/Yu (경/유)
Un errore comune è classificare il Soo Bahk Do come un’arte marziale puramente “dura”. Sebbene le sue tecniche di blocco e di attacco possano essere estremamente potenti e lineari, la sua vera raffinatezza risiede nella capacità di fondere la durezza (Gyeong) con la morbidezza (Yu). Questo principio deriva direttamente dal concetto taoista di Um/Yang (Yin/Yang), l’interazione armonica degli opposti.
Durezza (Gyeong – 경): Si manifesta nelle tecniche che incontrano la forza con la forza. Un blocco potente che arresta un attacco, un pugno devastante che sfrutta la contrazione muscolare e la struttura ossea per massimizzare l’impatto. La durezza rappresenta la stabilità, la determinazione, la forza incrollabile. È la roccia che resiste all’onda.
Morbidezza (Yu – 유): Si esprime nelle tecniche che deviano, cedono e reindirizzano la forza dell’avversario. Un blocco circolare che “accompagna” il colpo avversario e lo porta fuori bersaglio, uno spostamento fluido che annulla l’attacco facendolo andare a vuoto. La morbidezza rappresenta l’adattabilità, la resilienza, l’intelligenza strategica. È l’acqua che si adatta a ogni contenitore e che, goccia dopo goccia, può erodere la roccia.
Un vero maestro di Soo Bahk Do non si affida a uno solo di questi principi, ma li alterna e li fonde in un flusso continuo. Sa quando essere duro come l’acciaio e quando essere flessibile come il bambù. Questa abilità, allenata fisicamente nel Dojang, si traduce in una capacità mentale di affrontare i problemi della vita con la stessa versatilità: sapendo quando è il momento di resistere con fermezza e quando è più saggio adattarsi e trovare una via alternativa.
La Teoria dei Tre Angoli (Sam Kak Do – 삼각도): L’Intelligenza Spaziale
Il combattimento non è solo una questione di forza, ma di geometria e strategia. Il Soo Bahk Do insegna a pensare e a muoversi secondo la Teoria dei Tre Angoli. Invece di affrontare un attacco frontalmente, su una linea retta, il praticante impara a muoversi lungo le diagonali di un triangolo immaginario, uscendo dalla linea di attacco dell’avversario mentre si posiziona in un angolo vantaggioso per il proprio contrattacco.
Questo approccio ha implicazioni profonde:
Sicurezza: Il primo movimento è sempre difensivo, mirato a portarsi in una posizione di sicurezza relativa. L’arte non promuove l’aggressività sconsiderata.
Efficienza: Muovendosi ad angolo, si può utilizzare l’energia dell’attacco avversario a proprio vantaggio, riducendo lo sforzo necessario per la difesa e il contrattacco.
Proattività: Insegna a non essere un bersaglio passivo, ma a prendere il controllo dello spazio e del tempo nel combattimento.
Filosoficamente, il Sam Kak Do è una metafora della risoluzione intelligente dei conflitti. Invece di affrontare un problema “testa a testa” (scontro frontale), si impara a osservarlo da diverse prospettive (muoversi ad angolo) per trovare la soluzione più efficace e meno distruttiva.
Parte II: I Principi Filosofici Fondamentali – La Dimensione Interna (Neh Gong)
Se il Weh Gong è il corpo dell’arte, il Neh Gong (내공 / 內功) è la sua anima. Si tratta dello sviluppo interno, dell’allenamento della mente, dello spirito e dell’energia. È questo aspetto che trasforma la pratica da esercizio fisico a percorso di vita.
Il Concetto di “Do” (도 / 道): La Via come Scopo Ultimo
Come già accennato, l’aggiunta del carattere “Do” al nome “Soo Bahk” da parte di Hwang Kee fu una dichiarazione programmatica. La pratica del Soo Bahk Do non ha come fine ultimo l’apprendimento di tecniche per sconfiggere gli altri, ma l’utilizzo di queste tecniche come strumento per comprendere e migliorare sé stessi. Il vero avversario non è di fronte a noi, ma dentro di noi: le nostre paure, il nostro ego, la nostra pigrizia, la nostra rabbia.
La “Via” è un percorso senza fine di autoperfezionamento. Ogni cintura rappresenta una tappa di questo viaggio, non un punto di arrivo. La cintura nera, in particolare, non è la fine del percorso, ma, come suggerisce il suo colore (che simboleggia l’universo e la totalità della conoscenza), è il vero inizio della comprensione profonda dell’arte. Il praticante comprende che c’è sempre di più da imparare, non solo tecnicamente, ma soprattutto su sé stesso.
L’Allenamento dell’Energia Interna: Respirazione (Ho Hup – 호흡) e Ki (기)
Al centro del Neh Gong c’è la coltivazione del Ki (in cinese, Qi), l’energia vitale che secondo la filosofia orientale scorre in ogni essere vivente. Nel Soo Bahk Do, il controllo del Ki si ottiene principalmente attraverso un meticoloso lavoro sulla respirazione (Ho Hup).
Non si tratta semplicemente di inspirare ed espirare, ma di un controllo cosciente del respiro che viene sincronizzato con ogni movimento.
Respirazione Addominale (Dan Jun Ho Hup – 단전호흡): Il praticante impara a respirare profondamente con il diaframma, concentrando l’aria e l’energia nel Dan Jun (il baricentro energetico del corpo, situato circa tre dita sotto l’ombelico). Questa respirazione calma il sistema nervoso, aumenta l’ossigenazione e crea una sensazione di radicamento e stabilità.
Respirazione e Tecnica: Generalmente, si inspira durante le fasi preparatorie e di rilassamento, e si espira con forza (spesso con un grido controllato, o Kihap – 기합) al momento dell’impatto. Questa espirazione forzata contrae i muscoli addominali, protegge gli organi interni, aumenta la potenza del colpo e focalizza l’energia mentale.
Il controllo del respiro è il ponte tra la mente e il corpo. In una situazione di stress, una respirazione controllata permette di mantenere la calma e la lucidità mentale. Filosoficamente, imparare a controllare il proprio respiro è il primo passo per imparare a controllare le proprie emozioni e, infine, la propria vita.
L’Allenamento della Mente: Concentrazione (Jip Joong – 집중) e Calma (Chim Chak – 침착)
La pratica delle forme (Hyung) è il laboratorio principale per lo sviluppo mentale. Una Hyung non è una ginnastica o una danza, ma una meditazione in movimento. Per eseguirla correttamente, il praticante deve raggiungere un elevato stato di concentrazione (Jip Joong). Deve essere totalmente presente nel “qui e ora”, con la mente sgombra da distrazioni esterne e pensieri superflui. Ogni movimento deve essere eseguito con intenzione, visualizzando gli avversari e le applicazioni delle tecniche.
Questo allenamento intensivo della concentrazione sviluppa la capacità di mantenere la calma (Chim Chak) anche sotto pressione. Durante il combattimento (controllato), il panico è il peggior nemico. Un praticante avanzato impara a vedere gli attacchi in arrivo con chiarezza, a gestire l’adrenalina e a rispondere in modo ponderato e non istintivo. Questa abilità, forgiata nel Dojang, è forse uno dei doni più preziosi che l’arte marziale offre per la vita di tutti i giorni, consentendo di affrontare situazioni di crisi – sul lavoro, in famiglia, nelle relazioni – con una mente lucida e un cuore tranquillo.
L’Allenamento dello Spirito: Lo Sviluppo Spirituale (Shin Gong – 심공 / 心功)
Shin Gong rappresenta il livello più elevato dello sviluppo interno. Si traduce come “allenamento del cuore” o “della mente spirituale”. Si tratta di coltivare le qualità interiori che definiscono il carattere di una persona. Non ha a che fare con la religione, ma con l’etica e la moralità.
L’obiettivo dello Shin Gong è raggiungere uno stato di “Moo Shim” (무심 / 無心), letteralmente “mente vuota” o “assenza di mente”. Non significa non pensare, ma liberare la mente dall’ego, dalla paura, dal dubbio e dalla rabbia, permettendo al corpo e allo spirito di agire in perfetta armonia, in modo spontaneo e appropriato alla situazione. È uno stato di flusso in cui l’azione diventa pura, istintiva e incredibilmente efficace. Raggiungere questo stato, anche solo per brevi istanti, è l’apice dell’esperienza marziale e richiede anni, se non decenni, di pratica devota.
Parte III: Il Codice Etico – Gli Otto Concetti Chiave e i Dieci Articoli di Fede
Per garantire che la formidabile abilità fisica e mentale sviluppata attraverso l’allenamento fosse sempre guidata da un solido quadro etico, il Grande Maestro Hwang Kee definì una serie di principi che costituiscono la spina dorsale filosofica del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan.
Gli Otto Concetti Chiave (Pal Gwe – 팔괘)
Questi otto concetti rappresentano le qualità essenziali che ogni praticante deve sforzarsi di coltivare attraverso l’allenamento.
Yong Gi (용기) – Coraggio: Non si tratta dell’assenza di paura, ma della capacità di agire nonostante la paura. Nel Dojang, il coraggio si sviluppa affrontando una tecnica difficile, eseguendo una rottura, partecipando al combattimento controllato o sostenendo un esame. Nella vita, si traduce nella forza di difendere ciò che è giusto, di ammettere i propri errori e di affrontare le avversità.
Chung Shin Tong Il (정신통일) – Concentrazione: Come già discusso, è la capacità di unificare mente, corpo e spirito su un unico obiettivo. Si allena in ogni singolo momento della pratica, dal saluto iniziale alla meditazione finale. È la chiave per l’apprendimento e per l’eccellenza in qualsiasi campo.
In Neh (인내) – Resistenza/Perseveranza: È la volontà di continuare anche quando si è stanchi, frustrati o doloranti. Si coltiva ripetendo una tecnica centinaia di volte, mantenendo una posizione difficile per minuti interi o semplicemente continuando a venire a lezione anche quando non se ne ha voglia. L’In Neh insegna che i risultati significativi richiedono tempo e sforzo costante.
Chung Jik (정직) – Onestà: Si riferisce all’integrità, all’essere onesti con sé stessi e con gli altri. Nel Dojang, significa eseguire ogni tecnica al meglio delle proprie capacità, senza prendere scorciatoie, e riconoscere i propri limiti. Nella vita, è il fondamento di ogni relazione di fiducia.
Gyum Son (겸손) – Umiltà: L’umiltà è la consapevolezza che c’è sempre qualcuno più bravo di noi e che c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Si impara accettando le correzioni del maestro, rispettando i compagni più anziani e aiutando quelli più nuovi. L’umiltà è l’antidoto all’arroganza, che è il più grande ostacolo al vero apprendimento.
Him Cho Chung (힘조정) – Controllo della Potenza: Questa è una qualità tecnica con profonde implicazioni etiche. Significa essere in grado di applicare la giusta quantità di forza per ogni situazione. Durante l’allenamento con un partner, è fondamentale per evitare di fargli male. Simbolicamente, rappresenta la saggezza di usare la propria forza (fisica, verbale, emotiva, professionale) in modo appropriato e responsabile.
Shin Chook (신축) – Tensione e Rilassamento: La capacità di contrarre e rilassare i muscoli al momento giusto è la chiave per la velocità e la potenza. Un corpo costantemente teso è lento e rigido. Allo stesso modo, una mente costantemente tesa è inefficiente. Questo principio insegna l’importanza dell’equilibrio tra sforzo e recupero, tra lavoro e riposo.
Wan Gup (완급) – Controllo della Velocità: Essere veloci non basta; bisogna saper variare il ritmo. Questo concetto strategico insegna a usare movimenti lenti per confondere, conservare energia e preparare l’attacco, e movimenti veloci ed esplosivi al momento decisivo. È l’arte del tempismo, cruciale nel combattimento e nella vita.
I Dieci Articoli di Fede sulla Disciplina Mentale (Chung Shin Sah Sang – 정신 사상)
Questi dieci articoli sono un vero e proprio credo che guida il comportamento del praticante all’interno e all’esterno del Dojang. Essi traducono i principi marziali in regole di condotta sociale.
Lealtà alla propria nazione (나라에 충성 하라 – Nara-e chungseong hara): Interpretato in senso moderno, significa essere un cittadino responsabile e costruttivo, che contribuisce al benessere della propria comunità e del proprio paese.
Obbedienza e rispetto per i propri genitori e anziani (부모님 께 효도 하고 존경 하라 – Bumonim-kke hyodo hago jongyeong hara): Sottolinea l’importanza della pietà filiale e del rispetto per la saggezza e l’esperienza di chi è venuto prima di noi.
Fedeltà e armonia tra marito e moglie (남편 과 아내 사이 에 신의 와 화합 을 지키라 – Nampyeon gwa anae sai-e sinui wa hwahab eul jikira): Promuove la fiducia, il rispetto reciproco e la cooperazione come base di una relazione sana.
Cooperazione e armonia tra fratelli (형제 사이 에 협력 하고 화합 하라 – Hyeongje sai-e hyeomnyeok hago hwahab hara): Incoraggia il sostegno reciproco e l’unità all’interno della famiglia.
Rispetto per gli anziani (노인 을 존경 하라 – Noin eul jongyeong hara): Estende il principio del rispetto oltre la famiglia, alla società nel suo complesso, riconoscendo il valore degli anziani.
Rispetto per i propri insegnanti e fiducia negli amici (스승 을 존경 하고 친구 를 믿으 라 – Seuseung eul jongyeong hago chingu reul mideura): Enfatizza l’importanza di onorare chi ci trasmette la conoscenza e di coltivare relazioni basate sulla fiducia reciproca.
Giudizio giusto nell’uccidere qualsiasi essere vivente (살생 을 함부로 하지 말라 – Solsaeng eul hamburo haji malla): Questo è un principio profondamente etico. Insegna il rispetto per la vita e che l’uso della violenza, specialmente quella letale, deve essere evitato a ogni costo e considerato solo come ultima, disperata risorsa per difendere la vita stessa.
Non ritirarsi mai in battaglia (전투 에서 물러서지 말라 – Jeontu-eseo mulleoseoji malla): Questo non è un incitamento alla violenza, ma una metafora della perseveranza. Significa affrontare le sfide della vita con coraggio e determinazione, senza arrendersi di fronte alle difficoltà.
Coerenza tra parole e azioni (말 과 행동 이 일치 하라 – Mal gwa haengdong i ilchi hara): Sottolinea l’importanza dell’integrità. Le proprie azioni devono essere un riflesso dei propri valori e delle proprie promesse.
Completare sempre ciò che si è iniziato (시작한 일은 반드시 끝내라 – Sijakhan il-eun bandeusi kkeunnaera): Questo è il principio della responsabilità e dell’impegno. Insegna a portare a termine i propri compiti e a non lasciare le cose a metà, coltivando un carattere affidabile e risoluto.
Parte IV: La Filosofia del Moo Duk Kwan in Azione – L’Ideale del Marzialista
Tutte queste caratteristiche e principi convergono nella creazione dell’ideale del “Moo In” (무인 / 武人), l’uomo marziale, secondo la filosofia della scuola.
Il Significato di “Moo Duk Kwan” (무덕관 / 武德館)
Il nome stesso della scuola fondata da Hwang Kee è una dichiarazione filosofica:
Moo (무 / 武): Marziale, militare. Ma l’ideogramma cinese è composto da due radicali: “fermarsi” (止) e “lancia” (戈). Il significato più profondo di “Moo”, quindi, non è “fare la guerra”, ma “fermare la lancia”, ovvero prevenire o fermare il conflitto. La vera abilità marziale è quella che non ha bisogno di essere usata.
Duk (덕 / 德): Virtù, moralità, integrità. È la qualità interiore che guida le azioni.
Kwan (관 / 館): Scuola, istituto.
Moo Duk Kwan significa quindi “Scuola della Virtù Marziale”. La filosofia è chiara: la virtù (Duk) deve sempre governare l’abilità marziale (Moo). Un praticante può diventare tecnicamente fortissimo, ma se manca di virtù, la sua abilità diventa un pericolo per sé e per gli altri. Al contrario, una persona virtuosa che possiede anche l’abilità marziale diventa un guardiano della pace e un protettore dei deboli.
Il Dojang Oltre le Mura: Applicare la Filosofia alla Vita
L’aspetto chiave finale del Soo Bahk Do è che il suo insegnamento non deve rimanere confinato all’interno delle quattro mura del Dojang. Ogni lezione appresa sul tatami è una lezione per la vita.
La disciplina richiesta per perfezionare una Hyung si traduce nella disciplina necessaria per perseguire un obiettivo accademico o professionale.
L’umiltà imparata quando si viene sconfitti in un combattimento amichevole aiuta ad accettare le critiche costruttive sul lavoro.
Il rispetto mostrato al maestro e ai compagni si estende al rispetto per i colleghi, i superiori e i membri della propria comunità.
Il coraggio di affrontare un avversario più grande si trasforma nel coraggio di affrontare una difficile conversazione o di prendere una decisione importante.
In questo senso, il Soo Bahk Do cessa di essere un hobby o uno sport e diventa uno stile di vita, un quadro di riferimento per affrontare ogni aspetto dell’esistenza con integrità, forza e saggezza.
Conclusioni: Un’Arte per lo Sviluppo Umano Totale
Le caratteristiche, la filosofia e gli aspetti chiave del Subak, come interpretati e codificati nel Soo Bahk Do, rivelano un’arte di straordinaria profondità e complessità. Va ben oltre la semplice definizione di “arte marziale”. È un sistema educativo completo, progettato per forgiare il corpo, affinare la mente e coltivare lo spirito.
Le sue caratteristiche tecniche – basate sull’equilibrio, sulla fusione di durezza e morbidezza e sull’intelligenza strategica – non sono fini a sé stesse, ma sono gli strumenti fisici per insegnare lezioni filosofiche. I suoi principi interiori – la ricerca della “Via”, il controllo dell’energia e della mente – forniscono la motivazione e la direzione per la pratica. Il suo rigoroso codice etico assicura che il potere acquisito venga sempre utilizzato per il bene.
In sintesi, il Subak/Soo Bahk Do è una Via per lo sviluppo umano totale. Il suo obiettivo ultimo non è creare combattenti invincibili, ma persone migliori: individui coraggiosi, umili, onesti e disciplinati, capaci di affrontare le sfide della vita con la forza di un guerriero e la saggezza di un saggio, contribuendo così a creare una società più pacifica e armoniosa. La sua vera bellezza risiede in questa ambiziosa e nobile visione.
LA STORIA
Introduzione: Un Fiume Millenario – Tracciare il Corso del Subak nella Storia Coreana
La storia del Subak è una saga epica, un racconto che si dipana attraverso millenni, rispecchiando fedelmente le vicissitudini, le glorie e le tragedie del popolo coreano. Tracciare il suo percorso non significa semplicemente elencare date ed eventi, ma immergersi nel flusso di un grande fiume, la cui sorgente si perde nelle nebbie delle origini tribali della penisola. Questo fiume ha conosciuto periodi di piena, in cui le sue acque scorrevano potenti e visibili, plasmando la cultura e la società; ha attraversato lunghe stagioni di siccità, in cui sembrava scomparire dalla vista, continuando a scorrere in canali sotterranei, nascosto ma mai del tutto prosciugato; e ha infine conosciuto una rinascita impetuosa, tornando a sgorgare in superficie con rinnovato vigore nel mondo moderno.
Questa non è solo la cronaca di un’arte di combattimento. È la storia di come una nazione ha concepito la difesa, la disciplina e lo sviluppo umano. È la testimonianza di come un’identità culturale possa essere forgiata, quasi perduta sotto il peso dell’oppressione e infine riscoperta e rivendicata con orgoglio. Dalle pitture murali dei regni guerrieri alle corti reali, dai villaggi contadini ai manuali militari, fino ai moderni dojang sparsi per il mondo, la storia del Subak è lo specchio dell’anima coreana: resiliente, tenace e profondamente legata alla propria eredità. In questo viaggio attraverso i secoli, assisteremo alla nascita, all’apice, al declino e alla rinascita di un’arte che è molto più di un insieme di tecniche: è un patrimonio vivente dell’umanità.
Capitolo 1: Le Origini Ancestrali – Miti e Prime Evidenze (Prima del 57 a.C.)
Per comprendere le radici del Subak, dobbiamo tornare a un’epoca precedente alla scrittura formale, in un contesto in cui la sopravvivenza era la preoccupazione quotidiana e il corpo umano era l’arma più immediata e fondamentale.
Il Contesto Geopolitico e Sociale della Corea Antica
La penisola coreana, per la sua posizione strategica, è sempre stata un crocevia di culture e un campo di battaglia. Le antiche tribù che la popolavano vivevano in uno stato quasi perenne di conflitto, sia tra di loro per il controllo delle risorse e del territorio, sia contro le potenti entità esterne, in particolare le dinastie cinesi a ovest e le tribù nomadi della Manciuria a nord. Questo ambiente ostile rese lo sviluppo di abilità marziali una condizione indispensabile non solo per il guerriero, ma per l’intera comunità. La caccia di animali selvatici, come tigri e orsi, richiedeva inoltre coraggio, forza e tecniche di combattimento ravvicinato. In questo crogiolo di necessità, le prime forme rudimentali di combattimento corpo a corpo iniziarono a prendere forma, non come un’arte codificata, ma come un insieme di abilità pratiche trasmesse di generazione in generazione.
Gojoseon e le Leggende Fondative
Il regno di Gojoseon (c. 2333 a.C. – 108 a.C.) è il primo stato coreano menzionato nelle cronache, sebbene le sue origini sfumino nel mito. La leggenda di Dangun, il suo fondatore nato dall’unione tra il figlio del Cielo e un’orsa trasformata in donna, infonde nella cultura coreana un profondo senso di identità celeste e di tenacia terrestre. Sebbene non esistano prove dirette della pratica del Subak in questo periodo, l’ethos di un popolo forgiato dalle asprezze della natura e dalla necessità di difendere la propria terra creò il terreno fertile su cui le future arti marziali sarebbero cresciute. I rituali sciamanici e le danze tribali, spesso di natura marziale, che mimavano scene di caccia e di battaglia, possono essere considerati i precursori embrionali di movimenti codificati. Queste pratiche non solo affinavano le capacità fisiche, ma rafforzavano anche il legame comunitario e lo spirito guerriero della tribù.
Le Prime Forme di Combattimento Tribale e le Influenze Esterne
È logico supporre che le prime tecniche di combattimento disarmato fossero istintive: colpire con i pugni, usare le mani aperte, calciare e lottare. L’influenza delle vicine culture marziali della Manciuria e della Siberia non può essere sottovalutata. Le interazioni, sia pacifiche che violente, con queste popolazioni nomadi, note per la loro ferocia e abilità nel combattimento, portarono probabilmente a uno scambio di conoscenze e tecniche. Forme di lotta e di pugilato primitive erano comuni in tutta l’Asia settentrionale, e la Corea, essendo al centro di queste correnti, assorbì e adattò queste pratiche secondo la propria cultura e le proprie necessità. Sebbene manchino reperti archeologici specifici che documentino queste tecniche disarmate, le armi dell’epoca (pugnali di bronzo, punte di lancia) ci parlano di una società in cui il combattimento ravvicinato era una realtà consolidata.
Capitolo 2: L’Età dei Guerrieri – Il Subak nel Periodo dei Tre Regni (57 a.C. – 668 d.C.)
Fu durante il Periodo dei Tre Regni, un’era di divisione e conflitto incessante, che le prove dell’esistenza del Subak passarono dal regno della supposizione a quello della certezza storica. La penisola era divisa tra tre potenti regni rivali: Goguryeo a nord, un vasto impero guerriero; Baekje a sud-ovest, un regno noto per la sua raffinatezza culturale e le sue rotte commerciali marittime; e Silla a sud-est, il più piccolo dei tre, ma destinato a unificare la nazione.
Goguryeo: La Potenza Marziale del Nord e le Testimonianze Murali
Goguryeo era una nazione forgiata nella guerra. Il suo vasto territorio, che si estendeva fino alla Manciuria, richiedeva un esercito potente e costantemente addestrato. È qui che troviamo le più spettacolari e antiche testimonianze del Subak.
Analisi Dettagliata delle Pitture Murali: Nelle tombe reali di questo periodo, destinate a ospitare i sovrani e l’alta nobiltà, sono state scoperte pitture murali di straordinaria bellezza e valore documentale. Nella Tomba di Anak n. 3 (metà del IV secolo d.C.), un pannello raffigura una scena di Subakhi (la forma ludica o competitiva del Subak). Due uomini, a torso nudo e con indosso solo dei pantaloni, si fronteggiano in una posa di combattimento inequivocabile. Uno dei due è in una posizione bassa, quasi da lottatore, con il braccio sinistro proteso in avanti in una parata o in una misura della distanza, e il pugno destro arretrato, pronto a colpire. L’avversario è in una posa più eretta, suggerendo un movimento dinamico. Ancora più celebre è la scena di combattimento nella tomba di Muyongchong. Qui, i due combattenti sono raffigurati con un realismo sorprendente. Le loro posture sono tese, i muscoli contratti. Un uomo sembra sferrare un pugno diretto al volto dell’altro, che si china all’indietro per schivare il colpo, forse preparandosi a un contrattacco. Un’altra tomba, quella di Samsilchong, mostra un guerriero in una posa che ricorda una moderna posizione da combattimento, con un pugno proteso in avanti. Queste immagini sono una miniera d’oro per gli storici. Ci dicono che, già nel IV secolo, il Subak non era solo un’accozzaglia di colpi, ma possedeva una tecnica definita, con posizioni specifiche, strategie di attacco e di difesa. Il dibattito accademico è ancora aperto sulla natura esatta di queste scene: rappresentano un addestramento militare, una competizione sportiva durante i riti funebri o una dimostrazione di abilità marziale? Probabilmente, erano tutte queste cose insieme, a testimonianza di quanto profondamente il Subak fosse radicato nella cultura di Goguryeo.
Silla: L’Ascesa del Regno Unificatore e i Guerrieri Hwarang
Il regno di Silla, inizialmente il più debole, sviluppò un’istituzione unica che si rivelò decisiva per la sua eventuale vittoria: i Hwarang, o “Giovani in Fiore”.
L’Istituzione dei Hwarang: Oltre la Leggenda: I Hwarang non erano un semplice corpo militare, ma un’élite di giovani aristocratici educati per diventare i futuri leader della nazione. La loro formazione era olistica, mirata a creare un individuo completo, un guerriero-filosofo. L’addestramento comprendeva le arti militari tradizionali come la spada (Geom), il tiro con l’arco (Gungdo) e l’equitazione, ma anche la poesia, la musica, la danza e lo studio dei classici confuciani e buddhisti.
Il Codice Etico (Sesok-Ogye): La filosofia dei Hwarang era guidata dal Sesok-Ogye, un codice di cinque principi formulato dal monaco buddhista Won Gwang:
Lealtà al proprio re.
Pietà filiale verso i propri genitori.
Fiducia e sincerità tra amici.
Mai ritirarsi in battaglia.
Non uccidere indiscriminatamente. Questo codice è di fondamentale importanza perché rappresenta uno dei primi tentativi documentati di fondere l’abilità marziale (Moo) con un rigoroso quadro etico e morale (Duk). È l’embrione del concetto di “Do” (la Via), che diventerà centrale nelle arti marziali coreane successive.
L’Addestramento dei Hwarang e il Ruolo del Subak: Sebbene le cronache, come il Samguk Sagi e il Samguk Yusa, non descrivano nel dettaglio le loro tecniche di combattimento a mani nude, è universalmente accettato dagli storici che i Hwarang praticassero una forma avanzata di Subak. Sarebbe stato impensabile per un corpo d’élite non essere addestrato nel combattimento disarmato. Il Subak, per i Hwarang, non era solo una tecnica di sopravvivenza, ma uno strumento per coltivare le virtù del loro codice: il coraggio per non ritirarsi in battaglia, la disciplina per padroneggiare le tecniche, il controllo per non uccidere indiscriminatamente.
Baekje: Il Regno Dimenticato e le sue Arti
Il regno di Baekje, pur essendo stato una grande potenza culturale e marittima, ci ha lasciato meno testimonianze dirette sulle sue pratiche marziali. A causa della sua distruzione quasi totale da parte delle forze alleate di Silla e della dinastia Tang cinese, molti dei suoi documenti sono andati perduti. Tuttavia, attraverso i documenti giapponesi, sappiamo che Baekje ebbe intensi scambi culturali con il Giappone, influenzandone l’arte, l’architettura e la religione. È molto probabile che anche le conoscenze marziali siano state trasmesse. Gli storici ritengono che Baekje possedesse le proprie tradizioni di combattimento, simili al Subak, e che queste possano aver contribuito in qualche modo allo sviluppo delle prime forme di combattimento a mani nude in Giappone.
Capitolo 3: L’Apice – Il Subak nell’Età d’Oro della Dinastia Goryeo (918 – 1392)
Dopo l’unificazione della penisola da parte di Silla e il successivo crollo di quest’ultimo, emerse la dinastia Goryeo. Fu durante questo periodo, durato quasi cinquecento anni, che il Subak raggiunse il suo apice di popolarità, prestigio e sistematizzazione.
La Formalizzazione del Subak nel Sistema Militare
Sotto Goryeo, il Subak fu pienamente integrato nella struttura statale e militare. La dinastia dovette affrontare minacce costanti da nord, dalle tribù dei Khitan e dei Jurchen, e successivamente dalla devastante invasione dell’Impero Mongolo. Un esercito forte e ben addestrato era una priorità assoluta.
Il Gwa-geo e le Competizioni Militari: Il Gwa-geo, il sistema di esami di stato per la selezione dei funzionari, includeva una branca militare. Le cronache ufficiali, in particolare il Goryeosa, documentano ampiamente che la competenza nel Subak era un criterio di valutazione fondamentale. Si tenevano regolarmente tornei, come il già citato O-Byeong Subakhi, in cui i soldati di diversi battaglioni si sfidavano. La vittoria in queste competizioni non portava solo onore, ma anche promozioni, terre e altri favori reali. Re Uijong, ad esempio, era un grande appassionato di Subak e organizzava spesso dimostrazioni e tornei a corte, premiando personalmente i guerrieri più abili. Questo patrocinio reale elevò enormemente lo status dell’arte.
Il Subak come Fenomeno Sociale e Culturale
L’entusiasmo per il Subak tracimò rapidamente dai quartieri militari per diffondersi in tutta la società.
Sport di Corte e Intrattenimento Popolare: I tornei di Subak divennero eventi sociali di grande richiamo per l’aristocrazia. Tuttavia, l’arte non rimase confinata all’élite. Anche i cittadini comuni iniziarono a praticarla per autodifesa, per mantenersi in salute e come forma di svago. Divenne comune vedere incontri di Subak durante le feste di paese e i mercati.
Subakhi: L’Aspetto Ludico e Competitivo: Fu in questo periodo che la distinzione tra Subak (l’arte marziale con applicazioni militari) e Subakhi (la sua controparte sportiva o ludica) divenne più marcata. Il Subakhi probabilmente aveva delle regole per limitare i danni e consentire una competizione più sicura, concentrandosi sulla dimostrazione di abilità piuttosto che sull’eliminazione dell’avversario. Questa popolarità diffuse l’arte a un livello capillare mai visto prima.
L’Invasione Mongola e le sue Conseguenze
La brutale invasione mongola del XIII secolo, che portò a decenni di guerra e a un periodo di vassallaggio, ebbe un impatto ambivalente sul Subak. Da un lato, la necessità di combattere contro i potenti invasori mantenne vive le abilità marziali. Dall’altro, l’influenza mongola potrebbe aver introdotto nuove tecniche di lotta e di combattimento, che si fusero con le pratiche esistenti. Tuttavia, la lunga e sanguinosa guerra lasciò la nazione prostrata, e il successivo periodo di dominazione mongola iniziò a erodere le istituzioni e le tradizioni di Goryeo, preparando il terreno per il declino che sarebbe venuto.
Capitolo 4: Il Lungo Crepuscolo – Declino e Trasformazione nella Dinastia Joseon (1392 – 1910)
L’ascesa del Generale Yi Seong-gye e la fondazione della dinastia Joseon segnarono l’inizio di un’era radicalmente diversa e, per il Subak, l’inizio di un lungo e inesorabile declino.
Il Trionfo del “Pennello” sulla “Spada”: L’Impatto del Neo-Confucianesimo
La dinastia Joseon adottò il Neo-Confucianesimo come sua ideologia di stato ufficiale e totalizzante. Questo sistema filosofico e politico, pur portando a grandi conquiste culturali e scientifiche, ebbe un effetto devastante sulle arti marziali.
La Nuova Gerarchia Sociale: Il Neo-Confucianesimo stabiliva una rigida gerarchia sociale in cui l’erudito-burocrate (Seonbi) occupava la posizione più alta. L’ideale maschile non era più il guerriero, ma il letterato, colui che dedicava la vita allo studio dei classici, alla calligrafia e alla poesia. Le attività militari e fisiche erano viste con disprezzo, considerate rozze e indegne di un gentiluomo. Il “pennello” divenne il simbolo del potere e del prestigio, mentre la “spada” fu relegata a un ruolo subordinato e disprezzato.
La Marginalizzazione del Subak: In questo nuovo clima culturale, il Subak perse tutto il suo prestigio. Il patrocinio reale cessò, fu eliminato come disciplina di rilievo dagli esami militari e la pratica tra la nobiltà scomparve quasi del tutto. L’arte fu relegata ai margini della società, praticata solo dai soldati di basso rango, dalle guardie del corpo, dai ribelli e occasionalmente da bande di criminali. Questa associazione con le classi inferiori e con la violenza ne macchiò ulteriormente la reputazione agli occhi dell’élite confuciana.
Sopravvivenza Clandestina e Trasformazione in Taekkyeon
Nonostante la disapprovazione ufficiale, lo spirito marziale coreano non si spense. Sopravvisse tra il popolo, ma dovette adattarsi per farlo. È in questo periodo che molti storici collocano la differenziazione e l’ascesa del Taekkyeon. Privato del suo scopo militare e della sua struttura formale, il Subak si trasformò. Per evitare di essere percepito come una minaccia dalle autorità, assunse forme più ludiche e simili a una danza. Il Taekkyeon, con i suoi caratteristici passi ritmici (pumbalgi) e l’enfasi su calci acrobatici e sgambetti, poteva essere mascherato da gioco o da danza popolare. Mentre il Subak originale era un’arte di combattimento più diretta e focalizzata sui colpi di mano, il Taekkyeon divenne la sua evoluzione più “morbida” e stilizzata, un modo ingegnoso per preservare e tramandare le tecniche di combattimento sotto le mentite spoglie di un’attività ricreativa.
Le Invasioni e il Muye Dobo Tongji
Due eventi traumatici scossero la dinastia Joseon: le invasioni giapponesi alla fine del XVI secolo (Imjin Waeran) e le invasioni mancesi all’inizio del XVII. Queste guerre devastanti misero a nudo la debolezza militare della nazione e portarono a un breve, ma significativo, risveglio dell’interesse per le arti marziali. Fu in questo contesto che, oltre un secolo dopo, il Re Jeongjo (1776-1800), un sovrano illuminato e riformatore, ordinò la compilazione di un nuovo manuale militare completo.
Il risultato fu il Muye Dobo Tongji (1790). Questo capolavoro, compilato da studiosi come Yi Deokmu, Pak Jega e il maestro di arti marziali Baek Dongsu, è una capsula del tempo. Documenta sistematicamente tutte le arti marziali conosciute all’epoca, dall’uso della lancia e della spada al combattimento a cavallo. Di cruciale importanza per la nostra storia è la sezione sul Kwonbup (“metodo del pugno”), che a quel tempo era diventato il termine usato per descrivere il combattimento a mani nude di origine cinese, ma che nel manuale descriveva le tecniche praticate in Corea. Le 38 illustrazioni mostrano una serie di posizioni e movimenti che costituiscono una forma di combattimento. Queste immagini sono la più chiara testimonianza scritta delle tecniche che erano sopravvissute fino alla fine del XVIII secolo, un anello di congiunzione fondamentale tra il Subak antico e le arti marziali moderne.
Capitolo 5: L’Età Oscura – Quas-Estinzione sotto l’Occupazione Giapponese (1910 – 1945)
Il colpo quasi fatale alla storia del Subak e delle altre arti marziali coreane arrivò con l’annessione della Corea da parte del Giappone nel 1910.
La Politica di Sradicamento Culturale
Il governo coloniale giapponese attuò una politica brutale di assimilazione forzata, volta a cancellare l’identità, la cultura e la lingua coreana. Qualsiasi cosa fosse un simbolo di orgoglio nazionale coreano era considerata una minaccia e doveva essere soppressa. Le arti marziali autoctone come il Taekkyeon (l’erede del Subak) e il Ssireum (la lotta) rientravano in questa categoria. La loro pratica fu vietata o severamente limitata, poiché le autorità giapponesi temevano che i luoghi di allenamento potessero diventare focolai di resistenza nazionalista.
L’Imposizione delle Arti Marziali Giapponesi
Al posto delle arti coreane, i giapponesi imposero le proprie. Il Judo e il Kendo divennero materie obbligatorie nelle scuole. Molti coreani furono esposti per la prima volta alle arti marziali giapponesi in questo contesto. Inoltre, il Karate, originario di Okinawa, si stava diffondendo in Giappone e, attraverso studenti coreani che andavano a studiare in Giappone o attraverso contatti diretti, iniziò a essere introdotto anche in Corea. Questa esposizione forzata alle discipline giapponesi avrebbe avuto un impatto enorme, e controverso, sulla successiva rinascita delle arti marziali coreane.
La Sopravvivenza Segreta
Nonostante i divieti, il Taekkyeon non morì. Sopravvisse grazie alla tenacia di pochi maestri che continuarono a praticarlo e insegnarlo in segreto, rischiando l’arresto e la prigione. Figure leggendarie come il Gran Maestro Song Duk-ki, che aveva imparato l’arte nel XIX secolo, e Shin Han-seung, divennero i custodi di questa fiamma morente, passandola a una manciata di discepoli. La loro perseveranza durante i 35 anni di occupazione fu un atto di incredibile resistenza culturale, senza il quale il filo che legava le arti marziali moderne al loro passato antico si sarebbe spezzato per sempre.
Capitolo 6: La Rinascita – Il Subak nel Dopoguerra e la Nascita del Soo Bahk Do (1945 ad Oggi)
Il 15 agosto 1945, con la resa del Giappone, la Corea fu finalmente libera. La liberazione scatenò un’esplosione di fervore nazionalista e un disperato bisogno di ricostruire un’identità nazionale frantumata da decenni di oppressione. Le arti marziali divennero uno dei simboli più potenti di questa rinascita.
L’Emergere delle “Kwan”
Subito dopo la liberazione, sorsero diverse scuole di arti marziali, o Kwan. I fondatori di queste scuole erano uomini che avevano avuto diverse esperienze marziali: alcuni avevano praticato il Taekkyeon in segreto, altri avevano studiato arti marziali cinesi in Manciuria, e quasi tutti avevano avuto un’esposizione diretta, spesso attraverso un addestramento formale, al Karate giapponese. Le cinque Kwan originali furono la Chung Do Kwan, la Song Moo Kwan, la Moo Duk Kwan, la Ji Do Kwan e la Chang Moo Kwan. Da queste scuole sarebbero nati il Tang Soo Do e, successivamente, il Taekwondo.
La Figura Centrale: La Ricerca Storica di Hwang Kee
Tra i fondatori delle Kwan, la figura del Grande Maestro Hwang Kee, fondatore della Moo Duk Kwan (Scuola della Virtù Marziale), è di particolare importanza per la storia del Subak.
Dall’Influenza Esterna all’Identità Coreana: Inizialmente, Hwang Kee chiamò la sua arte Tang Soo Do (“Via della Mano Cinese”), un nome onesto che riconosceva l’influenza del Karate (il cui nome originale significava “Mano Cinese”) e delle arti cinesi che aveva studiato. Tuttavia, Hwang Kee era un profondo nazionalista e uno studioso. Sentiva che la sua arte doveva avere radici puramente coreane. Iniziò così un’intensa ricerca personale nelle biblioteche e negli archivi, cercando le prove della tradizione marziale autoctona della Corea.
La Riscoperta e la Rinascita: La sua ricerca culminò nel 1957, quando scoprì una rara copia del Muye Dobo Tongji in una biblioteca di Seoul. Per lui, fu una rivelazione. Le illustrazioni del Kwonbup nel testo erano la prova tangibile, il “fossile” che collegava il presente al passato glorioso del Subak. Vide in quelle tecniche l’anello mancante che stava cercando.
La Scelta del Nome “Soo Bahk Do”: Armato di questa prova storica, Hwang Kee prese una decisione epocale. Abbandonò il nome Tang Soo Do e ribattezzò la sua arte Soo Bahk Do (“La Via del Combattimento con le Mani”). Questo non fu un semplice cambio di nome. Fu una dichiarazione d’intenti, un atto di rivendicazione culturale. Stava deliberatamente ricollegando la sua scuola moderna alla più antica e prestigiosa tradizione marziale della Corea. Il suo Soo Bahk Do non pretendeva di essere una replica esatta dell’antico Subak, ma la sua legittima continuazione e interpretazione nel XX secolo, arricchita dalle conoscenze del suo fondatore ma fondata su un’eredità puramente coreana.
Mentre le altre Kwan, dopo anni di dibattiti e divisioni, si unirono sotto il nome di Taekwondo, orientandosi sempre più verso una dimensione sportiva, la Moo Duk Kwan di Hwang Kee mantenne fieramente il nome e la filosofia del Soo Bahk Do, preservando un approccio più tradizionale e olistico, focalizzato sul “Do” (la Via) tanto quanto sulle tecniche.
Conclusione: La Storia del Subak come Specchio dell’Anima Coreana
La storia del Subak è una straordinaria testimonianza di resilienza. Nata dalla necessità di sopravvivenza, è diventata un’arte sofisticata, un simbolo di prestigio e uno sport nazionale. Ha subito il disprezzo di un’ideologia che la riteneva inferiore, è stata costretta a nascondersi e a trasformarsi per non morire, ha affrontato il rischio concreto dell’estinzione sotto un regime straniero. Eppure, come un seme dormiente sotto un lungo inverno, ha atteso il momento giusto per germogliare di nuovo.
La sua rinascita nel dopoguerra, in particolare attraverso la visione di Hwang Kee e la nascita del Soo Bahk Do, non è stata solo una ripresa della pratica fisica, ma una riappropriazione di un pezzo fondamentale dell’identità nazionale. La storia del Subak, con i suoi cicli di gloria, declino e rinascita, non è altro che la storia stessa della Corea. E oggi, ogni volta che un praticante in qualsiasi parte del mondo indossa un Dobok e si inchina nel Dojang, non sta solo iniziando un allenamento, ma sta diventando parte attiva di questo fiume millenario, portando avanti una delle più antiche e nobili tradizioni marziali del mondo.
IL FONDATORE
Introduzione: L’Architetto di un’Antica Tradizione – La Figura di Hwang Kee
Quando si parla del “fondatore” del Subak, è necessario fare una distinzione cruciale, una premessa senza la quale l’intera narrazione storica e filosofica perderebbe di significato. L’arte marziale del Subak, intesa come pratica di combattimento a mani nude, non ha un singolo fondatore. Le sue origini sono antiche, collettive e anonime, perse nelle nebbie del tempo e forgiate dalle necessità di sopravvivenza di un intero popolo. Come un’antica lingua o una melodia tradizionale, il Subak è emerso e si è evoluto attraverso generazioni di guerrieri, maestri e cittadini comuni, diventando patrimonio della nazione coreana.
Pertanto, questo capitolo non è dedicato a un mitico creatore di un’arte arcaica, ma all’uomo che, nel XX secolo, ha assunto il ruolo di architetto, restauratore e filosofo di questa antica tradizione: il Grande Maestro Hwang Kee (황기). Egli non ha “inventato” il Subak, ma ha fatto qualcosa di forse ancora più straordinario: lo ha riscoperto, lo ha salvato dall’oblio, ne ha distillato l’essenza filosofica e lo ha sistematizzato in una forma moderna, viva e accessibile al mondo intero, chiamandola Soo Bahk Do. La sua vita non è semplicemente la biografia di un maestro di arti marziali; è la cronaca di una missione, una ricerca durata tutta la vita per riconnettere il presente della Corea al suo glorioso passato marziale.
Esplorare la vita di Hwang Kee significa comprendere la nascita del Moo Duk Kwan, una delle più importanti scuole di arti marziali del dopoguerra, e capire come un uomo, spinto da una passione nata nell’infanzia, sia riuscito a costruire un’organizzazione globale basata non solo sulla prodezza fisica, ma su un profondo codice etico e morale. La sua storia è un viaggio attraverso le turbolenze della Corea del XX secolo – l’occupazione giapponese, la liberazione, la Guerra di Corea – e una testimonianza di come la perseveranza, lo studio e una visione incrollabile possano trasformare un’eredità quasi perduta in un dono per il mondo. Hwang Kee non è stato solo il fondatore di una scuola, ma il custode di una fiamma che ha protetto durante la tempesta e che ha poi trasformato in un faro.
Capitolo 1: Le Origini – Radici in un’Epoca di Tumulto (1914-1935)
Ogni grande viaggio inizia con un singolo passo, e ogni grande missione nasce da una scintilla. Per Hwang Kee, questa scintilla si accese in un contesto storico di profonda oscurità, un’epoca in cui l’identità stessa della sua nazione era sotto assedio.
Nascita e Contesto Storico: Un Figlio della Corea Occupata
Hwang Kee nacque il 9 novembre 1914 a Jang Dan, nella provincia di Kyong Ki, una regione non lontana dall’odierna Zona Demilitarizzata che divide le due Coree. Venire al mondo in quel luogo e in quel momento significava nascere in un paese che non era più padrone del proprio destino. Nel 1910, l’Impero Giapponese aveva formalmente annesso la Corea, dando inizio a un periodo di occupazione brutale che sarebbe durato 35 anni.
L’infanzia di Hwang Kee fu plasmata da questa realtà. La politica coloniale giapponese era spietata nel suo tentativo di sradicare la cultura coreana. La lingua coreana fu bandita dalle scuole e dagli uffici pubblici, i cittadini furono costretti ad adottare nomi giapponesi e innumerevoli tesori culturali furono distrutti o portati in Giappone. Questo clima di oppressione e umiliazione nazionale generò nel popolo coreano un profondo, anche se spesso silenzioso, desiderio di resistenza e un’intensa nostalgia per un’identità forte e indipendente. È impossibile comprendere la successiva ossessione di Hwang Kee per la riscoperta delle radici marziali “puramente coreane” senza capire il trauma della sua giovinezza, vissuta in un mondo che cercava attivamente di cancellare la sua storia.
Il Primo Incontro con le Arti Marziali: La Scintilla alla Festa di Dano
La storia della vocazione marziale di Hwang Kee ha un inizio quasi cinematografico, un evento formativo che egli stesso ha raccontato per tutta la vita. All’età di circa sette anni, mentre partecipava a una tradizionale festa di Dano (una delle festività più importanti della Corea), assistette a una scena che si impresse a fuoco nella sua memoria. Un gruppo di sette o otto uomini aveva circondato un singolo individuo, chiaramente con l’intento di aggredirlo. La situazione sembrava disperata.
Ciò che accadde dopo, però, cambiò per sempre il corso della vita del giovane Hwang Kee. L’uomo solo, con una calma e un’efficienza sbalorditive, si difese dai suoi aggressori. Non usava la forza bruta, ma una serie di movimenti fluidi, evasivi e precisi. Schivava, parava e contrattaccava usando i piedi con una tale abilità che gli aggressori non riuscivano nemmeno ad avvicinarsi. In breve tempo, il gruppo di assalitori fu sconfitto e disperso.
Per il giovane Hwang Kee, quella non fu una semplice rissa. Fu un’epifania. Vide in quell’uomo la personificazione della capacità di superare ostacoli apparentemente insormontabili attraverso l’abilità, la disciplina e la tecnica. Quella scena divenne una potente metafora della sua stessa nazione: un singolo individuo (la Corea) che, sebbene circondato da nemici più numerosi (le potenze straniere), avrebbe potuto prevalere attraverso la padronanza di una propria arte e di un proprio spirito indomito. Anni dopo, Hwang Kee identificò le tecniche che vide quel giorno come appartenenti al Taekkyeon, l’arte marziale coreana sopravvissuta clandestinamente.
La Ricerca Vana e la Nascita di una Determinazione Incrollabile
Ossessionato da ciò che aveva visto, Hwang Kee si mise alla ricerca di quell’uomo straordinario. Lo seguì a distanza fino alla sua casa e, dopo aver raccolto tutto il suo coraggio, gli chiese di essere accettato come allievo. La risposta fu un netto rifiuto. L’uomo, probabilmente consapevole dei rischi legati all’insegnamento di un’arte marziale proibita durante l’occupazione giapponese, o forse semplicemente non interessato a prendere un discepolo così giovane, lo respinse.
Per molti, questa delusione sarebbe stata la fine di un sogno infantile. Per Hwang Kee, fu l’inizio della sua vera formazione. Invece di arrendersi, la sua determinazione si solidificò. Non potendo avere un maestro, decise di diventare maestro di sé stesso. Trovò una collina appartata vicino al suo villaggio e lì, in segreto, iniziò il suo personale percorso di allenamento. Cercava di replicare a memoria i movimenti che aveva visto durante la festa di Dano. Si arrampicava sugli alberi, saltava da grandi altezze per rafforzare le gambe e studiava ogni libro che riusciva a trovare sull’anatomia umana e sulla filosofia. Questo periodo di auto-addestramento, durato per tutta la sua adolescenza, fu fondamentale. Gli insegnò l’autodisciplina, la perseveranza e, soprattutto, a essere un pensatore critico e un osservatore meticoloso, qualità che avrebbero definito il suo approccio all’arte marziale per il resto della sua vita.
Capitolo 2: Il Viaggio in Manciuria – Espansione degli Orizzonti Marziali (1936-1945)
All’età di 22 anni, nel 1936, Hwang Kee prese una decisione che avrebbe cambiato radicalmente il suo percorso. Lasciò la Corea e si trasferì in Manciuria, una vasta regione della Cina nord-orientale, per lavorare presso la Compagnia Ferroviaria del Sud della Manciuria. Questo trasferimento non fu solo una scelta professionale; fu un’opportunità per espandere i suoi orizzonti marziali in un luogo rinomato per la sua ricca tradizione di arti marziali cinesi (Kung Fu o Kwonbup in coreano).
L’Incontro con il Maestro Yang Kuk Jin
Fu in Manciuria che avvenne il secondo incontro fondamentale della sua vita. Lì, fece la conoscenza di un rinomato maestro cinese di nome Yang Kuk Jin (杨国镇). Vedendo l’incredibile potenziale, la passione e la serietà del giovane coreano, il Maestro Yang lo accettò come suo allievo. Questo segnò una transizione cruciale per Hwang Kee: da un praticante autodidatta, per quanto dotato, a un discepolo formalmente istruito sotto la guida di un esperto riconosciuto.
L’addestramento con il Maestro Yang fu intenso e completo. Sebbene Hwang Kee sia sempre stato piuttosto riservato sui dettagli esatti dello stile insegnato da Yang, gli storici delle arti marziali ritengono che si trattasse di una combinazione di stili del Nord della Cina, che enfatizzano la fluidità, i movimenti ampi e le tecniche di gamba, e di stili del Sud, noti per la stabilità delle posizioni e le potenti tecniche di mano a corta distanza. Hwang Kee stesso si riferiva genericamente all’arte del suo maestro come Kwonbup.
Sotto la tutela del Maestro Yang, Hwang Kee non apprese solo tecniche fisiche. Fu introdotto ai principi filosofici del Taoismo e del Buddismo che permeano le arti marziali cinesi, concetti come il flusso del Ki (energia vitale), l’equilibrio di Um e Yang (Yin e Yang) e l’importanza dell’allenamento interno (Neh Gong) tanto quanto quello esterno (Weh Gong).
La Sintesi Personale: La Genesi di una Nuova Visione
Durante i suoi anni in Manciuria, Hwang Kee non fu un semplice imitatore. La sua mente analitica, affinata da anni di auto-addestramento, era costantemente al lavoro. Iniziò un processo di sintesi personale, unendo i principi e le tecniche che stava apprendendo dal Maestro Yang con le fondamenta del Taekkyeon coreano che aveva osservato e praticato da solo. Stava iniziando a formulare una sua visione unica, un’arte marziale che avrebbe avuto la fluidità e la profondità filosofica del Kwonbup cinese, ma che sarebbe rimasta fedele allo spirito e alla dinamicità della tradizione coreana. Questo periodo di studio e sintesi fu il vero e proprio concepimento di ciò che un giorno sarebbe diventato il Soo Bahk Do.
La Fine della Guerra e il Ritorno in Patria
Nel 1945, con la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, l’occupazione della Corea ebbe fine. Hwang Kee, che ora aveva 31 anni, tornò in una patria finalmente libera. Non era più il giovane appassionato che era partito quasi un decennio prima. Era un maestro di arti marziali maturo, con una profonda conoscenza di molteplici sistemi di combattimento e, soprattutto, con una missione chiara: fondare una scuola per insegnare la sua arte e contribuire alla ricostruzione dello spirito nazionale coreano attraverso la disciplina e la virtù marziale.
Capitolo 3: La Fondazione del Moo Duk Kwan – Nascita di una Scuola (1945-1957)
Il ritorno di Hwang Kee in Corea coincise con un momento di caos e speranza. La nazione, liberata ma divisa, doveva ricostruire non solo le sue infrastrutture, ma anche la sua identità culturale. In questo clima di fervore nazionalista, le arti marziali divennero un potente simbolo della forza e della resilienza ritrovate.
Il Primo Tentativo e la Lezione di Umiltà
Poco dopo il suo ritorno a Seoul, spinto dal suo ardente desiderio di iniziare a insegnare, Hwang Kee tentò di aprire la sua prima scuola. Tuttavia, l’impresa si rivelò un fallimento. Riuscì a radunare solo un piccolo numero di studenti e, in breve tempo, la scuola chiuse i battenti. Le ragioni erano molteplici: la Corea del dopoguerra era economicamente devastata e la gente aveva altre priorità; inoltre, l’arte di Hwang Kee, una sintesi personale di stili coreani e cinesi, era sconosciuta al pubblico. Questo fallimento iniziale, però, fu una lezione cruciale. Gli insegnò l’umiltà e la necessità di un approccio più ponderato.
Il 9 Novembre 1945: La Nascita Ufficiale del Moo Duk Kwan
Senza perdersi d’animo, Hwang Kee raddoppiò i suoi sforzi. Il 9 novembre 1945 – una data scelta non a caso, poiché coincideva con il suo trentunesimo compleanno – fondò ufficialmente la sua scuola, dandole il nome di Moo Duk Kwan (무덕관 / 武德館).
Il nome stesso era un manifesto della sua filosofia:
Moo (무 / 武): Marziale. Come già spiegato, il suo significato più profondo è “fermare il conflitto”.
Duk (덕 / 德): Virtù, integrità, moralità.
Kwan (관 / 館): Scuola o istituto.
“Scuola della Virtù Marziale”. Fin dal primo giorno, Hwang Kee mise in chiaro che il suo obiettivo non era creare semplici picchiatori, ma formare individui di carattere, persone in cui l’abilità marziale fosse sempre subordinata e guidata da un solido codice etico. Questa enfasi sulla filosofia e sullo sviluppo del carattere avrebbe distinto il Moo Duk Kwan dalle altre scuole che stavano sorgendo in quel periodo.
La Scelta Pragmatica del Nome “Tang Soo Do”
Inizialmente, Hwang Kee chiamò l’arte insegnata nel suo Moo Duk Kwan Tang Soo Do (당수도 / 唐手道). Questo nome, che si traduce in “La Via della Mano Cinese”, fu una scelta sia onesta che strategica. Era onesta perché riconosceva apertamente le influenze cinesi (“Tang”) nel suo sistema. Era strategica perché il termine “Tang Soo” era la pronuncia coreana degli stessi caratteri usati per “Kara-te”. Poiché il Karate giapponese, a causa dell’occupazione, era diventato vagamente familiare ad alcuni coreani, l’uso di un nome simile aiutò a dare al pubblico un punto di riferimento.
I Primi Anni, la Guerra e la Ricostruzione
I primi anni del Moo Duk Kwan furono difficili. Gli studenti erano pochi e le risorse scarse. Poi, nel 1950, scoppiò la Guerra di Corea, un conflitto fratricida che devastò la penisola. Hwang Kee e i suoi studenti furono dispersi. Molti dovettero combattere, e alcuni non fecero più ritorno. Durante questo periodo buio, Hwang Kee fu costretto a fuggire verso il sud della penisola, ma non smise mai di pensare alla sua arte e alla sua scuola. Dopo l’armistizio del 1953, tornò a Seoul e, con una tenacia incredibile, ricominciò da capo, radunando i vecchi studenti e accogliendone di nuovi. Questa seconda ricostruzione, dopo la guerra, consolidò la sua reputazione di leader resiliente e devoto.
Capitolo 4: La Ricerca delle Radici – Dal Tang Soo Do al Soo Bahk Do (1957-1970s)
Negli anni ’50, il Moo Duk Kwan crebbe fino a diventare la più grande organizzazione di arti marziali in Corea. Tuttavia, nonostante il successo, Hwang Kee era tormentato da un’inquietudine intellettuale e patriottica.
L’Insoddisfazione di un Nazionalista
Il nome “Tang Soo Do” diventava sempre più un peso per lui. Sebbene fosse stato utile all’inizio, sentiva che non rendeva giustizia alla vera natura della sua arte e, soprattutto, che non rifletteva l’eredità puramente coreana che egli era convinto esistesse. In un’epoca in cui la Corea stava cercando disperatamente di affermare la propria identità culturale, continuare a usare un nome che significava “Mano Cinese” gli sembrava una contraddizione. Iniziò così il capitolo più importante della sua vita: una ricerca accademica e storica per trovare le prove inconfutabili di una tradizione marziale autoctona.
La Scoperta Epocale: Il Ritrovamento del Muye Dobo Tongji
Per anni, Hwang Kee passò innumerevoli ore nelle biblioteche di Seoul, studiando antichi testi e documenti storici. La sua perseveranza fu premiata nel 1957. In una biblioteca, si imbatté in una rara copia del Muye Dobo Tongji, il manuale militare illustrato del 1790.
Per Hwang Kee, quel libro fu l’equivalente della Stele di Rosetta. Sfogliando le pagine e osservando le illustrazioni della sezione Kwonbup, vide le prove che aveva cercato per tutta la vita. Quelle figure, quelle posizioni, quelle tecniche non erano giapponesi né cinesi nel loro contesto: erano coreane, documentate da studiosi coreani per un re coreano. Era il collegamento diretto e inequivocabile con l’antico Subak. Quella scoperta non solo pose fine alla sua ricerca, ma gli diede la legittimazione storica per compiere il passo successivo e decisivo.
La Nascita del “Soo Bahk Do”: Un Atto di Rivendicazione Culturale
Armato di questa nuova conoscenza, Hwang Kee annunciò ufficialmente che l’arte del Moo Duk Kwan sarebbe stata conosciuta d’ora in poi come Soo Bahk Do (수박도 / 手搏道).
La scelta fu meticolosa e carica di significato.
Soo Bahk (Subak): Adottando il nome dell’antica arte marziale coreana, stava dichiarando che la sua scuola era la legittima erede e continuatrice di quella tradizione millenaria.
Do: Aggiungendo il suffisso “Do” (La Via), elevava l’arte da una semplice pratica di combattimento a un percorso filosofico di autoperfezionamento, in linea con la sua enfasi sulla virtù (Duk).
Questo cambiamento non fu universalmente accettato all’inizio. Molti dei suoi stessi allievi, ormai abituati al nome Tang Soo Do, erano confusi. Le altre Kwan, che stavano lavorando per unificarsi sotto il nuovo nome “Taekwondo”, videro la mossa di Hwang Kee come un atto di isolazionismo. Ma egli fu irremovibile. Per lui, la verità storica e l’integrità culturale erano più importanti del consenso o della convenienza politica.
La Codifica della Filosofia: Il Maestro come Pensatore
Questo periodo fu anche quello in cui Hwang Kee si dedicò a un lavoro monumentale di scrittura e codifica della filosofia della sua arte. Non si accontentava di insegnare movimenti; voleva fornire ai suoi studenti un quadro intellettuale e morale completo. Fu in questi anni che formalizzò e pubblicò i suoi scritti sui concetti fondamentali che ancora oggi definiscono il Soo Bahk Do:
I tre regni dello sviluppo: Weh Gong (esterno), Neh Gong (interno) e Shim Gong (spirituale).
Gli Otto Concetti Chiave per la pratica.
I Dieci Articoli di Fede sulla disciplina mentale.
Attraverso i suoi libri e i suoi insegnamenti, si affermò non solo come un tecnico marziale di genio, ma come uno dei più profondi filosofi marziali del XX secolo.
Capitolo 5: L’Eredità Globale e gli Ultimi Anni (Anni ’70 – 2002)
A partire dagli anni ’60 e ’70, il Soo Bahk Do Moo Duk Kwan iniziò a diffondersi oltre i confini della Corea, diventando un fenomeno globale.
La Diffusione Internazionale
I primi ambasciatori del Soo Bahk Do furono i militari americani che si erano addestrati con Hwang Kee durante il loro servizio in Corea. Tornando a casa, aprirono le prime scuole negli Stati Uniti, gettando le basi per una rapida espansione. Hwang Kee stesso iniziò a viaggiare molto, tenendo seminari in tutto il mondo per garantire che l’insegnamento rimanesse fedele alla sua visione. La World Moo Duk Kwan Federation divenne un’organizzazione che univa praticanti di decine di paesi, tutti uniti sotto la sua guida.
La Gestione di un’Organizzazione Mondiale e le Sfide
Guidare un’organizzazione così vasta non fu facile. Hwang Kee dovette affrontare sfide amministrative, differenze culturali e, inevitabilmente, la politica interna. Con la crescita arrivarono anche le scissioni. Alcuni dei suoi allievi più anziani, per varie ragioni, lasciarono la sua organizzazione per fondare le proprie federazioni, spesso mantenendo il nome “Tang Soo Do”. Sebbene queste separazioni lo addolorassero, Hwang Kee rimase fermo nella sua missione di preservare l’integrità e la purezza del curriculum e della filosofia del Soo Bahk Do.
Gli Ultimi Anni e la Successione
Anche in età avanzata, Hwang Kee rimase la guida spirituale e tecnica della sua arte. Continuò a scrivere, a supervisionare gli esami di alto grado e a ispirare generazioni di studenti con la sua sola presenza. Consapevole dell’importanza della continuità, preparò meticolosamente la successione, designando suo figlio, H.C. Hwang, che si era allenato sotto di lui fin dall’infanzia, come suo erede.
Il 14 luglio 2002, il Grande Maestro Hwang Kee si spense all’età di 87 anni. La sua morte segnò la fine di un’era, ma l’inizio di un nuovo capitolo per l’arte che aveva dedicato la sua vita a costruire.
Conclusione: Oltre il Fondatore – Hwang Kee come “Moo In” Ideale
La vita di Hwang Kee è un’epopea di perseveranza, un monumento alla forza della convinzione. Da un bambino che osservava affascinato un combattente sconosciuto, a un giovane autodidatta su una collina, a uno studente devoto in Manciuria, a un fondatore che ha affrontato il fallimento e la guerra, a uno studioso che ha scavato nella storia per trovare la verità, fino a diventare il leader di un movimento marziale mondiale, il suo viaggio incarna perfettamente le virtù che ha insegnato.
Hwang Kee è stato il modello vivente del “Moo In” – la persona marziale ideale – che la sua scuola si propone di formare. Era un guerriero nel corpo, uno studioso nella mente e un filosofo nel cuore. Non ha lasciato in eredità solo un insieme di pugni e calci, ma una “Via” completa per lo sviluppo umano. La sua più grande realizzazione non è stata la fondazione del Moo Duk Kwan o la creazione del Soo Bahk Do, ma il fatto di aver dimostrato con la sua stessa esistenza che la vera arte marziale non consiste nel dominare gli altri, ma nel padroneggiare sé stessi e nel dedicare la propria vita a preservare e condividere un bene più grande. La sua eredità non è scritta solo nei libri o nei manuali tecnici, ma vive nel carattere e nell’integrità di ogni studente che, in qualsiasi parte del mondo, si inchina e pronuncia la parola “Soo Bahk”.
MAESTRI FAMOSI
Introduzione: Ridefinire la Fama – Maestri e Pionieri nell’Universo del Soo Bahk Do
Affrontare il tema dei “maestri e atleti famosi” nel contesto del Subak e del Soo Bahk Do richiede un preliminare e fondamentale cambio di prospettiva. Nel mondo contemporaneo, siamo abituati ad associare la fama nello sport a medaglie olimpiche, cinture di campione del mondo, contratti milionari e un’intensa esposizione mediatica. Secondo questo metro di giudizio, il Soo Bahk Do Moo Duk Kwan potrebbe apparire privo di figure di spicco. Ma questo perché l’arte stessa rifiuta questa definizione di successo.
Essendo un “Do” (道), una “Via” di autoperfezionamento, e non uno sport (“Sport”), il Soo Bahk Do non misura la grandezza di un praticante in base al numero di avversari sconfitti in un torneo. La fama, all’interno di questa tradizione, è un concetto più sottile e profondo. È la fama che deriva dal rispetto guadagnato attraverso decenni di pratica incrollabile, dalla padronanza tecnica che ispira ammirazione, dalla profondità della comprensione filosofica e, soprattutto, dalla capacità di trasmettere l’arte nella sua forma più pura alla generazione successiva. Un maestro è “famoso” non per ciò che ha vinto, ma per ciò che ha costruito e preservato.
Inoltre, è impossibile parlare di maestri famosi dell’antico Subak. Le cronache storiche delle dinastie Goryeo o dei Tre Regni ci parlano dell’arte, delle competizioni e del suo ruolo militare, ma i nomi dei singoli praticanti, anche dei più abili, sono andati perduti nel tempo, figure anonime di un’era lontana.
Questo capitolo, quindi, si concentrerà sulle figure monumentali della storia moderna dell’arte, ovvero i maestri del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan, la scuola fondata dal Grande Maestro Hwang Kee, che ha raccolto l’eredità del Subak e l’ha proiettata nel mondo contemporaneo. Esploreremo la vita e il contributo del fondatore, non solo come creatore, ma come primo e più grande maestro. Analizzeremo in dettaglio la figura del suo successore, il custode della sua visione. Racconteremo la storia dell’allievo più celebre a livello mondiale, la cui fama trascende il mondo marziale, e renderemo omaggio a quella generazione di pionieri che, con fede incrollabile, hanno portato gli insegnamenti del Moo Duk Kwan dalla Corea del dopoguerra ai quattro angoli del globo. Questa non è una classifica di atleti, ma una galleria di pilastri umani su cui poggia un’intera tradizione.
Capitolo 1: Il Maestro Fondatore – Kwan Jang Nim Hwang Kee (1914-2002)
Al vertice di qualsiasi discussione sui maestri del Soo Bahk Do si erge, inarrivabile, la figura del suo fondatore, Hwang Kee. Se il capitolo precedente ha narrato la sua biografia, questa sezione si concentrerà sull’analisi della sua figura specifica come Maestro – il tecnico, il filosofo, il leader e il pedagogo che ha plasmato l’arte e i suoi praticanti. La sua influenza è così totale e pervasiva che ogni altro maestro del Moo Duk Kwan può essere considerato un ramo che si estende dal suo tronco massiccio.
Hwang Kee: Il Maestro come Tecnico e Innovatore
La genialità tecnica di Hwang Kee non risiedeva nell’invenzione di movimenti mai visti prima, ma nella sua straordinaria capacità di sintesi e sistematizzazione. Era un alchimista marziale, capace di prendere elementi da diverse fonti – il Taekkyeon coreano, il Kwonbup della Cina del Nord e del Sud – e fonderli in un sistema coerente, logico e incredibilmente efficace.
La sua comprensione della biomeccanica era profonda. Insegnava che la potenza non derivava dalla sola forza muscolare del braccio o della gamba, ma da un’armoniosa catena cinetica che parte dai piedi, si amplifica attraverso la rotazione delle anche e si scarica infine nel punto di impatto. Questo concetto, oggi comune in molte arti marziali, fu da lui codificato e reso un pilastro centrale del suo insegnamento.
Le sue forme, le Hyung, sono un testamento della sua visione. Le serie Kee Cho Hyung, da lui create, sono un capolavoro di pedagogia, introducendo il principiante ai movimenti fondamentali in modo progressivo e logico. Le forme più avanzate, che adattò da fonti esterne come le serie Pyung Ahn e Naihanchi, furono da lui reinterpretate secondo i principi del Moo Duk Kwan, enfatizzando la stabilità delle posizioni, la generazione di potenza dalle anche e l’applicazione dei principi di durezza e morbidezza. Non si limitò a copiare, ma assorbì e trasformò. La sua enfasi sull’uso della mano aperta (Soo) tanto quanto del pugno (Bahk) e sull’importanza della mano d’attacco che diventa istantaneamente mano di difesa (Kong Kyuk Bop) sono solo alcuni esempi della sua impronta tecnica unica.
Hwang Kee: Il Maestro come Filosofo e Guida Morale
Forse il suo contributo più duraturo risiede nell’aver infuso nell’arte un’anima filosofica profonda e articolata. Si rifiutò sempre di insegnare il combattimento come un fine a sé stesso. Per lui, il Dojang era un laboratorio per forgiare il carattere. Il suo intero sistema filosofico era progettato per rispondere a una domanda fondamentale: “Perché ci alleniamo?”. La risposta era: “Per diventare persone migliori”.
I suoi scritti e i suoi insegnamenti sono un compendio di saggezza marziale. Analizzò e codificò concetti complessi rendendoli accessibili. Spiegò la relazione tra Weh Gong (potenza esterna), Neh Gong (potenza interna) e Shim Gong (potenza spirituale), creando un percorso di sviluppo per il praticante che andava ben oltre il fisico. Il Weh Gong sviluppava un corpo forte e sano; il Neh Gong, attraverso il controllo del respiro e della concentrazione, univa il corpo alla mente; lo Shim Gong, l’obiettivo più elevato, coltivava una mente calma, saggia e virtuosa.
Gli Otto Concetti Chiave e i Dieci Articoli di Fede, da lui formulati, non erano semplici slogan da appendere al muro, ma principi attivi da coltivare in ogni momento della pratica. Insegnava che la perseveranza (In Neh) si imparava non da un discorso, ma dal mantenere una posizione difficile anche quando i muscoli bruciavano. L’umiltà (Gyum Son) si apprendeva non leggendo un libro, ma accettando umilmente la correzione di un compagno più anziano. Per Hwang Kee, la filosofia non era separata dalla tecnica; la tecnica era l’espressione fisica della filosofia.
Hwang Kee: Il Maestro come Leader e Visionario
Come leader, Hwang Kee possedeva una rara combinazione di carisma personale, autorità incrollabile e una visione a lungo termine. Riuscì a costruire dal nulla la più grande organizzazione di arti marziali della Corea del dopoguerra. Durante la Guerra di Corea, mentre altri avrebbero potuto arrendersi, egli tenne unita la sua comunità sparsa, dimostrando una resilienza che ispirò una lealtà profonda nei suoi allievi.
La sua decisione di rinominare l’arte in Soo Bahk Do, contro il parere di molti e andando contro la corrente che portava alla formazione del Taekwondo, fu un atto di straordinario coraggio intellettuale e di integrità. Avrebbe potuto facilmente unirsi al movimento del Taekwondo, garantendosi forse una posizione di potere ancora maggiore. Scelse invece la via più difficile, quella della coerenza con la sua ricerca storica e la sua visione di un’arte marziale tradizionale, non di uno sport. Questa decisione, sebbene gli sia costata in termini di numeri e riconoscimento politico immediato, ha preservato il Soo Bahk Do come un’entità unica e distinta. La sua leadership non si basava sul compromesso, ma sulla convinzione.
Capitolo 2: Il Successore Designato – Kwan Jang Nim H.C. Hwang (1947-Presente)
Se la missione di un grande fondatore è quella di creare, la missione forse ancora più ardua del suo successore è quella di preservare, proteggere e guidare l’eredità nel futuro. Questa è la storia del Kwan Jang Nim H.C. Hwang (Hyun Chul Hwang), figlio del fondatore e attuale guida del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan mondiale.
Formazione all’Ombra di un Gigante: Studente Numero 2
Nato nel 1947, H.C. Hwang è letteralmente cresciuto nel Dojang. Porta il Dan Bon (numero di cintura nera) 2. Il numero 1 appartiene, postumo, a suo padre. Questo semplice dato anagrafico rivela la sua posizione unica nella storia dell’arte: è il primo e più anziano allievo del fondatore. La sua formazione non è stata quella di uno studente comune. È stato immerso nell’arte fin dalla più tenera età, apprendendo ogni tecnica, ogni forma e ogni principio filosofico direttamente dalla fonte.
Crescere come figlio di una figura così leggendaria ha comportato pressioni e aspettative immense. Ogni sua mossa, ogni sua performance, veniva scrutata con un’attenzione particolare. Tuttavia, questa educazione unica gli ha fornito una comprensione dell’arte che nessun altro poteva eguagliare. Ha assorbito non solo la tecnica, ma anche l’intenzione, lo spirito e la visione di suo padre in un modo quasi osmotico. Ha raggiunto il grado di Maestro (Sa Bom Nim) in giovanissima età, dimostrando un talento e una dedizione che lo hanno reso il naturale erede del Moo Duk Kwan.
Il Giovane Maestro e la Diffusione Internazionale
Negli anni ’70, H.C. Hwang assunse un ruolo cruciale nella diffusione internazionale dell’arte. Si trasferì negli Stati Uniti, che stavano rapidamente diventando il più grande centro del Moo Duk Kwan al di fuori della Corea. Lì, divenne il presidente del comitato tecnico della federazione statunitense, viaggiando instancabilmente da una costa all’altra per tenere seminari, standardizzare l’insegnamento e fungere da collegamento diretto con il fondatore.
In questo periodo, si affermò non solo come il figlio del Gran Maestro, ma come un maestro eccezionale a pieno titolo. La sua tecnica impeccabile, la sua profonda conoscenza del curriculum e la sua capacità di spiegare concetti complessi in modo chiaro lo resero una figura di riferimento per migliaia di praticanti in Occidente. Divenne il volto e la voce del Soo Bahk Do nel mondo, preparando il terreno per la sua futura leadership.
La Transizione e la Missione del Custode
Con l’avanzare dell’età del fondatore, H.C. Hwang assunse gradualmente maggiori responsabilità nella gestione dell’organizzazione mondiale. La transizione fu lunga e preparata meticolosamente da suo padre per garantire stabilità e continuità. Alla morte di Hwang Kee nel 2002, H.C. Hwang assunse formalmente il titolo di Kwan Jang Nim, diventando la seconda e unica altra persona a detenere questa posizione nella storia del Moo Duk Kwan.
La sua missione, come egli stesso l’ha definita, non è quella di innovare o cambiare l’arte, ma di agire come un custode. Ha dedicato la sua vita a preservare la visione di suo padre nella sua forma più pura, proteggendola dalle pressioni della commercializzazione e dalla tentazione di trasformarla in uno sport. In un mondo marziale in continua evoluzione, dove molte arti tradizionali sacrificano la profondità per la popolarità, la leadership del Kwan Jang Nim H.C. Hwang è stata un’ancora di stabilità.
Ha posto un’enfasi ancora maggiore sullo studio della filosofia dell’arte, incoraggiando i praticanti a leggere e comprendere gli scritti del fondatore. Ha promosso iniziative come il Soo Bahk Do Institute, una piattaforma per lo studio approfondito della storia, della tecnica e della filosofia del Moo Duk Kwan. La sua leadership è caratterizzata da un’umiltà e una dedizione totali alla memoria e all’eredità di suo padre. La sua “fama” non deriva dalla creazione di qualcosa di nuovo, ma dalla sua incrollabile fedeltà a qualcosa di eterno.
Capitolo 3: L’Allievo più Famoso – La Storia di Chuck Norris e il Moo Duk Kwan
Nessuna discussione sulle figure famose emerse dal Moo Duk Kwan sarebbe completa senza un’analisi approfondita di Carlos “Chuck” Norris. Sebbene la sua carriera lo abbia portato a creare il proprio stile e la sua fama trascenda di gran lunga il mondo delle arti marziali, le sue radici affondano profondamente nel terreno seminato da Hwang Kee. È, senza dubbio, il prodotto più famoso a livello mondiale del programma di allenamento originale del Moo Duk Kwan.
Le Origini Marziali in Corea: Dan Bon #2825
La storia marziale di Chuck Norris inizia in Corea del Sud. Alla fine degli anni ’50, era un giovane aviere della U.S. Air Force di stanza alla base aerea di Osan. Come molti militari americani di quel periodo, fu affascinato dalle arti marziali locali. Iniziò il suo addestramento in una scuola affiliata al Moo Duk Kwan, che all’epoca insegnava l’arte sotto il nome di Tang Soo Do.
Norris si immerse completamente nell’allenamento con una dedizione e un’intensità che sarebbero diventate il suo marchio di fabbrica. La disciplina, la potenza delle tecniche e la filosofia del Moo Duk Kwan plasmarono il suo approccio al combattimento. Sotto la guida dei suoi istruttori coreani, imparò le forme, le tecniche di combattimento e il rigore che costituivano il curriculum di Hwang Kee. Alla fine del suo servizio in Corea, aveva raggiunto il grado di cintura nera. Il suo numero di Dan ufficiale, o Dan Bon, nel registro del Moo Duk Kwan è il #2825, a testimonianza indelebile della sua appartenenza a questo lignaggio.
Il Ritorno in America e la Dominazione Competitiva
Tornato negli Stati Uniti, Norris aprì la sua prima scuola e iniziò a partecipare al circuito di tornei di karate, che all’epoca era in piena espansione. Il suo stile di combattimento, basato sulla potenza dei calci e sulla solidità delle posizioni apprese nel Moo Duk Kwan, si rivelò incredibilmente efficace. Divenne rapidamente uno dei combattenti più temuti e rispettati d’America.
La sua carriera competitiva fu leggendaria. Vinse innumerevoli titoli, culminando con la conquista del titolo di Campione del Mondo Professionistico dei Pesi Medi di Karate, che detenne per sei anni consecutivi. In questo periodo, il nome “Tang Soo Do” divenne sinonimo di uno stile di combattimento duro, pratico e vincente, in gran parte grazie ai suoi successi e a quelli dei suoi allievi.
La Creazione di Chun Kuk Do e il Legame Indelebile
Con il passare degli anni e con l’aumentare della sua esperienza, Norris iniziò a evolvere il suo sistema. Integrò nel suo bagaglio tecnico elementi di altre arti marziali, come il Judo e il Jiu-Jitsu brasiliano. Questa evoluzione lo portò a fondare il suo stile personale, che chiamò Chun Kuk Do (“La Via Universale”), e la sua organizzazione, la United Fighting Arts Federation (UFAF).
Questa separazione dal Moo Duk Kwan fu un’evoluzione naturale piuttosto che un atto di rottura. Norris ha sempre parlato con il massimo rispetto delle sue radici nel Tang Soo Do Moo Duk Kwan e del suo fondatore, Hwang Kee. Ha riconosciuto che il Moo Duk Kwan gli ha fornito le fondamenta su cui ha costruito tutta la sua successiva carriera.
L’impatto di Chuck Norris sulla popolarità delle arti marziali coreane è incalcolabile. Le sue vittorie nei tornei, i suoi film di successo (come “L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente”, dove combatte contro Bruce Lee) e la sua serie TV “Walker, Texas Ranger” hanno introdotto il Tang Soo Do e, per estensione, le arti marziali coreane, a un pubblico di milioni di persone. Sebbene non sia più un praticante attivo di Soo Bahk Do, rimane per sempre legato alla sua storia. È il ramo più celebre cresciuto dall’albero del Moo Duk Kwan, un ramo che è diventato un albero a sé stante, ma che non ha mai dimenticato da dove provenisse la sua linfa.
Capitolo 4: I Pionieri e gli Ambasciatori – La Prima Generazione di Maestri
Oltre al fondatore, al suo successore e al suo allievo più celebre, la storia del Soo Bahk Do è stata scritta dal coraggio e dalla dedizione di una generazione di maestri pionieri. Questi uomini, tra i primi allievi di Hwang Kee, hanno dedicato la loro vita a un’unica missione: diffondere gli insegnamenti del Moo Duk Kwan nel mondo. Ognuno di loro meriterebbe un libro a parte, ma qui ricorderemo alcuni dei più influenti.
Maestro Lee Kang Uk (Dan Bon #533)
Considerato uno dei tecnici più dotati e puri della sua generazione, il Maestro Lee Kang Uk fu scelto personalmente da Hwang Kee per portare il Moo Duk Kwan nel Regno Unito nel 1974. La sua tecnica era nota per la precisione, la potenza e l’aderenza assoluta ai principi insegnati dal fondatore. In un’epoca in cui le arti marziali erano ancora esotiche e poco conosciute in Europa, il Maestro Lee costruì dal nulla una delle federazioni nazionali più forti e rispettate del mondo. La sua leadership silenziosa ma autorevole e la sua tecnica impeccabile lo hanno reso una leggenda vivente all’interno dell’organizzazione.
Maestro Hong Jong Soo (Dan Bon #334)
Uno dei maestri più anziani, il Maestro Hong Jong Soo fu il pioniere del Moo Duk Kwan in Canada. La sua storia è simile a quella di molti altri ambasciatori: arrivato in un nuovo paese con poco altro che il suo Dobok e la sua conoscenza, ha lavorato instancabilmente per stabilire una base per l’arte. È noto per la sua profonda comprensione delle Hyung e per la sua capacità di trasmettere non solo i movimenti, ma anche il significato e l’applicazione di ogni tecnica.
Maestro Kim Woon Chang (Dan Bon #6)
Essendo uno dei primissimi studenti di Hwang Kee (il suo Dan Bon è il numero 6), il Maestro Kim Woon Chang è una figura di enorme importanza storica. Ha vissuto l’intera evoluzione dell’arte, dai primi, difficili giorni del dopoguerra fino alla sua espansione globale. È stato per decenni un membro chiave del comitato tecnico della federazione coreana, aiutando il fondatore a standardizzare il curriculum e a formare le nuove generazioni di istruttori. La sua conoscenza storica e tecnica è considerata un tesoro all’interno della comunità del Moo Duk Kwan.
Maestro Lim Chang Soo (C.S. Kim) (Dan Bon #2457)
Il Maestro C.S. Kim è un altro esempio di un pioniere che ha avuto un impatto enorme sulla diffusione dell’arte negli Stati Uniti. Arrivato in America negli anni ’70, ha fondato una delle più grandi reti di scuole di Tang Soo Do. Similmente a Chuck Norris, nel corso degli anni ha fondato la propria organizzazione, la International Tang Soo Do Federation. Nonostante questa separazione, la sua formazione e le sue radici sono innegabilmente nel Moo Duk Kwan di Hwang Kee, e il suo contributo alla popolarità del nome “Tang Soo Do” in America è stato immenso.
Questi sono solo alcuni nomi di una lunga lista di maestri che hanno agito come veri e propri missionari marziali. Figure come Choi Hee Suk (Dan Bon #4), Russell H. Ahn (Dan Bon #2135) e molti altri hanno condiviso lo stesso spirito di sacrificio e la stessa dedizione. Ognuno di loro, nel proprio paese e nella propria comunità, ha piantato un seme che è cresciuto fino a diventare una foresta.
Conclusione: Una Galassia di Maestri – La Forza della Trasmissione
Alla fine di questa analisi, emerge un quadro chiaro. La grandezza del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan non risiede nella fama di un singolo individuo, ma nella forza di una catena ininterrotta di trasmissione. La sua “galassia di stelle” non è composta da atleti da copertina, ma da maestri devoti.
La figura centrale è e sarà sempre il Kwan Jang Nim Hwang Kee, il sole attorno al quale orbita l’intero sistema. La sua visione, la sua tecnica e la sua filosofia sono il fondamento di tutto. Suo figlio, il Kwan Jang Nim H.C. Hwang, è il pianeta che segue fedelmente l’orbita del sole, garantendo che la sua luce continui a brillare con la stessa intensità e purezza. Figure come Chuck Norris sono comete luminose, nate dal sistema ma che hanno intrapreso una propria traiettoria spettacolare, illuminando il cielo e attirando l’attenzione sulla loro origine. E i maestri pionieri sono le stelle fisse, sparse per il firmamento, ognuna un punto di riferimento luminoso che guida i praticanti nelle loro rispettive parti del mondo.
La vera forza, la vera “fama” del Soo Bahk Do, risiede in questa struttura. È la forza di migliaia di istruttori qualificati (Sa Bom Nim) che, in silenzio e senza cercare i riflettori, ogni giorno, in migliaia di Dojang in tutto il mondo, indossano il loro Dobok e continuano a raccontare questa storia, trasmettendo la visione di Hwang Kee al prossimo allievo. Sono loro i veri eroi di questa arte, i custodi di un’eredità che non si misura in medaglie, ma in vite cambiate e in un carattere forgiato attraverso la disciplina e la virtù.
LEGGENDE, CURIOSITA', STORIE E ANEDDOTI
Introduzione: Oltre la Tecnica – L’Anima Narrativa del Subak
Un’arte marziale, se è veramente una “Via” o “Do”, non può essere ridotta a un mero catalogo di tecniche fisiche. I pugni, i calci e le forme sono il suo scheletro, la sua struttura visibile, ma la sua vera vita, il suo sangue pulsante, risiede nel ricco e variegato tessuto di storie, leggende, aneddoti e curiosità che si tramandano di generazione in generazione. Questa dimensione narrativa è ciò che trasforma una disciplina di combattimento in una cultura, una pratica fisica in un’eredità spirituale.
Questi racconti non sono semplici passatempi o divagazioni folkloristiche. Essi agiscono come potenti strumenti pedagogici, capaci di trasmettere i valori fondamentali, il contesto storico e l’essenza filosofica dell’arte in un modo che la sola ripetizione tecnica non potrebbe mai fare. Una leggenda può ispirare il coraggio, un aneddoto può illustrare l’importanza dell’umiltà, una curiosità sul simbolismo può aprire la mente a una comprensione più profonda. Sono queste storie che collegano il praticante moderno nel suo dojang climatizzato ai guerrieri antichi sui campi di battaglia di Silla, ai maestri che praticavano in segreto durante l’occupazione, e al fondatore che ha dedicato la sua vita a una missione di riscoperta.
Questo capitolo si addentra in questa anima narrativa del Subak e del Soo Bahk Do. Intraprenderemo un viaggio che inizia con gli echi mitici dei guerrieri-poeti dell’antichità, esploreremo i frammenti di storia che ci parlano di tornei reali e di maestri leggendari, e ci immergeremo profondamente nella saga personale del Grande Maestro Hwang Kee, la cui vita è la più grande raccolta di aneddoti della nostra arte. Scopriremo i segreti nascosti dietro i simboli, i nomi e le uniformi, e ascolteremo le storie di dedizione dei pionieri che hanno portato questa eredità coreana nel mondo. Attraverso questi racconti, speriamo di illuminare non solo come si pratica il Soo Bahk Do, ma perché lo si pratica, svelando il cuore pulsante che si nasconde dietro ogni pugno e ogni respiro.
Capitolo 1: Echi dell’Antichità – Le Leggende Fondative dello Spirito Marziale Coreano
Prima ancora che il Subak avesse un nome, la penisola coreana era intrisa di un ethos marziale, un insieme di valori e ideali incarnati da figure eroiche le cui storie sono diventate il fondamento mitologico di tutte le arti marziali coreane.
La Leggenda dei Hwarang: I Guerrieri-Poeti di Silla
La più potente e romantica di tutte le leggende marziali coreane è senza dubbio quella dei Hwarang (화랑), i “Cavalieri in Fiore” del regno di Silla (57 a.C. – 935 d.C.). Questa non è solo la storia di un corpo militare d’élite, ma la cronaca di un ideale, quello del guerriero completo, il cui valore in battaglia era eguagliato solo dalla sua profondità culturale e dalla sua integrità morale.
Secondo le cronache storiche come il Samguk Sagi e il Samguk Yusa, i Hwarang erano giovani uomini scelti dall’aristocrazia di Silla non solo per la loro forza e abilità nel combattimento, ma anche per la loro bellezza e intelligenza. Il loro nome, “Fiore della Gioventù”, non era casuale: essi rappresentavano l’ideale di perfezione a cui la nazione aspirava. La loro formazione era straordinariamente olistica. Certo, si addestravano instancabilmente nell’uso della spada, dell’arco e, si presume, in una forma primordiale di Subak, ma il loro curriculum andava ben oltre. Studiavano i classici confuciani e i sutra buddhisti, componevano poesie, suonavano strumenti musicali e praticavano danze cerimoniali. Erano addestrati per essere leader in tempo di pace e comandanti invincibili in tempo di guerra.
L’aneddoto più famoso che definisce il loro spirito è legato al monaco buddhista Won Gwang (원광). Si narra che due giovani Hwarang si recarono da lui, chiedendogli un precetto, una guida per la loro vita. Won Gwang diede loro il Sesok-Ogye (세속오계), i “Cinque Comandamenti per la Vita Secolare”, che divennero il codice d’onore di tutti i Hwarang:
Servi il tuo re con lealtà.
Onora i tuoi genitori con pietà filiale.
Sii sincero e degno di fiducia con i tuoi amici.
Non ritirarti mai di fronte al nemico in battaglia.
Sii selettivo nell’uccidere (non uccidere senza una giusta causa).
Questo codice è una pietra miliare nella filosofia marziale. L’ultimo comandamento, in particolare, è rivoluzionario. Non è un appello alla non violenza, ma un appello al discernimento e alla responsabilità. Riconosce che un guerriero deve essere capace di togliere la vita, ma gli impone il fardello morale di farlo solo quando è assolutamente necessario.
Un aneddoto leggendario che incarna lo spirito dei Hwarang è quello di Gwanchang. Durante una battaglia decisiva contro il vicino regno di Baekje, Gwanchang, un Hwarang di appena sedici anni, si lanciò da solo contro le linee nemiche. Fu catturato e portato davanti al generale di Baekje, che, ammirato dal coraggio e dalla nobiltà del giovane, decise di risparmiarlo e di rimandarlo al suo accampamento. Tornato tra le sue truppe, Gwanchang, vergognandosi di non aver compiuto il suo dovere, bevve una coppa d’acqua e si lanciò di nuovo all’attacco. Catturato una seconda volta, il generale di Baekje, pur con riluttanza, ne ordinò l’esecuzione e rimandò la sua testa al campo di Silla. Si dice che la vista del sacrificio del giovane Hwarang infiammò a tal punto lo spirito dell’esercito di Silla che questo si lanciò in un attacco furioso, conquistando una vittoria decisiva.
La leggenda dei Hwarang, con la sua enfasi sull’equilibrio tra “Moo” (武, marzialità) e “Mun” (文, cultura/letteratura), è diventata il mito fondativo dell’ideale del “guerriero-studioso”, un concetto che il Grande Maestro Hwang Kee porrà al centro della filosofia del Soo Bahk Do.
Generali e Eroi: Le Storie di Eulji Mundeok e Kim Yu-shin
Oltre ai Hwarang, il pantheon degli eroi coreani è popolato da figure di generali la cui astuzia e valore sono diventati leggendari.
Eulji Mundeok (을지문덕): Generale del regno di Goguryeo, è l’eroe della più famosa vittoria strategica della storia coreana. All’inizio del VII secolo, la dinastia cinese Sui invase Goguryeo con un esercito smisurato, secondo le cronache composto da oltre un milione di uomini. Di fronte a una forza così soverchiante, Eulji Mundeok utilizzò una strategia di “difesa elastica”, fingendo una serie di ritirate per attirare l’esercito Sui sempre più in profondità nel territorio di Goguryeo, logorandolo e allungando le sue linee di rifornimento. Il culmine della sua strategia fu la Battaglia del Fiume Salsu. Dopo aver segretamente costruito una diga a monte, attese che l’esercito Sui iniziasse l’attraversamento del fiume. Al momento opportuno, la diga fu aperta. La massa d’acqua travolse migliaia di soldati nemici, e le truppe di Goguryeo attaccarono il resto dell’esercito in preda al panico. Si narra che dei 300.000 uomini dell’avanguardia Sui, solo 2.700 riuscirono a tornare in Cina. Questo aneddoto storico è diventato una leggenda che illustra un principio marziale fondamentale, caro anche al Soo Bahk Do: la forza bruta può essere sconfitta dall’intelligenza, dalla pazienza e dalla strategia.
Kim Yu-shin (김유신): La più grande figura storica legata ai Hwarang, il Generale Kim Yu-shin fu l’architetto militare dell’unificazione della Corea sotto il regno di Silla. Le storie sulla sua vita sono innumerevoli. Un aneddoto famoso riguarda il suo cavallo. Da giovane, Kim Yu-shin si era innamorato di una kisaeng (un’intrattenitrice). Sua madre lo rimproverò, dicendogli che un Hwarang destinato a grandi imprese non doveva lasciarsi distrarre da tali frequentazioni. Pentito, Kim Yu-shin promise di non vedere mai più la donna. Tuttavia, una sera, tornando a casa stanco e forse un po’ brillo, si addormentò in sella. Il suo cavallo, abituato al percorso, lo portò dritto alla casa della kisaeng. Quando Kim Yu-shin si svegliò e si rese conto di dove si trovava, fu preso da una furia fredda. Non contro sé stesso, ma contro la debolezza simboleggiata dal suo cavallo che lo aveva tradito. Sguainò la spada e decapitò il suo amato destriero. Questo atto, sebbene oggi appaia crudele, è diventato un aneddoto leggendario sulla sua ferrea determinazione e sulla sua capacità di eliminare qualsiasi ostacolo, anche qualcosa che amava, pur di seguire il suo “Do” (la sua Via).
Capitolo 2: Aneddoti e Storie dal Passato – Frammenti di Vita Marziale
Mentre le leggende ci parlano di ideali, gli aneddoti storici ci offrono uno sguardo sulla pratica reale del Subak nelle epoche passate.
I Tornei alla Corte di Goryeo: Combattimento come Spettacolo Reale
Durante la dinastia Goryeo (918-1392), il Subak raggiunse il suo apice di popolarità. Le cronache di corte, come il Goryeosa, sono piene di aneddoti che ci restituiscono l’atmosfera di quel tempo. Immaginiamo la scena: nel cortile del palazzo reale, il re e i suoi ministri sono seduti su una piattaforma rialzata. Sotto di loro, due soldati si fronteggiano. Non indossano armature pesanti, ma abiti leggeri che consentono libertà di movimento. L’incontro non è una rissa caotica, ma una dimostrazione di abilità governata da regole. L’obiettivo potrebbe essere quello di spingere l’avversario fuori da un’area designata, o di ottenere un punto con un colpo pulito.
Un aneddoto specifico racconta del re Uijong, un grande patrono del Subak. Si dice che amasse così tanto l’arte da organizzare dimostrazioni quasi ogni giorno, e che conoscesse personalmente i nomi e le abilità dei migliori combattenti del suo esercito. Un giorno, durante un torneo, un soldato di nome Yi Ui-min, un uomo di umili origini ma di straordinaria forza fisica, si distinse sconfiggendo tutti i suoi avversari. Il re fu così impressionato dalla sua abilità nel Subak che lo promosse a un alto grado militare, un evento impensabile nella rigida società gerarchica dell’epoca. Questa storia illustra come il Subak, in quel periodo, non fosse solo una pratica militare, ma anche un potente strumento di mobilità sociale, dove il valore poteva superare le barriere di classe.
La Storia di Baek Dong-su: Il Guerriero Dietro il Manuale
Il Muye Dobo Tongji, il grande manuale militare del 1790, è un documento fondamentale per la storia del Subak. Ma dietro questo testo c’è la storia di un uomo straordinario: Baek Dong-su (백동수). Egli non fu solo uno degli studiosi che compilarono il manuale, ma anche il suo principale esperto tecnico, un maestro di arti marziali la cui vita stessa era leggendaria.
Nato al di fuori dell’aristocrazia, Baek Dong-su dimostrò un talento prodigioso per le arti marziali fin da giovane. Un aneddoto racconta che, da ragazzo, si unì a un gruppo di giovani che si addestravano segretamente sulle montagne. Un giorno, il loro accampamento fu attaccato da un gruppo di banditi. Mentre gli altri erano presi dal panico, il giovane Baek Dong-su, armato solo di un bastone, si fece avanti e, con una serie di movimenti fulminei, disarmò e mise in fuga i briganti, salvando i suoi compagni.
La sua abilità divenne così rinomata che fu chiamato a corte per servire come guardia del corpo del principe ereditario Sado, e in seguito di suo figlio, il futuro re Jeongjo. La sua vita fu dedicata alla protezione della famiglia reale e alla preservazione delle arti marziali coreane, che vedeva in declino. La compilazione del Muye Dobo Tongji fu il culmine della sua carriera. Non fu un semplice lavoro accademico; fu un atto di passione, il tentativo di un grande maestro di distillare una vita di conoscenza marziale in un testo che potesse sopravvivere per le generazioni future. La sua storia personale trasforma il manuale da un arido documento storico a un testamento vivente.
Capitolo 3: La Saga del Fondatore – Aneddoti dalla Vita di Hwang Kee
Nessuna raccolta di storie sul Soo Bahk Do sarebbe completa senza immergersi nella vita del suo fondatore, Hwang Kee. La sua biografia non è una cronologia di eventi, ma una serie di aneddoti che sono diventati parabole per i praticanti.
La Visione alla Festa di Dano: L’Inizio di Tutto
Questo è l’aneddoto fondativo, il “big bang” dell’universo Moo Duk Kwan. Come raccontato in precedenza, all’età di sette anni, Hwang Kee assistette a un combattimento impari. Ma la curiosità risiede nei dettagli. Egli descrisse l’uomo che si difendeva come se si muovesse “come un fantasma”. Non c’era rabbia o paura sul suo volto, solo una calma concentrazione. L’aneddoto non è solo sulla vittoria fisica, ma sulla superiorità dello stato mentale. L’uomo non stava semplicemente “picchiando” i suoi aggressori; stava usando una forma d’arte per risolvere un problema violento con grazia ed efficienza. Per il giovane Hwang Kee, fu la prima lezione sul concetto di Moo Shim (mente marziale/mente vuota). La vera abilità non risiede nella furia, ma nella calma.
Il Maestro Rifiutato: La Lezione della Perseveranza (In Neh)
La storia del suo rifiuto da parte del maestro di Taekkyeon è un altro aneddoto cruciale. Dopo essere stato respinto, non provò rabbia o risentimento. Provò invece un senso di responsabilità. Se nessuno poteva insegnargli, allora doveva imparare da solo. Si narra che passasse ore sulla collina non solo imitando i movimenti, ma cercando di capire il perché dietro ogni movimento. Perché mettere il piede in quel modo? Perché ruotare l’anca? Questo aneddoto insegna una lezione fondamentale del Moo Duk Kwan: il maestro può mostrare la porta, ma è l’allievo che deve entrare. La vera conoscenza non viene ricevuta passivamente, ma viene conquistata attraverso la curiosità, la sperimentazione e, soprattutto, la perseveranza (In Neh), uno degli Otto Concetti Chiave.
“Il Treno e la Connessione”: L’Intuizione Biomeccanica
Una delle curiosità più affascinanti riguarda come Hwang Kee sviluppò la sua teoria sulla generazione della potenza. Lavorando per la compagnia ferroviaria in Manciuria, passava molto tempo a osservare i treni. Un giorno, fu colpito da come le locomotive, relativamente piccole rispetto al peso immenso dell’intero convoglio, riuscissero a metterlo in movimento. L’intuizione fu nel meccanismo di aggancio: la locomotiva non spingeva tutti i vagoni contemporaneamente, ma li metteva in moto uno alla volta, creando una reazione a catena.
Applicò questo principio al corpo umano. Capì che un pugno potente non nasceva dalla sola spalla, ma da un movimento sequenziale: la spinta parte dal piede posteriore, viaggia attraverso la gamba, viene amplificata dalla violenta rotazione dell’anca (Heo Ri), si trasferisce attraverso il torso fino alla spalla e infine esplode nel pugno. Usava spesso l’aneddoto del treno per spiegare ai suoi allievi questo complesso concetto di connessione e trasferimento di energia. È una storia che rivela la sua mente analitica, la sua capacità di trarre lezioni profonde dall’osservazione del mondo quotidiano.
La Scoperta del “Testo Sacro”: L’Aneddoto della Biblioteca
La storia della scoperta del Muye Dobo Tongji nel 1957 è l’apice della sua ricerca. Ma l’aneddoto ha dei risvolti quasi mitici. Si dice che Hwang Kee avesse quasi rinunciato alla sua ricerca. Aveva consultato innumerevoli testi senza trovare quello che cercava. Un giorno, quasi per caso, si trovò nella Biblioteca Nazionale di Seoul e, seguendo un’intuizione, chiese di vedere i testi della sezione di storia militare. Mentre sfogliava un volume dall’aspetto anonimo, le sue dita si fermarono sulle illustrazioni del Kwonbup. Egli descrisse quel momento come un’esperienza quasi spirituale, un “incontro con gli antichi maestri”. Sentì che lo spirito dei guerrieri del passato gli stava parlando attraverso quelle pagine, dandogli la benedizione per continuare la loro eredità. Questo aneddoto trasforma la scoperta da un evento accademico a un momento di trasmissione spirituale attraverso i secoli.
Capitolo 4: Curiosità e Simbolismo – I Segreti Nascosti nell’Arte
Il Soo Bahk Do è un’arte ricca di simbolismi. Ogni elemento, dal logo all’uniforme, racconta una storia.
Il Simbolo del Moo Duk Kwan: Un Universo in un Pugno
Il logo del Moo Duk Kwan è una delle icone più riconoscibili nel mondo delle arti marziali, e ogni suo dettaglio è una lezione di filosofia.
Il Pugno: Al centro, un pugno destro rappresenta l’azione, la potenza e la natura marziale dell’arte. È la parte “Bahk” del Soo Bahk Do.
I Rami d’Alloro: Il pugno è circondato da 14 foglie d’alloro su ogni lato. L’alloro, nella cultura occidentale, simboleggia la pace e la vittoria. La loro presenza indica che la forza del pugno deve essere usata per difendere la pace.
Le Sei Bacche Rosse: Sparse tra le foglie ci sono sei bacche rosse. Secondo l’interpretazione del fondatore, esse rappresentano i sei continenti abitati del mondo, a simboleggiare la portata globale e l’universalità della sua arte.
L’Ideogramma Cinese: Sotto il pugno, l’ideogramma 武德館 (Moo Duk Kwan) dichiara il nome e la filosofia della scuola.
Il Colore Blu Scuro: Lo sfondo blu scuro del cerchio rappresenta la conoscenza, la calma e l’infinito, come il cielo notturno o le profondità dell’oceano.
Il Mistero dei Dan Bon: Più di un Semplice Numero
Una delle curiosità più uniche del Moo Duk Kwan è il sistema dei Dan Bon, o numeri di cintura nera. Quando un allievo ottiene la sua prima cintura nera, non riceve solo un certificato, ma un numero sequenziale unico. Il fondatore, Hwang Kee, è postumo il #1. Suo figlio, H.C. Hwang, è il #2. Un maestro pioniere potrebbe essere il #334, e un nuovo studente che ottiene oggi la cintura nera potrebbe essere il #50.000 e qualcosa.
Questo numero non è una formalità burocratica. È un legame genealogico. Non importa in quale paese ti alleni, il tuo Dan Bon ti colloca all’interno della grande famiglia mondiale del Moo Duk Kwan. Crea un senso di anzianità e di rispetto che va oltre il grado. Un 7° Dan con un numero alto (ad es. #25.000) mostrerà sempre rispetto a un 4° Dan con un numero molto basso (ad es. #500), perché quest’ultimo rappresenta una connessione più diretta e antica con il fondatore. Un aneddoto comune nei seminari internazionali è vedere maestri di alto grado inchinarsi profondamente a praticanti di grado inferiore ma con un Dan Bon più “vecchio”, un potente promemoria che l’arte è una questione di lignaggio e di eredità, non solo di abilità personale.
Il Dobok e il Blu della Mezzanotte
Anche l’uniforme, il Dobok, racconta una storia. Il colore bianco di base simboleggia la purezza, l’umiltà e la mente vuota di un principiante, una tela bianca su cui l’arte verrà dipinta. Ma la vera curiosità risiede nel colore del bordo dell’uniforme dei maestri (4° Dan e superiori). A differenza di molte altre arti marziali che usano il nero, il Soo Bahk Do utilizza un distintivo blu notte (midnight blue). La spiegazione di Hwang Kee era profondamente filosofica. Il nero, diceva, simboleggia la fine, il termine di un percorso. Ma in un’arte basata sul “Do” (la Via), il percorso non finisce mai. Il blu notte, il colore del cielo al crepuscolo, rappresenta invece un momento di transizione, la calma, la saggezza e l’infinito. Un maestro non è qualcuno che “è arrivato”, ma qualcuno che ha raggiunto un livello di comprensione tale da poter guidare gli altri nel loro viaggio infinito di apprendimento.
Capitolo 5: Storie di Dedizione – Aneddoti dei Pionieri nel Mondo
La diffusione globale del Soo Bahk Do è una saga in sé, piena di storie di sacrificio e perseveranza.
“Il Maestro con una Sola Valigia”
Questo è un aneddoto archetipico, basato sulle storie reali di decine di maestri coreani che negli anni ’60 e ’70 partirono per l’Occidente. La storia tipica è quella di un giovane maestro, sulla ventina, che arriva in un paese come gli Stati Uniti, il Regno Unito o la Francia. In valigia ha solo un paio di Dobok, qualche foto della sua famiglia e del fondatore, e un indirizzo di un contatto vago. Non conosce la lingua, ha pochissimi soldi e affronta il razzismo e la diffidenza.
Inizia a insegnare in un parco pubblico o nel seminterrato di una chiesa. I suoi primi allievi sono un gruppo eterogeneo: un paio di ragazzi di strada in cerca di un modo per difendersi, un reduce del Vietnam in cerca di disciplina, uno studente universitario affascinato dalla filosofia orientale. Le lezioni sono dure. La barriera linguistica viene superata con la dimostrazione fisica. Il maestro non solo insegna le tecniche, ma vive secondo i principi che predica. Condivide il suo pasto con gli studenti che non hanno soldi, ripara il Dobok strappato di un allievo, si presenta ad ogni lezione con un’energia e una dedizione incrollabili. Lentamente, la voce si sparge. La piccola classe cresce. Anni dopo, quel giovane maestro con una sola valigia è diventato il rispettato caposcuola della federazione nazionale, con migliaia di studenti. Questa storia, ripetuta in innumerevoli varianti in tutto il mondo, è il vero aneddoto della diffusione del Moo Duk Kwan: non attraverso grandi campagne di marketing, ma attraverso il sacrificio personale e l’autenticità dei suoi maestri.
“La Sfida nel Bar”: L’Aneddoto di Joe Frazier
Un aneddoto curioso e poco noto lega il Moo Duk Kwan a un’altra leggenda del combattimento. Si narra che uno dei primi maestri americani, dopo aver tenuto una dimostrazione, fu avvicinato da un membro dell’entourage del famoso pugile Joe Frazier. Incuriositi dalla potenza dei calci, invitarono il maestro nella palestra di Frazier a Philadelphia. Durante un incontro informale, uno degli sparring partner di Frazier, un pugile grande e grosso, sfidò il maestro a colpirlo. Il maestro di Moo Duk Kwan, calmo, eseguì un calcio circolare controllato al fianco del pugile. Nonostante la potenza fosse stata trattenuta, l’impatto fu tale da far piegare in due l’uomo e lasciarlo senza fiato, tra lo stupore dei presenti, incluso Frazier. L’aneddoto, vero o abbellito che sia, è diventato una storiella popolare tra i praticanti per illustrare l’efficacia sorprendente delle tecniche del Soo Bahk Do anche di fronte a campioni di altri stili di combattimento.
Conclusione: Il Potere delle Storie – Il Fuoco che Mantiene Viva la Tradizione
Le leggende dei Hwarang ci insegnano che la forza senza virtù è vuota. Gli aneddoti di Hwang Kee ci mostrano che la conoscenza senza perseveranza è irraggiungibile. Le curiosità sul simbolismo ci ricordano che ogni aspetto della nostra pratica ha un significato profondo. Le storie dei pionieri ci dimostrano che la dedizione può superare qualsiasi ostacolo.
Questi racconti sono molto più che semplici intrattenimenti. Sono la colla che tiene unita la comunità globale del Moo Duk Kwan. Sono il contesto che dà un senso alle ore di allenamento. Sono il fuoco che accende l’ispirazione nei momenti di dubbio e di fatica. Mentre le tecniche allenano il corpo, queste storie allenano il cuore e lo spirito. Mantengono viva la connessione con il passato e illuminano la via per il futuro, assicurando che il Soo Bahk Do rimanga non solo un sistema di combattimento, ma una ricca e vibrante tradizione umana. Ogni volta che un istruttore racconta uno di questi aneddoti a una classe di cinture bianche, sta compiendo l’atto più importante di tutti: sta passando la torcia.
TECNICHE
Introduzione: L’Alfabeto del Corpo – Comprendere il Linguaggio Tecnico del Soo Bahk Do
Le tecniche, o Ki Sool (기술), del Soo Bahk Do rappresentano l’arsenale fisico e tangibile dell’arte. Sono il vocabolario di un linguaggio complesso e sfaccettato, un alfabeto di movimenti attraverso cui il praticante impara a esprimere i concetti di difesa, attacco, equilibrio e potenza. Tuttavia, affrontare questo vasto repertorio come un semplice elenco di pugni, calci e parate sarebbe un errore riduttivo. Ogni singola tecnica, dalla più basilare posizione al più acrobatico dei calci, è l’espressione fisica di un insieme di principi sottostanti – Won Ri (원리) – che ne costituiscono la vera essenza.
Comprendere le tecniche del Soo Bahk Do significa, quindi, intraprendere un doppio percorso di apprendimento. Da un lato, c’è lo studio meticoloso della forma esterna: la corretta angolazione di un’articolazione, la traiettoria precisa di un colpo, la distribuzione del peso in una posizione. Dall’altro, e in modo più profondo, c’è l’interiorizzazione dei principi che danno vita a quella forma: la generazione della potenza attraverso la rotazione delle anche, il radicamento al suolo, l’armonia tra tensione e rilassamento, la sincronizzazione del respiro con il movimento.
La vera maestria non risiede nel conoscere centinaia di tecniche diverse, ma nel padroneggiare un numero limitato di tecniche fondamentali a un livello così profondo da poterle adattare istintivamente a un numero infinito di situazioni. Questo capitolo si propone di guidare il lettore in un’esplorazione sistematica di questo “alfabeto del corpo”. Analizzeremo le fondamenta incrollabili delle posizioni, la versatile potenza delle tecniche di mano, la difesa attiva delle parate e l’arsenale dinamico dei calci. Per ogni famiglia di tecniche, non ci limiteremo a descrivere il “cosa”, ma approfondiremo il “come” e, soprattutto, il “perché”, svelando la logica biomeccanica, la finalità tattica e lo scopo didattico che rendono il Soo Bahk Do un sistema di combattimento tanto efficace quanto profondo.
Capitolo 1: Le Fondamenta – Jase (자세), le Posizioni
Nel grande edificio del Soo Bahk Do, le posizioni, o Jase, sono le fondamenta. Ogni tecnica offensiva o difensiva, per quanto spettacolare, è inefficace se non viene lanciata da una base solida, stabile e correttamente allineata. L’allenamento delle posizioni è spesso la parte più ardua e meno gratificante per il principiante, ma è indiscutibilmente la più importante. Insegna virtù marziali essenziali come la pazienza (In Neh), la stabilità non solo fisica ma anche mentale, e il radicamento (Jung Shim). Una posizione non è una posa statica, ma una piattaforma dinamica, carica di potenziale energia pronta a essere rilasciata.
Kee Ma Jase (기마 자세) – Posizione del Cavaliere
La Kee Ma Jase è forse la posizione più iconica e fondamentale. Il suo nome deriva dall’immagine di un cavaliere in sella, che richiede gambe forti e un baricentro basso e stabile.
Descrizione Meccanica: I piedi sono posizionati a una distanza di circa due volte la larghezza delle spalle, paralleli tra loro o con le punte leggermente rivolte verso l’interno per proteggere l’inguine. Le ginocchia sono piegate come se ci si sedesse su una sella immaginaria, mantenendo la schiena dritta (eretta ma non rigida) e il bacino leggermente ruotato in avanti (retroversione) per appiattire la curva lombare e proteggere la colonna. Il peso è distribuito equamente su entrambi i piedi, 50/50.
Principi Sottostanti: Questa posizione è il laboratorio primario per lo sviluppo della forza negli arti inferiori (quadricipiti, glutei, adduttori). Insegna il concetto di radicamento, spingendo attivamente i piedi contro il suolo per creare una base solida.
Applicazioni Tattiche: Sebbene non sia una posizione di combattimento primaria, è fondamentale per l’allenamento della stabilità laterale. È la base da cui si eseguono molti pugni e parate fondamentali nelle forme (Hyung) e serve a sviluppare la potenza nei movimenti che non richiedono uno spostamento in avanti o indietro.
Errori Comuni: Inclinare il busto in avanti; lasciare che le ginocchia collassino verso l’interno; non scendere abbastanza in basso, riducendo la stabilità e l’efficacia dell’allenamento.
Scopo Didattico: L’allenamento prolungato nella Kee Ma Jase è un esercizio di resistenza mentale oltre che fisica. Insegna a sopportare il disagio, a controllare il respiro sotto sforzo e a sviluppare una concentrazione incrollabile.
Chun Gul Jase (전굴 자세) – Posizione Frontale
Questa è la principale posizione offensiva del Soo Bahk Do, progettata per proiettare la massima energia in avanti.
Descrizione Meccanica: La distanza tra il piede anteriore e quello posteriore è di circa una volta e mezza la larghezza delle spalle. Il piede anteriore è rivolto dritto in avanti, mentre il piede posteriore è ruotato verso l’esterno di circa 45 gradi. Il ginocchio anteriore è piegato in modo che la rotula sia allineata verticalmente con la caviglia. La gamba posteriore è completamente dritta e bloccata, agendo come un puntone che trasferisce la forza dal suolo. Il peso è distribuito circa 70% sulla gamba anteriore e 30% su quella posteriore. Il busto è eretto e le anche sono squadrate, rivolte in avanti.
Principi Sottostanti: La Chun Gul Jase è l’esempio perfetto della generazione di potenza lineare. La gamba posteriore dritta crea una linea di forza ininterrotta che, combinata con la rotazione dell’anca, permette di sferrare pugni e colpi devastanti.
Applicazioni Tattiche: È la piattaforma ideale per tutti gli attacchi potenti che richiedono di “entrare” nella guardia dell’avversario. È una posizione aggressiva che consente di colmare rapidamente la distanza.
Errori Comuni: Sollevare il tallone del piede posteriore; piegare il ginocchio posteriore; una distanza eccessiva o insufficiente tra i piedi; non allineare correttamente le anche.
Scopo Didattico: Insegna l’intenzione e la proiezione dell’energia. Il praticante impara a sentire la connessione tra il suolo e il pugno, comprendendo come ogni parte del corpo contribuisca all’azione finale.
Hu Gul Jase (후굴 자세) – Posizione Posteriore
Se la Chun Gul Jase è la posizione dell’attacco, la Hu Gul Jase è la quintessenza della difesa e del contrattacco.
Descrizione Meccanica: I piedi sono posizionati a forma di “L”. Il piede posteriore è rivolto a 90 gradi rispetto alla direzione frontale, mentre il piede anteriore è rivolto dritto in avanti, con il tallone allineato a quello posteriore. La maggior parte del peso corporeo (circa 70-80%) è caricata sulla gamba posteriore, che è piegata. La gamba anteriore è anch’essa leggermente piegata e poggia delicatamente sul suolo, principalmente sulla pianta del piede (Ahp Koom Chi), pronta a calciare o a spostarsi. Il busto è eretto e il corpo è “bladed”, ovvero offre un bersaglio laterale più piccolo.
Principi Sottostanti: Questa posizione incarna il principio della morbidezza e dell’elasticità. Caricando il peso all’indietro, il praticante può facilmente assorbire l’impatto di un attacco o ritirarsi rapidamente per creare distanza. La gamba anteriore, scarica dal peso, è libera di agire come una molla per sferrare calci a schiocco veloci e imprevedibili.
Applicazioni Tattiche: È ideale per una strategia difensiva. Permette di indurre l’avversario ad attaccare per poi evadere e contrattaccare nel suo momento di massima esposizione. È la posizione preferita per eseguire parate a mano aperta e calci frontali o laterali di sorpresa.
Errori Comuni: Inclinare il busto in avanti o all’indietro; distribuire il peso in modo errato; una distanza eccessiva tra i piedi che compromette la mobilità.
Scopo Didattico: Insegna il controllo del baricentro, l’equilibrio e il tempismo. Il praticante impara l’arte della pazienza, aspettando il momento perfetto per agire.
Capitolo 2: Le Mani che Colpiscono – Soo Ki (수기), le Tecniche di Mano
Il nome stesso dell’arte, Soo Bahk Do (“La Via del Combattimento con le Mani”), sottolinea l’importanza e la raffinatezza delle tecniche eseguite con gli arti superiori. Il repertorio (Soo Ki) è vasto e non si limita al solo pugno, ma esplora l’uso di ogni parte della mano, del polso e del braccio come un’arma versatile.
Sezione 2.1: Il Pugno (Joo Muk – 주먹)
Il pugno è la tecnica di mano più basilare ma anche una delle più efficaci se eseguita correttamente.
Jung Kwon (정권) – Pugno Frontale: È il pugno standard, diretto. La sua efficacia non risiede nella forza bruta del braccio, ma in una corretta meccanica.
Meccanica: La mano viene chiusa correttamente, con il pollice all’esterno che preme contro le prime due dita per rinforzare la struttura. Al momento dell’impatto, che avviene con le nocche dell’indice e del medio, il polso deve essere dritto e allineato con l’avambraccio. Il pugno parte dalla posizione di “camera” all’altezza dell’anca (Hikite in giapponese), con il palmo rivolto verso l’alto. Durante l’estensione, l’avambraccio ruota, in modo che al momento dell’impatto il palmo sia rivolto verso il basso. Questa rotazione crea un effetto “cavatappi” che aumenta la penetrazione e la forza del colpo. Contemporaneamente, l’altra mano viene ritirata con forza alla stessa velocità, un’azione che, per il principio di azione-reazione, aumenta la potenza del pugno che colpisce. Il tutto è alimentato da una violenta e secca rotazione delle anche.
Applicazioni: È la tecnica più versatile per colpire bersagli frontali a media distanza, come il plesso solare (Myung Chi), il viso (In Joong) o le costole (Nuk Kol).
Kap Kwon (갑권) – Pugno a Dorso di Martello: Utilizza la parte carnosa del pugno (il lato del mignolo) come superficie d’impatto. È un colpo circolare, simile a un martello, ideale per colpire bersagli come il ponte del naso, la tempia o la clavicola.
Sezione 2.2: La Mano Aperta (Son – 손)
L’uso sofisticato della mano aperta è una delle caratteristiche distintive del Soo Bahk Do e un’eredità diretta delle arti marziali cinesi.
Son Kal (손칼) – Colpo a Mano di Taglio (o “Mano a Coltello”): È una delle tecniche più iconiche e versatili dell’arte.
Meccanica: Le quattro dita sono unite e tese, mentre il pollice è piegato e premuto contro la base dell’indice per irrigidire il muscolo del palmo. La superficie d’impatto è il bordo carnoso della mano, dal polso alla base del mignolo.
Applicazioni: Il Son Kal è un’arma straordinaria. Come tecnica offensiva, può essere usato per colpire punti vitali e sensibili con grande precisione: i lati del collo (Kyong Dong Maek), la gola, la clavicola, le tempie, le articolazioni. La sua versatilità risiede nel fatto che è anche una delle principali tecniche di parata (Son Kal Makgi). Una parata eseguita con il Son Kal non si limita a deviare un attacco, ma colpisce attivamente l’arto dell’avversario, infliggendo dolore e potenzialmente danneggiando nervi o muscoli. Esistono due traiettorie principali: dall’interno verso l’esterno (An-eso Bak-uro) e dall’esterno verso l’interno (Bak-eso An-uro).
Kwan Soo (관수) – Colpo con la Punta delle Dita (“Mano a Lancia”):
Meccanica: Le dita sono unite e tese il più possibile, con il pollice piegato a supporto, per formare una “lancia”. Richiede un notevole condizionamento delle dita per essere usata senza infortunarsi.
Applicazioni: È una tecnica estremamente pericolosa, destinata a colpire i punti più molli e vulnerabili del corpo: la gola, gli occhi, il plesso solare, le ascelle. A causa della sua pericolosità, il suo uso nel combattimento libero è proibito, e la sua pratica è riservata agli studenti avanzati come tecnica di autodifesa estrema.
Jang Kwon (장권) – Colpo con il Palmo: Utilizza la base del palmo, una superficie ossea molto resistente. È un colpo eccellente per colpire bersagli come il mento (creando un effetto “colpo di frusta”), il naso o il petto. Ha il vantaggio di avere meno probabilità di causare fratture alla mano rispetto a un pugno.
Capitolo 3: La Difesa Attiva – Makgi (막기), le Tecniche di Parata
Nella filosofia del Soo Bahk Do, non esiste una distinzione netta tra attacco e difesa. Una parata (Makgi) non è un atto passivo di interposizione, ma un’azione dinamica e aggressiva. L’obiettivo di una parata non è solo bloccare il colpo, ma “distruggere l’attacco”: danneggiare l’arto dell’avversario, sbilanciarlo e creare un’apertura per un contrattacco immediato. Ogni parata è, in essenza, un colpo.
Ha Dan Makgi (하단 막기) – Parata Bassa: È la prima parata che si impara. Eseguita con l’avambraccio, parte dalla spalla opposta e si muove verso il basso e l’esterno con una rotazione del braccio, per deviare calci bassi o pugni diretti all’addome o all’inguine. Il principio chiave è usare la rotazione del corpo, non solo la forza del braccio.
Choong Dan Makgi (중단 막기) – Parata Media: È la difesa principale contro i pugni al tronco e al viso. Esiste in due forme principali:
An-eso Bak-uro Makgi (안에서 밖으로 막기): Parata dall’interno verso l’esterno. Il braccio che para parte dal lato opposto del corpo e si muove verso l’esterno, spazzando via il pugno dell’avversario.
Bak-eso An-uro Makgi (밖에서 안으로 막기): Parata dall’esterno verso l’interno. Il braccio parte dall’esterno e si muove verso l’interno, intercettando l’attacco e portandolo fuori dalla linea centrale del corpo. È spesso eseguita con la mano aperta (stile Son Kal) per aumentare l’efficacia.
Sang Dan Makgi (상단 막기) – Parata Alta: Utilizzata per difendersi da colpi discendenti o pugni alti diretti alla testa. Il braccio che para si alza sopra la testa, con l’avambraccio che forma un angolo di circa 45 gradi. È fondamentale non alzare la spalla e mantenere il braccio leggermente in avanti rispetto alla fronte, per evitare che la forza del colpo si scarichi direttamente sulla testa.
Kyo Cha Rip Jase Makgi (교차립 자세 막기) – Parate Incrociate: Sono parate eseguite con entrambe le braccia incrociate, solitamente in una posizione con i piedi uniti o incrociati. Vengono usate per bloccare attacchi molto potenti, come calci frontali al petto, o per difendersi in situazioni di emergenza. Possono essere eseguite sia con i pugni chiusi che con le mani aperte.
Capitolo 4: Le Gambe come Armi – Jok Ki (족기), le Tecniche di Calcio
Il Soo Bahk Do è rinomato per il suo arsenale di calci (Jok Ki o Cha Gi), che spazia da tecniche basse e potenti a colpi alti e acrobatici. Tuttavia, la filosofia di base è che ogni calcio deve essere sferrato senza sacrificare l’equilibrio. Un praticante che perde l’equilibrio dopo aver calciato è estremamente vulnerabile. Per questo motivo, l’allenamento pone un’enfasi enorme sulla stabilità della gamba di supporto, sulla corretta preparazione del calcio (chambering) e sul rapido recupero della gamba dopo l’impatto.
Sezione 4.1: Calci Fondamentali
Ahp Cha Gi (앞 차기) – Calcio Frontale: È il calcio più diretto.
Meccanica: Il ginocchio della gamba che calcia viene sollevato più in alto possibile verso il petto (“chambering”). Da questa posizione, la parte inferiore della gamba scatta in avanti, come una frusta. La superficie d’impatto è solitamente l’avampiede (Ahp Koom Chi). Dopo l’impatto, la gamba viene ritirata rapidamente nella posizione di “chambering” prima di essere riappoggiata a terra.
Applicazioni: È un calcio veloce e versatile, ottimo per colpire l’inguine, il plesso solare o il mento. Una sua variante, l’Ahp Podo Oll Ri Gi (calcio ascendente a gamba tesa), è un esercizio fondamentale per sviluppare la flessibilità.
Yup Cha Gi (옆 차기) – Calcio Laterale: È probabilmente il calcio più potente del Soo Bahk Do.
Meccanica: Il corpo si gira di lato rispetto al bersaglio, e il piede della gamba di supporto ruota di 180 gradi. Il ginocchio della gamba che calcia viene portato al petto, con la gamba parallela al suolo. Da qui, la gamba viene spinta con forza verso il bersaglio, estendendosi completamente. L’impatto avviene con il taglio del piede (Bahl Kal) o con il tallone (Dwi Chook). La potenza deriva interamente dalla spinta dell’anca.
Applicazioni: È un calcio devastante, capace di rompere le ossa. È ideale per colpire bersagli laterali come le ginocchia dell’avversario (un’applicazione molto efficace in autodifesa), le costole o la testa.
Tollyo Cha Gi (돌려 차기) – Calcio Circolare: È uno dei calci più veloci e comuni.
Meccanica: Similmente al calcio laterale, il corpo ruota, ma invece di una spinta lineare, la gamba che calcia traccia un arco orizzontale. La potenza è generata dalla rotazione fulminea delle anche. La superficie d’impatto può essere il collo del piede (Bahl Deung) per la velocità o l’avampiede (Ahp Koom Chi) per una maggiore penetrazione.
Applicazioni: È estremamente versatile e può essere diretto a tutte le altezze: gambe, fianchi, costole, testa.
Sezione 4.2: Calci Avanzati
Dwi Cha Gi (뒤 차기) – Calcio Posteriore: Un calcio potente e sorprendente. Il corpo si gira completamente, dando le spalle al bersaglio per un istante, per poi scagliare la gamba all’indietro, colpendo con il tallone. Richiede grande coordinazione e tempismo.
Yup Hu Ryo Cha Gi (옆 후려 차기) – Calcio a Gancio: Simile a un calcio laterale, ma la gamba viene ritirata con un movimento a “gancio”, colpendo il bersaglio (solitamente la testa) durante la traiettoria di ritorno.
Ahneso Bahkuro / Bahkeso Ahnuro Cha Gi – Calci a Mezzaluna: Calci eseguiti con la gamba tesa che traccia un arco. Sono usati non solo per colpire, ma anche per condizionare le gambe e, in modo molto efficace, per “spazzare” via la guardia dell’avversario o deviare i suoi calci.
Capitolo 5: L’Arte dell’Applicazione – Deh Ryun (대련) e Ho Shin Sool (호신술)
Imparare le tecniche in aria (Ki Cho) o nelle forme (Hyung) è solo il primo passo. Il passo successivo è imparare ad applicarle con un partner in modo controllato e realistico.
Il Soo Sik Deh Ryun (일 수식 대련) – Combattimento Prestabilito a un Passo: Questo è uno degli esercizi più importanti del curriculum. È un ponte tra la pratica statica e il combattimento libero. Un partner esegue un attacco singolo e predefinito (es. un pugno medio in posizione frontale). L’altro partner deve eseguire una difesa e un contrattacco efficaci. Questo esercizio non è una danza, ma uno studio intenso sulla distanza (Kyo Ri), sul tempismo (Shi Ki) e sull’angolazione. Insegna a vedere un attacco in arrivo, a muovere il corpo fuori dalla linea di pericolo e a rispondere in modo istintivo ma controllato.
Ja Yu Deh Ryun (자유 대련) – Combattimento Libero: È il sparring. Nel Soo Bahk Do, l’obiettivo del combattimento libero non è “vincere” o infliggere danno, ma testare le proprie abilità in un ambiente dinamico e imprevedibile. L’enfasi è posta sul controllo (Him Cho Chung). I praticanti imparano a gestire l’adrenalina, a mantenere la calma sotto pressione e ad applicare le loro tecniche con precisione e velocità, ma senza contatto pieno, ritirando i colpi a pochi centimetri dal bersaglio.
Ho Shin Sool (호신술) – Autodifesa: Questa branca dell’insegnamento si concentra su scenari di aggressione realistici. Qui, l’arsenale tecnico si espande per includere:
Kwan Jyel Ki (관절기): Tecniche di leva articolare su polsi, gomiti e spalle per controllare un aggressore senza necessariamente causare danni permanenti.
Too Ki (투기): Tecniche di proiezione e sbilanciamento per portare l’avversario a terra.
Difese da prese: Tecniche specifiche per liberarsi da prese ai polsi, al bavero, ai capelli, e da strangolamenti o abbracci da dietro.
Conclusione: Dalla Tecnica alla Fluidità – L’Obiettivo del “Moo Shim”
L’immenso repertorio tecnico del Soo Bahk Do, di cui abbiamo solo scalfito la superficie, può sembrare opprimente. Tuttavia, lo scopo finale dell’addestramento non è quello di memorizzare un dizionario infinito di movimenti. L’obiettivo è praticare queste tecniche fondamentali con tale dedizione e per così tanto tempo che esse vengano assorbite dal corpo a un livello subconscio.
Attraverso migliaia e migliaia di ripetizioni, il praticante smette di “pensare” a quale tecnica usare. Il corpo, la mente e lo spirito si fondono. Di fronte a un attacco, la risposta non è più una scelta cosciente (“Ora eseguo una parata media dall’interno verso l’esterno”), ma una reazione istintiva, fluida e perfettamente appropriata alla situazione. Questo stato, in cui la tecnica emerge spontaneamente senza il filtro dell’ego o della paura, è conosciuto come Moo Shim (무심), la “mente marziale” o “mente vuota”. È a questo punto che l’alfabeto del corpo, finalmente padroneggiato, permette al praticante di diventare un poeta del movimento, capace di esprimere la propria arte con una libertà e un’efficacia che trascendono la mera tecnica. L’allenamento tecnico è la via, ma la fluidità spontanea è la destinazione.
LE FORME (POOMSAE/HYUNG)
Introduzione: Le Mappe dell’Arte – Il Significato Profondo delle Hyung
Nel cuore di ogni grande arte marziale tradizionale batte un impulso ritmico, una sequenza codificata di movimenti che ne costituisce l’anima e la spina dorsale. Nel Karate giapponese questa pratica è conosciuta come “Kata”; nel Kung Fu cinese come “Taolu”. Nella tradizione coreana del Soo Bahk Do, questa pratica fondamentale prende il nome di Hyung (형 / 形). La traduzione letterale del carattere cinese è “forma”, “modello” o “schema”, ma il suo significato trascende di gran lunga questa semplice definizione.
Le Hyung non sono una danza marziale, né una ginnastica stilizzata. Non sono nemmeno una semplice sequenza di tecniche di autodifesa da memorizzare meccanicamente. Esse rappresentano qualcosa di molto più profondo e complesso: sono le mappe viventi dell’arte, le enciclopedie dinamiche che contengono il suo intero vocabolario tecnico, i suoi principi strategici e la sua filosofia. Sono il metodo primario, testato e affinato attraverso i secoli, per trasmettere l’essenza di un sistema di combattimento in modo completo e inalterato da maestro ad allievo, da una generazione all’altra.
Affrontare lo studio delle Hyung significa intraprendere un viaggio di scoperta a più livelli. In superficie, si impara una sequenza di movimenti. A un livello più profondo, si inizia a comprendere la biomeccanica, la generazione della potenza e il flusso dell’energia. A un livello ancora più elevato, la pratica diventa una forma di meditazione in movimento, un esercizio per affinare la concentrazione, controllare il respiro e unire la mente, il corpo e lo spirito in un’unica entità armoniosa.
Questo capitolo si propone di esplorare l’universo delle Hyung del Soo Bahk Do in tutta la sua vastità. Non ci limiteremo a descrivere le sequenze, ma ne indagheremo la ragion d’essere, analizzando il “perché” filosofico e pedagogico che sta dietro la loro pratica. Tracceremo le loro affascinanti origini storiche, scoprendo come il Grande Maestro Hwang Kee abbia tessuto insieme fili provenienti dalla Corea, dalla Cina e da Okinawa per creare il curriculum unico del Moo Duk Kwan. Infine, analizzeremo in dettaglio le principali serie di Hyung, svelandone lo scopo didattico, le caratteristiche tecniche e i principi che incarnano, per comprendere come, passo dopo passo, forma dopo forma, esse guidino il praticante in un percorso di trasformazione che va ben oltre il combattimento.
Capitolo 1: La Ragion d’Essere delle Forme – Perché Praticare le Hyung?
In un’epoca dominata da metodi di allenamento orientati alla competizione e al combattimento libero (sparring), un osservatore esterno potrebbe chiedersi quale sia l’utilità di praticare sequenze preordinate contro avversari immaginari. La risposta risiede nel fatto che le Hyung offrono una serie di benefici unici e insostituibili che lo sparring, da solo, non può fornire. Esse sono il laboratorio in cui il marzialista costruisce le sue fondamenta.
La Hyung come Enciclopedia Tecnica e Storica
Innanzitutto, le Hyung sono una biblioteca vivente. Ogni forma è un capitolo che contiene un insieme specifico di tecniche: posizioni, parate, colpi di mano, calci, transizioni e movimenti del corpo. Molte di queste tecniche, specialmente le più pericolose o complesse (come i colpi ai punti vitali, le leve articolari o certe proiezioni sottili), sarebbero troppo rischiose da praticare a piena velocità e potenza nel combattimento libero. La Hyung le preserva in un contesto sicuro, permettendo al praticante di studiarle e perfezionarle migliaia di volte.
Inoltre, le Hyung sono un veicolo di trasmissione storica. Praticare una Hyung come Bassai o Naihanchi significa eseguire movimenti che sono stati praticati per secoli, prima dai maestri di Okinawa, poi adattati e interpretati dal fondatore Hwang Kee. È un modo per “dialogare” con la storia dell’arte, per sentire nel proprio corpo la stessa logica marziale che ha guidato i maestri del passato. Questo crea un potente senso di lignaggio e di continuità, collegando ogni singolo praticante a una catena ininterrotta di conoscenza.
La Hyung come Laboratorio di Principi Fondamentali
Questo è forse lo scopo più importante della pratica delle forme. Le Hyung non servono tanto a insegnare cosa fare, ma come farlo. Sono l’ambiente controllato in cui il praticante può concentrarsi esclusivamente sulla corretta esecuzione dei principi biomeccanici e filosofici che governano l’arte, senza la distrazione e la pressione di un avversario reale.
Equilibrio e Stabilità (Kyun Hyung – 균형): Ogni movimento, ogni transizione da una posizione all’altra all’interno di una Hyung è un esercizio di equilibrio dinamico. Il praticante impara a mantenere il proprio centro di gravità basso e stabile anche durante le azioni più esplosive.
Generazione della Potenza dall’Anca (Heo Ri – 허리): Le Hyung insegnano in modo ossessivo che la vera potenza non viene dalle braccia o dalle gambe, ma dal nucleo del corpo. Ogni blocco e ogni attacco in una forma devono essere visibilmente e potentemente guidati dalla rotazione delle anche.
Controllo della Potenza e della Velocità (Him Cho Chung – 힘조정 / Wan Gup – 완급): Le forme non sono eseguite a una velocità costante. Contengono un ritmo intrinseco, con momenti di accelerazione esplosiva seguiti da fasi di movimento lento e controllato. Questo insegna al praticante a modulare la propria energia, una abilità cruciale nel combattimento reale.
Tensione e Rilassamento (Shin Chook – 신축): La potenza massima si ottiene solo se il corpo è rilassato durante la fase preparatoria del movimento e si contrae in modo esplosivo solo per l’istante dell’impatto. Le Hyung sono l’esercizio perfetto per padroneggiare questo principio, evitando la rigidità che è nemica della velocità e della forza.
Sincronizzazione della Respirazione (Ho Hup – 호흡): Ogni movimento in una Hyung è legato a un ciclo di inspirazione ed espirazione. Si inspira per raccogliere energia, si espira per rilasciarla. La pratica delle forme insegna a rendere questa sincronizzazione automatica, unendo la forza interna (Neh Gong) a quella esterna (Weh Gong).
La Hyung come Meditazione in Movimento
Eseguire una Hyung richiede una concentrazione totale. La mente deve essere completamente assorbita dal momento presente, focalizzata sulla corretta esecuzione della tecnica, sulla visualizzazione degli avversari, sul controllo del respiro e sulla percezione del proprio corpo nello spazio. Questo stato di intensa concentrazione è, in essenza, una forma di meditazione. Svuota la mente dai pensieri superflui, dallo stress e dalle preoccupazioni della vita quotidiana.
Per il principiante, questo significa imparare a focalizzarsi su un compito. Per il praticante avanzato, la Hyung diventa un percorso verso lo stato di Moo Shim (무심), o “mente vuota”. In questo stato, il pensiero cosciente si fa da parte. Non c’è più un “io” che “esegue una forma”; c’è solo la forma che fluisce attraverso il corpo. È un’esperienza profonda che fonde l’aspetto fisico, mentale e spirituale dell’arte, incarnando pienamente il concetto di “Do” (La Via).
Capitolo 2: Le Radici delle Forme – Un Lignaggio Marziale Complesso
Il curriculum delle Hyung del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan è unico e affascinante perché riflette onestamente il percorso marziale del suo fondatore. Hwang Kee non ha preteso di inventare tutto da zero, ma ha agito come un dotto curatore, selezionando, adattando e creando forme provenienti da diverse tradizioni per costruire un sistema coerente e progressivo. Le fonti principali sono tre.
La Fonte Interna (Coreana) – L’ispirazione del Muye Dobo Tongji
Come discusso in precedenza, la scoperta del Muye Dobo Tongji fu un momento cruciale per Hwang Kee. Sebbene questo antico manuale non contenesse delle Hyung complete come le intendiamo oggi, la sua sezione sul Kwonbup (metodo del pugno) fornì a Hwang Kee una convalida storica e una base tecnica. Studiò attentamente le posture, le tecniche e i principi illustrati nel testo, assicurandosi che la sua arte, pur integrando influenze esterne, fosse saldamente ancorata a un’autentica tradizione marziale coreana. L’enfasi su posizioni stabili e movimenti potenti che si riscontra nelle Hyung del Moo Duk Kwan riecheggia lo spirito marziale pratico e senza fronzoli rappresentato nel manuale. Più tardi nella sua vita, Hwang Kee creerà delle forme, come la serie Chil Sung, che sono considerate la sua personale interpretazione e sintesi di questi principi coreani.
La Fonte Esterna Meridionale – L’Eredità del Karate di Okinawa
La maggior parte delle forme praticate dagli studenti di livello intermedio nel Moo Duk Kwan ha un’origine chiara nel Karate di Okinawa, introdotto in Corea durante il periodo dell’occupazione giapponese. Figure come Gichin Funakoshi, il fondatore dello Shotokan Karate, avevano studiato in Corea e, a loro volta, le arti marziali giapponesi e okinawensi divennero note nella penisola. Hwang Kee, da studioso marziale, riconobbe il valore pedagogico e la raffinatezza di queste forme.
Le serie più importanti di questa origine sono:
Le Pyung Ahn Hyung (평안형): Questa serie di cinque forme è il cuore del curriculum per cinture colorate. Sono l’adattamento di Hwang Kee della serie Pinan (pronuncia okinawense) o Heian (pronuncia giapponese), creata dal grande maestro okinawense Anko Itosu intorno al 1905. Itosu creò queste forme per introdurre in modo sicuro e sistematico l’insegnamento del Karate nelle scuole pubbliche di Okinawa.
Bassai (발새형): Derivata dalla kata okinawense Passai. È una forma molto più antica delle Pinan, le cui origini esatte sono incerte ma che mostra chiare influenze cinesi.
Naihanchi (내한치형): Derivata dalla kata okinawense Naihanchi (o Tekki in giapponese). Anche questa è una forma molto antica, la cui caratteristica unica è il movimento esclusivamente laterale.
È fondamentale sottolineare che Hwang Kee non si limitò a “copiare” queste forme. Le adattò profondamente secondo i suoi principi. Se si confronta una Pyung Ahn Hyung del Soo Bahk Do con una Heian Kata dello Shotokan, si noteranno differenze significative nelle posizioni (più lunghe e basse nel Soo Bahk Do), nell’enfasi sulla rotazione dell’anca e nell’applicazione di alcune tecniche. Le ha “tradotte” nel linguaggio del Moo Duk Kwan.
La Fonte Esterna Settentrionale – L’Influenza del Kwonbup Cinese
Il terzo pilastro del curriculum delle Hyung deriva dall’esperienza diretta di Hwang Kee in Manciuria sotto la guida del Maestro Yang. Queste forme mostrano le caratteristiche tipiche degli stili della Cina del Nord: movimenti più fluidi, circolari, posizioni più agili e tecniche a lungo raggio. Le forme principali di questa categoria includono la serie Yuk Ro (육로형, “Sei Vie”) e Jang Kwon (장권형, “Pugno Lungo”). Queste forme sono generalmente insegnate a livelli più alti del programma (cinture nere) e aggiungono una dimensione di fluidità e complessità che contrasta e completa la potenza più lineare delle forme di origine okinawense.
Capitolo 3: Il Curriculum delle Hyung – Un Percorso Progressivo
Il genio di Hwang Kee come pedagogo si manifesta nella struttura progressiva del curriculum delle Hyung. Ogni forma o serie di forme ha uno scopo didattico preciso e prepara lo studente per il livello successivo.
Sezione 3.1: Le Fondamenta – Kee Cho Hyung (기초형, Forme di Base)
Per il principiante assoluto, il mondo delle arti marziali può essere un luogo di grande confusione. Per affrontare questo, Hwang Kee creò una serie di tre forme introduttive: Kee Cho Hyung Il Bu, Ee Bu, e Sam Bu (Forma di Base 1, 2 e 3).
Scopo Didattico: L’obiettivo di queste forme è uno solo: costruire le fondamenta. Insegnano allo studente i mattoni fondamentali dell’arte nel modo più semplice e chiaro possibile. Il diagramma di movimento è una semplice “I” maiuscola. Le tecniche sono limitate a quelle essenziali: la posizione frontale (Chun Gul Jase), la parata bassa (Ha Dan Makgi), la parata media interna (Choong Dan Makgi) e il pugno medio (Choong Dan Kong Kyuk).
Caratteristiche: La loro caratteristica principale è la simmetria. Ogni movimento eseguito da un lato viene immediatamente ripetuto dall’altro. Questo garantisce uno sviluppo equilibrato e aiuta a imprimere i movimenti nella memoria muscolare. Sono l’ “ABC” del Soo Bahk Do; senza padroneggiarle, è impossibile leggere le “frasi” e i “racconti” delle forme più avanzate.
Sezione 3.2: La Pace e la Calma – Pyung Ahn Hyung (평안형)
Una volta che lo studente ha costruito le fondamenta con le Kee Cho Hyung, è pronto per entrare nel cuore del sistema intermedio: le cinque Pyung Ahn Hyung. Il nome stesso, che significa “Pace e Calma”, suggerisce che lo scopo di queste forme non è solo imparare a combattere, ma a farlo da una posizione di equilibrio e controllo mentale.
Pyung Ahn Cho Dan (초단, Primo Livello): È la prima forma della serie e funge da ponte. Mantiene il diagramma a “I” delle forme di base ma introduce nuove tecniche cruciali, come la parata alta (Sang Dan Makgi) e la mano di taglio (Son Kal), e posizioni come quella posteriore (Hu Gul Jase).
Pyung Ahn Ee Dan (이단, Secondo Livello): Aumenta notevolmente la complessità. Introduce per la prima volta i calci (Ahp Cha Gi), il pugno a dorso di martello (Kap Kwon) e sequenze più lunghe. Insegna allo studente a coordinare le tecniche di mano e di piede.
Pyung Ahn Sam Dan (삼단, Terzo Livello): È nota per l’introduzione di parate rinforzate e per un uso più dinamico della posizione del cavaliere (Kee Ma Jase). Enfatizza i movimenti potenti a corta distanza e le transizioni rapide.
Pyung Ahn Sa Dan (사단, Quarto Livello): È considerata una delle forme più belle ed eleganti. Introduce tecniche avanzate come la parata a mano aperta doppia (Son Kal Teok Chi Gi), calci laterali (Yup Cha Gi) e combinazioni veloci. Richiede un notevole grado di equilibrio e coordinazione.
Pyung Ahn O Dan (오단, Quinto Livello): È il culmine della serie. Contiene tecniche complesse come un salto (Twi Myo), un colpo di gomito (Pal Koop), e posizioni incrociate (Kyo Cha Rip Jase). È una forma che testa tutte le abilità acquisite nelle precedenti.
Sezione 3.3: La Penetrazione – Bassai Hyung (발새형)
Dopo aver padroneggiato la serie Pyung Ahn, lo studente affronta la Bassai Hyung. Il suo nome viene spesso tradotto come “Estrarre/Penetrare la Fortezza”.
Scopo Didattico: Questa forma ha un carattere completamente diverso dalle Pyung Ahn. È un esercizio di potenza, determinazione e spirito combattivo indomito. Il suo scopo è insegnare al praticante come passare rapidamente dalla difesa all’attacco, come rompere l’equilibrio di un avversario e come creare un’apertura nella sua guardia con una forza travolgente.
Caratteristiche: Bassai è caratterizzata da movimenti potenti e “pesanti”, un uso estensivo della rotazione dell’anca per generare forza, e rapidi cambi di direzione che simulano l’affrontare più avversari. Non è una forma sottile; è un’espressione di energia focalizzata e inarrestabile.
Sezione 3.4: Il Cavaliere di Ferro – Naihanchi Hyung (내한치형)
Questa forma, spesso insegnata parallelamente a Bassai, offre una sfida completamente diversa. Il suo nome si riferisce a un “cavallo d’acciaio” o a una “fortezza interna”.
Scopo Didattico: Se Bassai insegna a muoversi nello spazio, Naihanchi insegna a combattere quando non c’è spazio per muoversi. L’intero diagramma della forma si sviluppa su un’unica linea laterale. Il suo scopo è sviluppare una stabilità e una potenza devastanti a distanza ravvicinata.
Caratteristiche: La forma è eseguita quasi interamente nella posizione del cavaliere (Kee Ma Jase), costringendo il praticante a generare tutta la potenza non dallo spostamento, ma unicamente dalla rotazione delle anche e dalla contrazione del nucleo del corpo. Sviluppa una forza straordinaria nelle gambe e nell’addome e insegna tecniche adatte al combattimento corpo a corpo, come parate basse rinforzate e colpi a corta distanza. È una forma estenuante che forgia una base solida come la roccia.
Sezione 3.5: Le Forme Avanzate e Superiori (per Cinture Nere)
Il viaggio attraverso le Hyung non si ferma con la cintura nera; al contrario, è qui che inizia lo studio delle forme più complesse e raffinate.
Yuk Ro Hyung (육로형, Sei Vie): Questa serie di forme (es. Du Mun, Cho Dan) ha origini nel Kwonbup cinese. Sono caratterizzate da movimenti più fluidi, circolari e continui rispetto alle forme precedenti. Insegnano l’arte della deviazione e del reindirizzamento della forza, incarnando il principio della “morbidezza” che vince sulla “durezza”.
Chil Sung Hyung (칠성형, Sette Stelle): Questa serie di sette forme (Il Ro fino a Chil Ro) è una creazione originale del fondatore Hwang Kee. Sono considerate il suo testamento marziale e filosofico. Ogni forma è progettata per esplorare un concetto specifico del combattimento e della filosofia del Moo Duk Kwan. Sono una sintesi del suo intero percorso, che unisce la potenza delle forme okinawensi con la fluidità di quelle cinesi, il tutto permeato da uno spirito unicamente coreano.
Lo Hai (로하이형, Visione della Gru): Derivata da una forma okinawense/cinese (Rohai), è nota per le sue posizioni su una gamba sola, che imitano una gru. È un esercizio eccezionale per l’equilibrio, il controllo e la capacità di sferrare colpi da posizioni apparentemente instabili.
Capitolo 4: Oltre la Sequenza – L’Arte dell’Applicazione (Bunhae – 분해)
Una critica comune mossa alla pratica delle forme è che i movimenti sono stilizzati e irrealistici per il combattimento reale. Questa critica nasce da una mancata comprensione del concetto di Bunhae (분해), l’equivalente coreano del “Bunkai” giapponese, che significa “analisi” o “disassemblaggio”. La Hyung non è la lotta; è il manuale. Il Bunhae è il processo di imparare a “leggere” quel manuale.
I Livelli di Interpretazione
Ogni sequenza in una Hyung non ha una sola applicazione, ma molteplici, a seconda del contesto e del livello di comprensione del praticante.
Livello Base (Interpretazione Letterale): Questo è il primo livello di comprensione. Una parata bassa è una difesa contro un calcio basso; un pugno medio è un attacco al plesso solare. Questa interpretazione è fondamentale per i principianti, perché insegna la meccanica di base delle tecniche.
Livello Avanzato (Interpretazione Tattica): A questo livello, si inizia a guardare oltre il movimento singolo e si analizzano le sequenze. Si capisce che un movimento che sembra una parata potrebbe in realtà essere un colpo all’arto dell’avversario, uno sbilanciamento o una preparazione per una leva. Si esplorano diverse angolazioni e tempistiche.
Livello Nascosto (Interpretazione Libera – Oyo): Questo è il livello più alto, dove il praticante comprende i principi dietro i movimenti a un livello tale da poterli adattare liberamente. Una parata alta potrebbe diventare una leva al gomito e una proiezione. Un semplice passo potrebbe nascondere uno sgambetto. A questo livello, la Hyung diventa una fonte inesauribile di idee e strategie.
Esempio Pratico di Bunhae
Prendiamo una sequenza comune di Pyung Ahn Cho Dan:
Si gira a sinistra in posizione posteriore (Hu Gul Jase) ed si esegue una parata media a mano aperta (Choong Dan Son Kal Makgi).
Si fa un passo avanti in posizione frontale (Chun Gul Jase) e si esegue un colpo con la punta delle dita (Kwan Soo).
Interpretazione Base: Un avversario attacca con un pugno medio. Io blocco il suo pugno (mov. 1) e contrattacco con un colpo al suo plesso solare (mov. 2).
Interpretazione Avanzata: Un avversario mi afferra il polso destro con la sua mano sinistra. Io giro (mov. 1), usando la “parata” per applicare una leva dolorosa al suo polso (una torsione esterna). Il passo avanti (mov. 2) serve a sbilanciarlo ulteriormente, e il “Kwan Soo” non è un colpo, ma una spinta al suo collo o alla sua spalla per completare la proiezione a terra.
Interpretazione Nascosta: Un avversario mi spinge con due mani al petto. Uso il movimento di torsione (mov. 1) per deviare la sua spinta e intrappolare una delle sue braccia sotto la mia ascella. Il passo avanti (mov. 2) mi porta al suo fianco, e il “Kwan Soo” diventa un colpo con il palmo (Jang Kwon) alle sue costole o un colpo di gomito, sfruttando la posizione di controllo che ho ottenuto.
Questo singolo esempio dimostra come una semplice sequenza di due movimenti possa contenere un’intera lezione di combattimento a diverse distanze e livelli di intensità.
Conclusione: La Hyung come Specchio dell’Anima
In ultima analisi, la pratica delle Hyung è un viaggio interiore. La forma stessa diventa uno specchio che riflette lo stato del praticante. Per il principiante, la Hyung riflette la sua goffaggine, la sua mancanza di equilibrio, la sua frustrazione. È uno specchio che mostra onestamente i suoi difetti, spingendolo a correggerli. Per lo studente intermedio, la Hyung riflette la sua crescente forza, coordinazione e comprensione. Inizia a sentire il flusso di energia e la connessione tra i movimenti.
Per il maestro, la Hyung riflette la sua anima. Non c’è più sforzo, non c’è più pensiero cosciente. I movimenti sono fluidi, potenti ed economici. Il corpo esegue la forma, ma la mente è calma e vuota (Moo Shim). La Hyung diventa un’espressione pura dei principi dell’arte, un’espressione della sua stessa essenza. Il lungo e arduo percorso attraverso il curriculum delle Hyung non ha come obiettivo finale quello di perfezionare le forme, ma di permettere alle forme di perfezionare l’individuo. Ogni Hyung è una domanda, e la risposta non si trova nelle parole, ma nella pratica incessante, in un dialogo silenzioso tra il corpo, la mente e la grande tradizione marziale che essa rappresenta.
UNA TIPICA SEDUTA DI ALLENAMENTO
Introduzione: Entrare nel Dojang – Un Mondo di Struttura e Disciplina
Una tipica seduta di allenamento di Soo Bahk Do è un’esperienza profondamente strutturata, un rituale che va ben oltre la semplice esecuzione di esercizi fisici. Per comprendere appieno la natura di una lezione, è necessario partire dall’ambiente in cui essa si svolge: il Dojang (도장). Questa parola coreana, spesso tradotta sbrigativamente come “palestra”, ha un significato molto più profondo: è il “luogo (Jang) della Via (Do)”. Questa definizione informa ogni aspetto dell’ambiente.
Un Dojang di Soo Bahk Do Moo Duk Kwan è tipicamente un luogo di ordine e sobrietà. Le pareti possono essere adornate con la bandiera nazionale coreana (Taegeukgi), la bandiera dell’organizzazione (Moo Duk Kwan Ki) e i ritratti del fondatore, Hwang Kee, e del suo successore, H.C. Hwang. Questi elementi non sono mere decorazioni, ma servono a ricordare costantemente al praticante il lignaggio, la storia e la filosofia dell’arte che sta studiando. L’atmosfera che si respira è di rispetto, concentrazione e serietà.
Il rituale dell’allenamento inizia prima ancora che la lezione sia formalmente cominciata. Gli studenti sono tenuti ad arrivare con qualche minuto di anticipo per prepararsi. Si cambiano nello spogliatoio, indossando l’uniforme tradizionale, il Dobok (도복). L’importanza data a un Dobok pulito, stirato e indossato correttamente è la prima lezione di disciplina e rispetto per sé stessi, per i propri compagni e per l’arte.
Una volta entrati nell’area di allenamento, gli studenti eseguono un inchino formale verso le bandiere. Nei minuti che precedono l’inizio ufficiale, non c’è spazio per chiacchiere o distrazioni. I praticanti si dedicano a una preparazione individuale: alcuni eseguono leggeri esercizi di stretching, altri ripassano mentalmente o a bassa velocità le loro Hyung (forme), altri ancora siedono in silenzio in una posizione di meditazione per sgombrare la mente dalle preoccupazioni della giornata e prepararsi mentalmente all’impegno che li attende. Questa fase preliminare, sebbene informale, è cruciale per stabilire il giusto stato d’animo e per passare senza traumi dal mondo esterno al mondo focalizzato e disciplinato del Dojang.
Fase 1: L’Inizio Rituale – Il Saluto (Kyung Rye – 경례)
Ogni sessione di allenamento di Soo Bahk Do inizia e finisce con una cerimonia formale e precisa, un rituale che serve a rafforzare la disciplina e a focalizzare l’intenzione collettiva del gruppo.
Al richiamo dello studente più anziano in grado (Sun Bae – 선배), che comanda “Charyot” (차렷), ovvero “Attenti!”, tutti i praticanti si dispongono rapidamente in file ordinate. La disposizione non è casuale: gli studenti si allineano da destra a sinistra e dalla prima all’ultima fila in ordine decrescente di grado, dalle cinture nere di grado più alto alle cinture bianche. Questa struttura gerarchica non è un’espressione di superiorità, ma di rispetto per l’esperienza. Insegna ai praticanti più nuovi a osservare e imparare da quelli più anziani, e a questi ultimi a essere un esempio di condotta e abilità.
Una volta che la classe è allineata in silenzio, l’istruttore, sia esso un Kyo Sa Nim (교사님, istruttore certificato) o un Sa Bom Nim (사범님, maestro), fa il suo ingresso e si posiziona di fronte alla classe. A questo punto, lo studente anziano guida la cerimonia di apertura.
Saluto alle bandiere (Kukki Bae Rye – 국기 배례): Su comando, tutti i presenti si girano verso le bandiere ed eseguono un profondo inchino. Questo gesto simboleggia il rispetto per la nazione di origine dell’arte (la Corea) e per l’organizzazione Moo Duk Kwan, che ne preserva la storia e i valori.
Meditazione Silenziosa (Muk Nyum – 묵념): Segue un breve momento di meditazione da in piedi. Gli occhi sono chiusi, la respirazione è calma. Lo scopo è quello di creare un “punto zero” mentale, un momento di quiete per lasciare andare definitivamente ogni distrazione esterna e dedicare la propria completa attenzione all’allenamento imminente.
Saluto all’istruttore (Sa Bom Nim Keh Kyung Rye – 사범님께 경례): La classe si gira di nuovo verso l’istruttore ed esegue un altro profondo inchino. Questo non è un atto di servilismo, ma un gesto di profondo rispetto e gratitudine. È un impegno non verbale da parte degli studenti a seguire gli insegnamenti con serietà, a dare il massimo e a fidarsi della guida dell’istruttore per allenarsi in modo efficace e sicuro.
Questa cerimonia, che dura solo un paio di minuti, è fondamentale perché stabilisce il tono per l’intera lezione. Ricorda a tutti i presenti che non si trovano in una normale palestra, ma in un luogo dedicato a un apprendimento disciplinato e rispettoso.
Fase 2: La Preparazione del Corpo – Riscaldamento e Condizionamento (Joong Bi Woon Dong – 준비운동)
Una volta completato il rituale di apertura, inizia la preparazione fisica. Questa fase, nota come Joong Bi Woon Dong, è essenziale per prevenire infortuni e per preparare il corpo alle esigenze specifiche dell’allenamento del Soo Bahk Do.
Riscaldamento Generale: La sessione inizia tipicamente con 5-10 minuti di attività cardiovascolare leggera. Questo può includere jogging sul posto o lungo il perimetro del Dojang, saltelli, jumping jacks, skip alti con le ginocchia o calci bassi controllati. L’obiettivo fisiologico è aumentare la temperatura corporea, incrementare il flusso sanguigno ai muscoli e lubrificare le articolazioni, rendendo i tessuti più elastici e pronti a rispondere.
Stretching e Mobilità Articolare: Segue una routine di stretching completa e metodica, che solitamente procede dall’alto verso il basso. Si inizia con rotazioni lente e controllate del collo, per poi passare alle spalle, ai gomiti, ai polsi, al tronco, alle anche, alle ginocchia e infine alle caviglie. Questo non solo migliora la mobilità articolare, ma aumenta anche la consapevolezza del proprio corpo. Successivamente, si passa allo stretching muscolare vero e proprio. Vengono eseguiti sia esercizi di stretching dinamico (es. slanci controllati delle gambe) sia statico (mantenimento di posizioni di allungamento per 20-30 secondi). Una particolare attenzione è dedicata ai muscoli cruciali per la pratica: i tendini del ginocchio (ischiocrurali), i quadricipiti, i flessori dell’anca e i muscoli della schiena, la cui flessibilità è fondamentale per eseguire calci alti e posizioni profonde.
Condizionamento Fisico (Dallyon – 단련): La fase di preparazione spesso si conclude con una serie di esercizi di condizionamento a corpo libero. Questi non sono finalizzati all’ipertrofia muscolare, ma alla costruzione di una forza funzionale, resistente e integrata. Gli esercizi comuni includono:
Flessioni (Push-ups): Spesso eseguite sulle nocche (Jung Kwon) o sulla punta delle dita (Kwan Soo) per condizionare anche le mani e i polsi.
Addominali (Sit-ups e Crunch): Fondamentali per sviluppare un “core” forte, il centro da cui si genera la potenza di ogni tecnica.
Squat e Affondi (Lunges): Per rafforzare le gambe e prepararle a sostenere le posizioni basse e profonde tipiche dell’arte.
Questa fase preparatoria, che può durare dai 20 ai 30 minuti, non è un semplice “pre-allenamento”, ma una parte integrante della pratica, che insegna allo studente a prendersi cura del proprio corpo e a costruire le fondamenta fisiche necessarie per progredire.
Fase 3: Il Cuore della Pratica – Tecniche Fondamentali (Ki Cho – 기초)
Questa è la fase centrale della lezione, dove si pratica l’ “alfabeto” dell’arte. L’istruttore guida la classe, disposta in file ordinate, attraverso una serie di esercizi ripetitivi ma essenziali, noti come Ki Cho. L’obiettivo qui non è la creatività, ma la perfezione della forma.
Pratica delle Tecniche da Fermo: La classe, spesso in Posizione del Cavaliere (Kee Ma Jase), esegue le tecniche di base al comando dell’istruttore. “Hana!” (uno!), e tutti eseguono un pugno medio. “Dul!” (due!), e tutti ripetono. Questo allenamento “al comando” è cruciale per diversi motivi. Permette all’istruttore di osservare e correggere simultaneamente tutti gli studenti. Sincronizza il gruppo, creando un forte senso di unità ed energia collettiva (Ki). E, soprattutto, costringe lo studente a concentrarsi su un singolo dettaglio alla volta: la corretta chiusura del pugno, la rotazione dell’anca, la posizione del gomito. Si praticano in questo modo tutte le tecniche di base: parate (Makgi), pugni (Jireugi) e colpi di mano aperta (Son Ki).
Pratica delle Tecniche in Movimento: Successivamente, la classe utilizza l’intera lunghezza del Dojang per praticare le tecniche in combinazione con gli spostamenti e le posizioni. L’istruttore comanda una sequenza, ad esempio: “Avanzando in Posizione Frontale (Chun Gul Jase), Parata Bassa (Ha Dan Makgi)”. Gli studenti eseguono la sequenza per tutta la lunghezza della sala, poi si girano e ne eseguono un’altra tornando indietro. Questo tipo di esercizio è fondamentale per sviluppare la coordinazione, l’equilibrio in movimento e la capacità di generare potenza durante le transizioni da una posizione all’altra.
Pratica dei Calci (Jok Ki Yeun Sup – 족기 연습): Una parte significativa della fase Ki Cho è dedicata ai calci. L’allenamento può iniziare con esercizi statici, magari con gli studenti che si appoggiano a una parete per concentrarsi unicamente sulla meccanica del calcio senza preoccuparsi dell’equilibrio. Vengono praticati ripetutamente i calci fondamentali: Calcio Frontale (Ahp Cha Gi), Calcio Circolare (Tollyo Cha Gi) e Calcio Laterale (Yup Cha Gi). Successivamente, i calci vengono eseguiti in movimento, spesso in combinazioni complesse (es. “un passo, doppio calcio circolare a media e alta altezza”).
Questa fase, che può durare 30-40 minuti, è intensa e richiede una grande concentrazione. È il momento in cui la memoria muscolare viene costruita attraverso centinaia di ripetizioni, trasformando i movimenti coscienti e goffi del principiante in riflessi istintivi e precisi.
Fase 4: L’Anima dell’Arte – La Pratica delle Forme (Hyung – 형)
Dopo aver affinato gli strumenti di base con il Ki Cho, la lezione passa alla pratica delle Hyung, le forme, che sono il cuore del curriculum del Soo Bahk Do. In questa fase, la classe viene spesso suddivisa in gruppi più piccoli in base al grado, in modo che ogni gruppo possa concentrarsi sulle forme specifiche richieste per il suo livello.
Un istruttore o uno studente anziano guida ogni gruppo. La pratica può iniziare con l’esecuzione della Hyung tutti insieme, al comando dell’istruttore, che scandisce i movimenti. Questo aiuta a memorizzare la sequenza e a standardizzare il ritmo.
Successivamente, gli studenti praticano le loro Hyung individualmente. Questo è un momento di pratica più introspettiva. Ogni studente si muove al proprio ritmo, concentrandosi non solo sulla correttezza tecnica, ma anche sul ritmo, sul controllo del respiro e sull’espressione dell’intenzione dietro ogni movimento. Durante questa fase, l’istruttore e gli assistenti si muovono tra gli studenti, offrendo correzioni individuali e personalizzate. Possono correggere un’angolazione sbagliata in una posizione, un’esecuzione imprecisa di una parata o la mancanza di rotazione dell’anca in un pugno.
In classi più avanzate, l’istruttore può dedicare del tempo all’analisi delle applicazioni pratiche della forma, il Bunhae (분해). Prende una breve sequenza dalla Hyung e, con l’aiuto di un partner, dimostra come quei movimenti possano essere usati per difendersi da un attacco specifico. Questa pratica è illuminante, perché trasforma la Hyung da una sequenza astratta di movimenti a un manuale di combattimento vivo e funzionale.
Fase 5: L’Interazione – Esercizi a Coppie e Autodifesa
Questa fase della lezione è dedicata all’applicazione delle tecniche con un partner, sviluppando abilità che non possono essere apprese praticando da soli.
Combattimento Prestabilito (Il Soo Sik Deh Ryun – 일 수식 대련): Questo esercizio è un pilastro dell’allenamento del Soo Bahk Do. Non è sparring libero, ma una serie di scambi coreografati. Un partner (l’attaccante) lancia un attacco specifico e preannunciato (es. un pugno al viso). L’altro partner (il difensore) deve rispondere con una sequenza di difesa e contrattacco appropriata. L’obiettivo è lo studio della distanza (Kyo Ri), del tempismo (Shi Ki) e del controllo (Him Cho Chung) in un ambiente sicuro.
Autodifesa (Ho Shin Sool – 호신술): La classe può lavorare su scenari di autodifesa specifici, come liberarsi da prese ai polsi, al bavero, ai capelli o da strangolamenti. Queste tecniche spesso includono leve articolari (Kwan Jyel Ki) e proiezioni (Too Ki), dimostrando che l’arte non si limita ai colpi.
Combattimento Libero (Ja Yu Deh Ryun – 자유 대련): In alcune lezioni, specialmente per i gradi più alti, può essere inclusa una sessione di sparring. Nel Soo Bahk Do, questo viene praticato con equipaggiamento protettivo e con un’enfasi assoluta sul controllo. L’obiettivo non è “vincere” o mettere KO il partner, ma applicare le proprie tecniche in un contesto dinamico, testare le proprie reazioni e imparare a gestire la pressione, sempre in un’ottica di apprendimento reciproco.
Fase 6: La Conclusione – Defaticamento e Ritorno alla Calma (Ma Moo Ri Woon Dong – 마무리 운동)
Gli ultimi 10-15 minuti della lezione sono dedicati a riportare il corpo e la mente a uno stato di quiete.
Defaticamento (Cool-down): Si eseguono esercizi leggeri per abbassare gradualmente la frequenza cardiaca. Segue una sessione di stretching statico profondo, approfittando del fatto che i muscoli caldi sono più ricettivi all’allungamento. Questo aiuta a migliorare la flessibilità a lungo termine e a ridurre l’indolenzimento muscolare post-allenamento.
Meditazione Finale e Chiusura Rituale: La lezione si conclude come è iniziata. Gli studenti si siedono in una posizione formale (spesso in ginocchio, Jwa Seh – 좌세) per qualche minuto di meditazione silenziosa. Questo serve a calmare la mente, a interiorizzare le lezioni apprese e a prepararsi a tornare nel mondo esterno con uno spirito tranquillo. Infine, la classe si rialza, si riallinea e ripete la cerimonia del saluto, ringraziando l’istruttore per la lezione. L’istruttore può offrire un breve commento sulla lezione, dare degli annunci o condividere un pensiero filosofico. Dopo il saluto finale, la classe viene formalmente congedata.
L’atmosfera dopo la lezione è solitamente rilassata e cameratesca. Gli studenti si scambiano commenti sull’allenamento, fanno domande all’istruttore e si dedicano al rituale finale di piegare con cura il proprio Dobok, un ultimo gesto di rispetto per la pratica appena conclusa.
Conclusione: Oltre l’Allenamento Fisico – Una Lezione Strutturata
Come emerge da questa descrizione dettagliata, una tipica seduta di allenamento di Soo Bahk Do è molto più di un’ora di esercizio. È un’esperienza olistica e altamente strutturata, un microcosmo in cui ogni fase, dal saluto iniziale alla meditazione finale, è progettata con uno scopo preciso. La struttura rigorosa non è fine a sé stessa, ma serve a creare un ambiente in cui lo studente può sviluppare non solo abilità fisiche come la forza, la flessibilità e la coordinazione, ma anche qualità mentali e caratteriali come la disciplina, la concentrazione, il rispetto, la perseveranza e la calma sotto pressione. Ogni lezione è un capitolo di un percorso educativo completo, fedele alla sua concezione tradizionale di arte marziale come “Via” per il miglioramento dell’individuo nella sua interezza.
GLI STILI E LE SCUOLE
Introduzione: L’Albero Genealogico del Subak – Dalle Radici Comuni ai Rami Distinti
Parlare di “stili e scuole” in relazione al Subak è come tracciare la genealogia di un’antica e nobile casata. Non ci troviamo di fronte a un singolo lignaggio lineare, ma a un vasto e frondoso albero genealogico, le cui radici affondano nel terreno fertile dell’antica storia coreana. Il Subak, nella sua forma arcaica, è il tronco massiccio e primordiale di questo albero: una tradizione marziale potente e onnicomprensiva, ma priva di quella che oggi definiremmo una “scuola” formalizzata. Da questo tronco, nel corso dei secoli, sono spuntati rami robusti che si sono sviluppati, intrecciati, e a volte separati, dando vita a una complessa famiglia di arti marziali.
Per comprendere appieno questo panorama, è necessario abbandonare l’idea moderna di una “scuola” con un fondatore unico, un curriculum standardizzato e una sede centrale. Per gran parte della sua storia, il Subak è esistito come una corrente marziale, una tradizione diffusa con variazioni regionali e contestuali. Le vere e proprie “scuole”, o Kwan (관), come le intendiamo oggi, sono un fenomeno relativamente recente, sorto dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale in un impeto di rinascita culturale coreana.
Questo capitolo si propone di guidare il lettore attraverso questo intricato albero genealogico. Inizieremo esplorando le “scuole prima delle scuole”, ovvero le antiche correnti marziali della Corea che incarnavano lo spirito del Subak. Assisteremo poi alla nascita delle moderne Kwan, il crogiolo da cui sono emerse le principali arti marziali coreane contemporanee. Il nostro focus si concentrerà in modo particolare sulla scuola che più di ogni altra ha rivendicato e si è fatta carico dell’eredità del Subak: il Moo Duk Kwan (무덕관), la “Scuola della Virtù Marziale” fondata dal Grande Maestro Hwang Kee.
Infine, analizzeremo come da questo nuovo e robusto ramo del Moo Duk Kwan siano nate ulteriori diramazioni, dando origine al vasto e diversificato mondo del Tang Soo Do e influenzando profondamente lo sviluppo del Taekwondo. Identificheremo la “casa madre” di queste tradizioni e ne delineeremo le caratteristiche distintive, offrendo un quadro completo di come un’unica, antica radice abbia potuto generare una foresta di stili e scuole, ognuna con la propria identità, ma tutte innegabilmente legate da un DNA marziale comune.
Capitolo 1: Le Scuole Prima delle Scuole – Le Correnti Marziali nell’Antica Corea
Nell’antichità, il concetto di una scuola di arti marziali come entità privata, con un proprio marchio e un proprio business plan, era inesistente. Le arti marziali erano integrate nel tessuto sociale, principalmente in ambito militare e comunitario. Non esistevano “stili” in competizione tra loro, ma piuttosto tradizioni e metodi di addestramento funzionali a uno scopo preciso.
Le Tradizioni Militari di Goguryeo: L’Arte della Guerra
Il regno di Goguryeo (37 a.C. – 668 d.C.), una potenza militare espansionistica, possedeva un sistema di addestramento marziale altamente sviluppato. Questo sistema, tuttavia, non può essere considerato una “scuola” nel senso moderno, ma piuttosto una tradizione militare statale. Il Subak, come evidenziato dalle pitture murali, era una componente essenziale dell’addestramento del guerriero di Goguryeo. Un soldato, specialmente un fante o un cavaliere appiedato, doveva essere in grado di combattere efficacemente anche dopo aver perso le proprie armi. L’insegnamento del Subak non avveniva in dojang privati, ma all’interno delle caserme e dei campi di addestramento dell’esercito. Lo “stile” era dettato dalla funzionalità bellica: tecniche dirette, potenti e pragmatiche, finalizzate alla sopravvivenza sul campo di battaglia. Non c’era un nome di fantasia o un fondatore da onorare; c’era solo l’arte della guerra di Goguryeo, di cui il Subak era una parte vitale.
La “Scuola” Olistica dei Hwarang di Silla: Forgiare Leader
L’istituzione più vicina al concetto di una “scuola” antica e formalizzata è senza dubbio quella dei Hwarang del regno di Silla (57 a.C. – 935 d.C.). Anche in questo caso, non si trattava di una scuola di arti marziali, ma di un’accademia d’élite per la formazione della futura classe dirigente della nazione. Il loro non era uno “stile” di combattimento, ma uno “stile di vita” marziale.
Il curriculum dei Hwarang era incredibilmente vasto e mirava a creare un individuo completo, il cosiddetto “guerriero-studioso”. La pratica di una forma di Subak era integrata in un programma che includeva spada, arco, equitazione, strategia militare, ma anche storia, filosofia, poesia e musica. La loro “scuola” era governata da un codice etico preciso, il Sesok-Ogye, che fungeva da guida morale. Lo scopo della loro pratica marziale non era fine a sé stesso, ma era uno strumento per coltivare le virtù delineate nel loro codice: coraggio, lealtà, integrità. I Hwarang rappresentano quindi una corrente marziale definita non tanto da un insieme di tecniche uniche, quanto da una filosofia educativa e da uno scopo politico e sociale ben preciso: la difesa e la guida del regno.
Le Pratiche Popolari di Goryeo e la Nascita Clandestina del Taekkyeon
Durante la dinastia Goryeo (918-1392), il Subak, come abbiamo visto, si diffuse ampiamente anche al di fuori dell’esercito. Divenne uno sport popolare e una pratica comunitaria. In questo contesto, è probabile che siano nate delle “scuole” informali, nel senso di maestri locali che insegnavano a un gruppo di allievi nel proprio villaggio o quartiere. Questi insegnamenti avrebbero avuto delle variazioni regionali, dando vita a “stili” locali non ufficiali, un po’ come le diverse varianti della lotta popolare che si trovano in tutto il mondo.
Con il declino delle arti marziali durante la dinastia Joseon (1392-1910), queste pratiche popolari furono costrette alla clandestinità. Fu in questo ambiente che la tradizione del Taekkyeon si consolidò. Il Taekkyeon non nacque come una singola scuola, ma come una tradizione popolare trasmessa oralmente e fisicamente da maestro a discepolo, spesso in segreto. Le “scuole” erano semplicemente le linee di trasmissione diretta: un maestro che insegnava a una manciata di allievi fidati per garantire che l’arte non morisse. Figure come il Gran Maestro Song Duk-ki, che imparò il Taekkyeon alla fine del XIX secolo, rappresentano il punto terminale di queste antiche e informali linee di insegnamento, fungendo da ponte verso l’era moderna.
Capitolo 2: La Crisi e la Rinascita – La Nascita delle Kwan (관) Moderne
La vera nascita delle “scuole” di arti marziali coreane, come le intendiamo oggi, avvenne in un periodo di tempo straordinariamente breve e denso di eventi: gli anni immediatamente successivi alla liberazione della Corea dal dominio giapponese nel 1945. Questo fu il momento della nascita delle Kwan (관), le grandi scuole o “casate” marziali che avrebbero definito il panorama delle arti marziali coreane per sempre.
Il termine Kwan significa letteralmente “edificio” o “sala”, e per estensione “scuola” o “istituto”. Ogni Kwan era fondata da un maestro, il Kwan Jang Nim (관장님), che aveva una sua visione, un suo curriculum e un suo stile di insegnamento, frutto delle sue diverse esperienze marziali durante il periodo dell’occupazione.
Le “Cinque Kwan Originali”: La Culla delle Arti Marziali Contemporanee
Sebbene siano sorte numerose scuole, la storia riconosce comunemente “Cinque Kwan Originali” come le più importanti e influenti. È fondamentale comprendere che queste scuole sono la radice comune da cui sono nati sia il Taekwondo che il Tang Soo Do moderno, e che il Moo Duk Kwan di Hwang Kee è una di esse.
Chung Do Kwan (청도관 – Scuola dell’Onda Blu): Fondata nel 1944 da Lee Won-kuk, è considerata la prima delle Kwan moderne. Lee aveva studiato Taekkyeon, ma soprattutto Karate Shotokan in Giappone. Il suo stile era noto per la potenza, la linearità e la grande enfasi sulle posizioni solide. La Chung Do Kwan ha prodotto un numero enorme di maestri influenti che hanno poi fondato altre scuole o sono diventati figure chiave nello sviluppo del Taekwondo.
Song Moo Kwan (송무관 – Scuola del Pino Marziale): Fondata nel 1946 da Ro Byung-jik, un altro maestro che aveva studiato Karate Shotokan sotto Gichin Funakoshi in Giappone. Stilisticamente molto simile alla Chung Do Kwan, la Song Moo Kwan ha sempre mantenuto una forte enfasi sulla potenza e sulla pratica rigorosa delle forme.
Moo Duk Kwan (무덕관 – Scuola della Virtù Marziale): Fondata il 9 novembre 1945 da Hwang Kee. Questo è il nostro ramo principale dell’albero. A differenza degli altri fondatori di Kwan, l’esperienza marziale di Hwang Kee non si limitava al Karate. La sua arte era una sintesi unica che includeva le sue conoscenze del Taekkyeon coreano, lo studio approfondito delle arti marziali cinesi (Kwonbup) in Manciuria e la sua personale ricerca filosofica. Fin dall’inizio, il Moo Duk Kwan si distinse per una maggiore enfasi sulla fluidità, sull’uso versatile della mano aperta (Soo Ki) e, soprattutto, su un quadro filosofico e morale estremamente strutturato.
Ji Do Kwan (지도관 – Scuola della Via della Saggezza): Fondata nel 1946 da Chun Sang-sup. Chun aveva studiato Judo e Karate Shudokan in Giappone. La sua scuola, che in seguito si fuse con la YMCA Kwon Bup Bu, divenne nota per il suo approccio tecnico e per aver dato i natali a molti futuri campioni di Taekwondo.
Chang Moo Kwan (창무관 – Scuola per la Propagazione della Marzialità): Fondata nel 1946 da Yoon Byung-in. La storia di Yoon è unica. Aveva studiato Karate Shudokan, ma la sua influenza principale era il Ch’uan Fa (Kwonbup) che aveva appreso in Manciuria. Di conseguenza, lo stile della Chang Moo Kwan era noto per essere più fluido, circolare e più simile al Kung Fu rispetto alle altre Kwan.
È cruciale notare che, nei loro primi anni, tutte queste scuole utilizzavano nomi come Tang Soo Do (Via della Mano Cinese) o Kong Soo Do (Via della Mano Vuota) per descrivere la loro arte, riconoscendo l’influenza del Karate (i cui caratteri venivano letti in questo modo in coreano). La differenziazione stilistica, sebbene presente, non era così marcata come lo sarebbe diventata in seguito. Erano più simili a diverse facoltà all’interno della stessa università marziale.
Capitolo 3: La Casa Madre – Il Soo Bahk Do Moo Duk Kwan di Hwang Kee
Mentre la maggior parte delle altre Kwan, dopo anni di dibattiti e pressioni politiche, decisero di fondersi negli anni ’60 e ’70 per creare un’unica arte marziale nazionale chiamata Taekwondo, Hwang Kee scelse un percorso diverso e solitario. Convinto della necessità di preservare l’identità unica e la purezza filosofica della sua scuola, e forte della sua riscoperta del legame con l’antico Subak, mantenne la sua organizzazione indipendente, ribattezzandola ufficialmente Soo Bahk Do Moo Duk Kwan.
Questa decisione ha trasformato il Moo Duk Kwan nella “casa madre” (Bon Kwan – 본관) non solo per tutti i praticanti di Soo Bahk Do nel mondo, ma anche per la stragrande maggioranza delle scuole di Tang Soo Do, che sono nate da maestri formatisi originariamente al suo interno.
La Filosofia come Stile: L’Identità del Moo Duk Kwan
Lo “stile” del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan è definito tanto dalla sua filosofia quanto dalle sue tecniche.
Enfasi sul “Do”: A differenza del Taekwondo, che ha intrapreso con successo un percorso di sportivizzazione culminato con l’inclusione nei Giochi Olimpici, il Soo Bahk Do ha deliberatamente evitato questa strada. La pratica non è finalizzata alla vittoria in un torneo, ma allo sviluppo del carattere. Questo si riflette nell’allenamento: meno enfasi sulla competizione, più enfasi sulla pratica meticolosa delle Hyung (forme), sullo studio delle applicazioni (Bunhae) e sull’interiorizzazione dei principi etici.
Completezza Tecnica: Lo stile del Soo Bahk Do è noto per essere più “completo” o tradizionale. Mentre il Taekwondo sportivo ha progressivamente specializzato e dato la priorità alle tecniche di calcio, il Soo Bahk Do mantiene un equilibrio molto più marcato tra tecniche di gamba (Jok Ki) e tecniche di mano (Soo Ki). L’arsenale di colpi a mano aperta, leve articolari e tecniche di autodifesa a corta distanza è molto più vasto e integrato nel curriculum di base.
La Sintesi Weh Gong / Neh Gong: Lo stile riflette la sintesi operata da Hwang Kee. Si possono vedere la potenza e la stabilità delle forme di origine okinawense (Weh Gong – Forza Esterna) accanto alla fluidità e alla circolarità delle forme di origine cinese (Neh Gong – Forza Interna). Questa dualità è una caratteristica stilistica fondamentale.
La Struttura Organizzativa: La World Moo Duk Kwan Federation
Oggi, la “casa madre” di tutti i praticanti di Soo Bahk Do è la World Moo Duk Kwan Federation. Questa organizzazione, fondata da Hwang Kee e ora guidata dal suo successore, Kwan Jang Nim H.C. Hwang, è l’unica entità autorizzata a rappresentare l’arte del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan a livello mondiale. Il suo scopo non è governare uno sport, ma preservare l’integrità del curriculum tecnico e filosofico lasciato dal fondatore. La sede concettuale e spirituale, la Bon Kwan, non è un edificio fisico, ma il lignaggio diretto dal fondatore al suo successore. L’organizzazione garantisce che, indipendentemente dal paese in cui ci si allena, un praticante di Soo Bahk Do Moo Duk Kwan stia studiando lo stesso sistema, basato sugli stessi principi e sulle stesse forme, mantenendo così un’identità di stile coesa e globale.
Capitolo 4: I Rami dell’Albero – Le Scuole Derivate dal Moo Duk Kwan
La storia del Moo Duk Kwan è anche una storia di scissioni. La sua enorme popolarità negli anni ’50 e ’60 ha prodotto un numero impressionante di cinture nere di alto livello. Molti di questi maestri, per una serie di complesse ragioni politiche, personali o filosofiche, a un certo punto hanno lasciato l’organizzazione madre per fondare le proprie scuole. La stragrande maggioranza di queste scuole derivate continua a usare il nome originale dell’arte di Hwang Kee: Tang Soo Do.
Il Mondo del Tang Soo Do: La Diaspora del Moo Duk Kwan
Il Tang Soo Do, come praticato oggi dalla maggior parte delle grandi federazioni mondiali, può essere considerato a tutti gli effetti una “fotografia” del Moo Duk Kwan degli anni ’60 e ’70. Questi maestri hanno lasciato l’organizzazione di Hwang Kee prima che egli introducesse alcune delle sue evoluzioni successive, come l’adozione ufficiale del nome Soo Bahk Do e la creazione delle forme più tarde come la serie Chil Sung.
Stilisticamente, il Tang Soo Do e il Soo Bahk Do sono quindi fratelli, quasi gemelli. Condividono lo stesso curriculum di base: le forme Kee Cho, le forme Pyung Ahn, Bassai e Naihanchi. Condividono la stessa enfasi su un forte equilibrio tra tecniche di mano e di piede. Le differenze sono spesso sottili e riguardano l’interpretazione di alcune tecniche, lievi variazioni nelle forme e, soprattutto, la struttura organizzativa e il lignaggio.
Ecco alcune delle più importanti scuole e organizzazioni di Tang Soo Do nate dal Moo Duk Kwan, ognuna delle quali rappresenta un importante “stile” all’interno di questa grande famiglia:
World Tang Soo Do Association (WTSDA): Fondata nel 1982 dal Gran Maestro Jae Chul Shin (1936-2012). Shin era stato uno degli allievi di punta di Hwang Kee, avendo ricevuto il suo grado di maestro direttamente da lui. Fu uno dei pionieri che portarono l’arte negli Stati Uniti. La sua organizzazione è una delle più grandi e rispettate al mondo. Lo stile WTSDA è noto per il suo rigore, la sua disciplina e la sua stretta aderenza al curriculum tradizionale del Moo Duk Kwan.
International Tang Soo Do Federation™: Fondata dal Gran Maestro C.S. Kim (Lim Chang Soo). Anche lui un allievo diretto di Hwang Kee, il Maestro Kim è un altro pioniere che ha contribuito in modo massiccio alla diffusione del Tang Soo Do in America. Il suo stile è anch’esso molto tradizionale e fedele alle radici del Moo Duk Kwan.
La Scuola di Chuck Norris – Chun Kuk Do: Come discusso in precedenza, la leggenda delle arti marziali Chuck Norris (Dan #2825 del Moo Duk Kwan) è il più famoso discendente di questa linea. Dopo una carriera competitiva leggendaria, ha fondato il suo stile, il Chun Kuk Do (“La Via Universale”). Questo non è più Tang Soo Do, ma un’arte ibrida che ha come solida base il curriculum del Moo Duk Kwan, a cui Norris ha aggiunto elementi di altre discipline come il Judo, il Jiu-Jitsu e la lotta. È un esempio perfetto di come un ramo possa crescere fino a diventare un albero a sé stante, pur mantenendo il DNA del suo progenitore.
Esistono innumerevoli altre federazioni di Tang Soo Do, quasi tutte fondate da maestri che tracciano il loro lignaggio direttamente o indirettamente a Hwang Kee. Sebbene siano politicamente e organizzativamente separate, formano una grande famiglia stilistica, la “diaspora” del Moo Duk Kwan.
Capitolo 5: Il Cugino Riconosciuto – Il Taekwondo (태권도)
Nessuna discussione sugli stili e le scuole derivate dal Subak sarebbe completa senza analizzare il Taekwondo. Non è un discendente diretto del solo Moo Duk Kwan, ma il Moo Duk Kwan è stato uno dei suoi più importanti e influenti antenati.
La Storia della Fusione e dell’Influenza
Quando il governo sudcoreano, negli anni ’60, spinse per l’unificazione delle Kwan in un’unica arte nazionale, la maggior parte delle scuole (Chung Do Kwan, Ji Do Kwan, ecc.) aderì al progetto. Anche una parte significativa dei membri del Moo Duk Kwan decise di unirsi al nascente movimento del Taekwondo. Questo significa che una grande percentuale dei primi praticanti e maestri di Taekwondo proveniva dal sistema di Hwang Kee, portando con sé le sue tecniche, le sue forme e la sua metodologia.
L’influenza del Moo Duk Kwan/Tang Soo Do sul primo Taekwondo è innegabile. Le forme Pyung Ahn, ad esempio, sono state il modello su cui sono state basate molte delle prime forme del Taekwondo (Poomsae), come la serie Palgwe. Le potenti tecniche di calcio, la solidità delle posizioni e l’enfasi sulla potenza che caratterizzavano il Moo Duk Kwan sono diventate parte integrante del DNA del Taekwondo.
Le Differenze Stilistiche Fondamentali
Tuttavia, con il passare dei decenni, il Taekwondo ha seguito un percorso evolutivo radicalmente diverso da quello del Soo Bahk Do, portando a differenze di stile chiare e profonde.
Filosofia e Scopo: Il Soo Bahk Do è rimasto un’arte marziale tradizionale (Moo Do), focalizzata sull’autodifesa e lo sviluppo del carattere. Il Taekwondo, sotto la guida della World Taekwondo (precedentemente WTF), è diventato primariamente uno sport da combattimento olimpico. Questo scopo diverso ha plasmato ogni aspetto dello stile.
Tecniche: Lo stile del Taekwondo sportivo si è iper-specializzato. Ha sviluppato un arsenale di calci incredibilmente sofisticato, veloce e acrobatico, poiché le regole della competizione premiano prevalentemente i calci. Di conseguenza, l’uso delle tecniche di mano è stato drasticamente ridotto e semplificato nel combattimento. Lo stile del Soo Bahk Do, non essendo vincolato da regole sportive, mantiene un arsenale molto più equilibrato e ampio, dove i colpi di mano, le parate e le tecniche a corta distanza hanno la stessa importanza dei calci.
Forme: Le forme del Soo Bahk Do (Hyung) sono tradizionali, spesso antiche, e contengono un’ampia varietà di tecniche, incluse molte che non sono utilizzate nel combattimento sportivo. Le forme del Taekwondo (Poomsae, come la serie Taegeuk) sono creazioni più moderne, progettate per essere esteticamente piacevoli, dinamiche e per riflettere le tecniche ammesse nella competizione.
Combattimento: Lo sparring nel Soo Bahk Do (Deh Ryun) è tipicamente un esercizio controllato, semi-contact, finalizzato all’apprendimento. Lo sparring nel Taekwondo (Kyorugi) è un combattimento a pieno contatto, basato su un sistema a punti e finalizzato alla vittoria.
Il Taekwondo è quindi un “cugino” del Soo Bahk Do. Condividono un antenato comune (le Kwan originali, incluso il Moo Duk Kwan), ma hanno intrapreso percorsi così diversi da diventare due arti marziali chiaramente distinte, ognuna con la propria identità, il proprio stile e i propri meriti.
Conclusione: Una Famiglia Complessa ma Interconnessa
L’esplorazione degli stili e delle scuole legati al Subak ci rivela una storia affascinante di evoluzione, scissione e specializzazione. Il Subak antico non era uno stile, ma una corrente marziale, lo spirito guerriero della Corea. Dalla sua quasi estinzione, questo spirito è rinato nel XX secolo attraverso le Kwan, e in particolare attraverso la visione unica del Grande Maestro Hwang Kee e della sua Moo Duk Kwan.
La Moo Duk Kwan è la casa madre, il punto di riferimento da cui quasi tutto discende. Da essa è nata l’arte moderna del Soo Bahk Do, che si erge come il custode più fedele della visione olistica e filosofica del fondatore. Da essa è nata anche la vasta e diversificata famiglia del Tang Soo Do, portata avanti da maestri che hanno scelto un percorso indipendente pur mantenendo lo stile e il curriculum originali. E la sua influenza è stata determinante nella formazione del Taekwondo, il cugino sportivo che ha portato il nome della Corea sul palcoscenico mondiale.
Comprendere gli “stili e le scuole” del Subak significa quindi apprezzare questa ricca e complessa genealogia. È la storia di come una singola, potente tradizione marziale, attraverso le vicende della storia e le visioni di grandi maestri, abbia potuto dare vita a una famiglia di arti, diverse nell’espressione ma unite da un’innegabile e profonda radice comune.
LA SITUAZIONE IN ITALIA
Introduzione: Un’Arte Coreana in Terra Italiana – Mappatura del Soo Bahk Do e della sua Famiglia Marziale
Tracciare la mappa della presenza del Subak in Italia significa intraprendere un’indagine affascinante nel mondo delle arti marziali di nicchia, un universo popolato da comunità piccole ma estremamente dedicate, che operano spesso lontano dai riflettori mediatici puntati sulle discipline più blasonate. A differenza di giganti come il Karate, il Judo o persino il suo parente più prossimo, il Taekwondo, il Soo Bahk Do e le arti direttamente derivate dalla sua “casa madre”, il Moo Duk Kwan, non vantano decine di migliaia di praticanti o una diffusione capillare sul territorio nazionale. La loro è una storia di introduzione più recente e di crescita più silenziosa, basata sulla passione di singoli maestri pionieri e sulla ricerca, da parte degli allievi, di un percorso marziale che privilegi la tradizione, la filosofia e lo sviluppo personale rispetto alla sola performance sportiva.
Questo capitolo si propone come un’esplorazione completa ed esaustiva di questa realtà. Non ci limiteremo a un semplice elenco di scuole, ma cercheremo di dipingere un quadro olistico. Inizieremo analizzando il contesto marziale italiano, un panorama complesso e strutturato, per capire in quale terreno l’arte coreana ha messo radici. Successivamente, ci addentreremo nell’analisi specifica delle organizzazioni che rappresentano il lignaggio del Moo Duk Kwan in Italia.
Dedicheremo un’analisi approfondita alla presenza ufficiale del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan, l’organizzazione che fa capo direttamente al successore del fondatore, esaminandone la struttura, la filosofia e i collegamenti internazionali. Con la stessa meticolosa neutralità, esploreremo poi l’universo del Tang Soo Do, l’arte sorella che condivide le medesime origini e che è presente in Italia con diverse scuole e federazioni, ognuna con la propria storia e la propria affiliazione internazionale.
L’obiettivo è fornire una mappatura chiara e imparziale, un punto di riferimento per chiunque desideri comprendere lo stato attuale di questa nobile tradizione coreana in Italia. Sarà un viaggio alla scoperta di come un’antica “Via” marziale, nata sui campi di battaglia della Corea, continui a vivere e a evolversi oggi, in piccoli ma vibranti Dojang sparsi lungo la nostra penisola, grazie all’instancabile dedizione di un piccolo gruppo di maestri e praticanti.
Capitolo 1: Il Contesto Marziale Italiano – Un Panorama di Tradizione, Sport e Legge
Per comprendere la situazione di un’arte marziale specifica in Italia, è indispensabile prima capire il quadro generale in cui essa si inserisce. Il panorama marziale e sportivo italiano è un ecosistema complesso, regolato da leggi precise e caratterizzato da una dinamica culturale specifica che influenza la percezione e la diffusione di ogni disciplina.
La Cultura delle Arti Marziali in Italia: L’Onda Lunga del Sol Levante
La grande ondata di popolarità delle arti marziali in Italia è arrivata nel secondo dopoguerra, principalmente attraverso le discipline giapponesi. Il Judo, prima, e il Karate, poi, hanno catturato l’immaginario collettivo grazie a film, articoli e all’opera di maestri pionieri. Questo ha creato una percezione pubblica delle arti marziali fortemente legata al modello giapponese: il kimono (o meglio, il Judogi/Karategi), il sistema di cinture, la figura del Sensei, il Dojo. Per decenni, questa è stata la lente attraverso cui gli italiani hanno guardato a tutte le arti da combattimento orientali.
Le arti marziali coreane, come il Taekwondo e, in misura molto minore, il Tang Soo Do/Soo Bahk Do, sono arrivate in un secondo momento, a partire dagli anni ’60 e ’70. Hanno dovuto quindi inserirsi in un mercato e in una cultura già consolidati, spesso venendo erroneamente etichettate come “Karate coreano” a causa di somiglianze superficiali nell’uniforme (Dobok) e in alcune tecniche. Questa situazione ha rappresentato sia una sfida, in termini di affermazione di un’identità distinta, sia un’opportunità, potendo beneficiare dell’interesse generale già esistente per le discipline marziali.
La Struttura Organizzativa: CONI, Federazioni ed Enti di Promozione Sportiva (EPS)
L’Italia ha un sistema di governance dello sport molto strutturato, che fa capo al Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI). Comprendere questa struttura è fondamentale per capire lo status legale e il livello di riconoscimento di ogni arte marziale.
Le Federazioni Sportive Nazionali (FSN): Sono gli unici organismi riconosciuti dal CONI per governare una specifica disciplina sportiva a livello nazionale, soprattutto in ottica olimpica. Per il Taekwondo, ad esempio, la federazione di riferimento è la FITA (Federazione Italiana Taekwondo). Essere una FSN garantisce il massimo livello di riconoscimento istituzionale, l’accesso a fondi pubblici, la possibilità di formare squadre nazionali ufficiali e di assegnare il titolo di “Campione d’Italia”.
Gli Enti di Promozione Sportiva (EPS): Sono organizzazioni, anch’esse riconosciute dal CONI, che hanno lo scopo di promuovere l’attività sportiva di base a livello nazionale. Esempi noti sono AICS, CSEN, UISP, ACSI, ecc. Gli EPS sono fondamentali per il mondo delle arti marziali, perché offrono un “ombrello” legale, assicurativo e organizzativo a tutte quelle discipline che non hanno (o non desiderano avere) una propria Federazione Nazionale riconosciuta.
La stragrande maggioranza delle scuole di arti marziali in Italia, incluse quelle di Soo Bahk Do e Tang Soo Do, opera legalmente come Associazione Sportiva Dilettantistica (A.S.D.), affiliata a uno o più EPS. Questa affiliazione consente loro di gestire corsi, rilasciare diplomi tecnici, organizzare eventi e garantire la copertura assicurativa per i propri soci. Questo significa che, dal punto di vista organizzativo, queste arti operano in un contesto di “sport di base” piuttosto che di sport d’élite federale.
La Sfida della Tradizione vs. lo Sport
Un’altra dinamica cruciale è la tensione culturale tra le arti marziali viste come percorso tradizionale di autoperfezionamento (Do) e quelle viste come sport da competizione. L’Italia, con la sua forte cultura sportiva, tende a dare enorme visibilità e prestigio alle discipline che producono risultati agonistici, specialmente a livello olimpico. Il successo mediatico e istituzionale del Taekwondo, capace di portare all’Italia medaglie olimpiche, ne è la prova più evidente.
Arti come il Soo Bahk Do, che per scelta filosofica del loro fondatore hanno rifiutato la via della sportivizzazione per preservare la loro natura di “arte” completa, si trovano in una posizione diversa. La loro sfida non è vincere medaglie, ma preservare un’eredità. Questo presenta degli ostacoli (minore visibilità, nessuna copertura mediatica, assenza di fondi pubblici), ma offre anche un’opportunità unica: attrarre quel segmento di pubblico che non è interessato alla competizione, ma che cerca nelle arti marziali qualcosa di più profondo – un metodo per migliorare la propria salute, imparare un’autodifesa efficace, sviluppare la disciplina mentale e connettersi a una ricca tradizione filosofica. È in questa nicchia di “praticanti pensanti” che il Soo Bahk Do e le scuole tradizionali di Tang Soo Do trovano il loro terreno più fertile in Italia.
Capitolo 2: Il Lignaggio Principale – La Presenza del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan in Italia
All’interno della famiglia marziale discendente dal Subak, la scuola che mantiene il legame più diretto e ufficiale con il fondatore Hwang Kee e la sua visione finale è il Soo Bahk Do Moo Duk Kwan. La sua presenza in Italia è rappresentata da un’unica organizzazione nazionale, che agisce come delegata ufficiale delle istituzioni europee e mondiali.
L’Organizzazione Madre: La World Moo Duk Kwan Federation
Per comprendere la scuola italiana, è necessario inquadrarla nella sua struttura globale. La World Moo Duk Kwan Federation è l’organizzazione fondata da Hwang Kee per unire tutti i praticanti della sua arte sotto un’unica bandiera. La sua missione non è quella di governare uno sport, ma di “preservare, promuovere e amministrare l’arte del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan” così come concepita dal suo fondatore. Oggi è presieduta dal suo successore designato, il Kwan Jang Nim H.C. Hwang. Questa organizzazione funge da “casa madre” (Bon Kwan), garantendo che il curriculum, i requisiti per gli esami e i principi filosofici siano uniformi in tutto il mondo, dall’Argentina alla Norvegia, dalla Corea all’Italia.
Sito Web Mondiale: https://worldmoodukkwan.com/
La Connessione Europea: La European Soo Bahk Do Moo Duk Kwan Federation
A livello continentale, le federazioni nazionali sono raggruppate in organismi regionali. Per l’Italia, l’ente di riferimento è la European Soo Bahk Do Moo Duk Kwan Federation (ESBDMDKF). Questa federazione coordina le attività a livello europeo, organizza eventi come seminari e camp estivi (i cosiddetti “Euro Ko Dan Ja Shim Sa” per gli esami di grado superiore) e facilita la comunicazione tra la leadership mondiale e le singole nazioni.
Sito Web Europeo: https://soobahkdo.eu/
L’Ente Ufficiale in Italia: Profilo dell’A.S.D. Soo Bahk Do Moo Duk Kwan Italia
La presenza ufficiale e autorizzata del Soo Bahk Do in Italia è gestita dall’A.S.D. Soo Bahk Do Moo Duk Kwan Italia. Questa associazione è l’unica entità sul territorio nazionale riconosciuta dalla World Moo Duk Kwan e dal suo presidente, H.C. Hwang.
Storia e Sviluppo: L’introduzione del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan in Italia è legata all’opera di maestri pionieri che, dopo essersi formati all’estero o attraverso contatti diretti con la leadership mondiale, hanno stabilito i primi Dojang nel paese. La crescita è stata lenta e organica, basata sulla qualità dell’insegnamento piuttosto che su grandi campagne promozionali. L’associazione nazionale si è consolidata nel tempo per riunire le varie scuole sparse sul territorio, creare un percorso didattico nazionale coerente e gestire gli esami di grado (Shim Sa) secondo gli standard internazionali.
Filosofia e Missione: La missione dell’associazione italiana è un riflesso diretto di quella della casa madre mondiale. L’obiettivo primario è la preservazione dell’arte nella sua forma più pura. Viene posta una forte enfasi non solo sull’aspetto tecnico (Weh Gong), ma anche su quello interno (Neh Gong) e spirituale/filosofico (Shim Gong). L’associazione promuove attivamente lo studio degli scritti del fondatore e la partecipazione a seminari internazionali per garantire che gli istruttori e gli studenti italiani rimangano connessi alla fonte della loro arte.
Struttura e Leadership: L’A.S.D. è guidata da un consiglio direttivo e da un Direttore Tecnico Nazionale, tipicamente il maestro di grado più elevato e con maggiore anzianità nel paese, ufficialmente designato dalla World Moo Duk Kwan. La leadership italiana agisce come un ponte, trasmettendo le direttive tecniche della federazione mondiale e garantendo che i diplomi di grado rilasciati in Italia siano riconosciuti a livello internazionale.
Attività sul Territorio: L’associazione organizza regolarmente eventi nazionali per riunire i praticanti delle diverse scuole. Questi includono stage tecnici, spesso tenuti da maestri di fama internazionale invitati per l’occasione, sessioni di esame per cinture colorate e nere, e ritiri. Queste attività sono fondamentali per creare un senso di comunità e per garantire un costante aggiornamento tecnico e qualitativo.
Capitolo 3: I Rami Fraterni – La Galassia del Tang Soo Do in Italia
Parallelamente al Soo Bahk Do ufficiale, in Italia è presente anche la sua arte sorella, il Tang Soo Do. Come spiegato in precedenza, la stragrande maggioranza delle scuole di Tang Soo Do nel mondo discende dal Moo Duk Kwan di Hwang Kee. Sono state fondate da maestri che hanno lasciato l’organizzazione madre in diversi periodi storici, ma che hanno continuato a insegnare il curriculum originale. È quindi essenziale, in un’analisi completa e neutrale, dare il giusto spazio a queste importanti realtà.
A differenza del Soo Bahk Do, il mondo del Tang Soo Do in Italia appare più frammentato, con diverse scuole e piccole associazioni che fanno capo a differenti federazioni internazionali. L’approccio di queste scuole è anch’esso fortemente tradizionale, e lo stile tecnico è, per gran parte, quasi identico a quello del Soo Bahk Do, specialmente per quanto riguarda il curriculum fino alla cintura nera.
Analisi delle Principali Scuole e Organizzazioni di Tang Soo Do in Italia
La mappatura del Tang Soo Do richiede un’analisi delle singole realtà e delle loro affiliazioni internazionali. Di seguito, vengono presentate, in ottica di assoluta neutralità, alcune delle organizzazioni e federazioni presenti sul territorio italiano.
World Tang Soo Do Association (WTSDA) in Italia:
Organizzazione Madre: La WTSDA, fondata nel 1982 negli Stati Uniti dal Gran Maestro Jae Chul Shin, è una delle più grandi e rispettate federazioni di Tang Soo Do al mondo. Il Gran Maestro Shin fu uno degli allievi diretti di Hwang Kee e il suo contributo alla diffusione del Moo Duk Kwan negli USA fu enorme. La sua organizzazione è rinomata per la sua struttura, la sua disciplina e il suo curriculum altamente standardizzato.
Sito Web Mondiale: https://www.wtsda.com/
Presenza in Italia: La WTSDA ha una sua rappresentanza ufficiale in Italia (WTSDA Italia), con diverse scuole affiliate. Queste scuole seguono fedelmente il programma tecnico e filosofico stabilito dalla casa madre americana, partecipando a eventi nazionali e internazionali organizzati dall’associazione. L’enfasi è sulla tradizione, l’autodifesa e lo sviluppo del carattere, sebbene l’organizzazione preveda anche un circuito di competizioni.
Altre Scuole di Lignaggio Moo Duk Kwan: Oltre alle grandi federazioni, esistono in Italia numerose scuole indipendenti o piccole associazioni di Tang Soo Do che tracciano comunque il loro lignaggio al Moo Duk Kwan. Spesso sono guidate da maestri che si sono formati all’interno di una delle grandi federazioni e che hanno poi scelto un percorso autonomo, o da maestri che hanno avuto contatti diretti con diversi pionieri dell’arte in Europa. Identificare e mappare ognuna di queste singole realtà è complesso, data la loro natura fluida. Tuttavia, esse rappresentano una parte importante del mosaico del Tang Soo Do in Italia, contribuendo alla diversità e alla vitalità della comunità.
La coesistenza di Soo Bahk Do e di diverse scuole di Tang Soo Do in Italia è la testimonianza vivente della complessa storia del Moo Duk Kwan. Non si tratta di stili in competizione, ma piuttosto di interpretazioni diverse di una stessa, nobile eredità.
Capitolo 4: Il Contesto Comparativo – Il Taekwondo in Italia
Per apprezzare pienamente la posizione del Soo Bahk Do e del Tang Soo Do in Italia, è utile confrontarla con quella del loro “cugino” più famoso, il Taekwondo. Questa analisi comparativa non ha lo scopo di stabilire una superiorità, ma di illustrare i diversi percorsi evolutivi e i diversi risultati in termini di diffusione e riconoscimento.
La Federazione Italiana Taekwondo (FITA): Un Modello di Successo Sportivo
Il Taekwondo in Italia è rappresentato dalla Federazione Italiana Taekwondo (FITA), l’unica federazione per questa disciplina riconosciuta dal CONI.
Sito Web Ufficiale: https://www.taekwondoitalia.it/
Storia e Riconoscimento: La FITA ha una storia lunga e consolidata in Italia. Grazie al suo status di FSN e alla sua affiliazione con la World Taekwondo (l’organismo di governo mondiale dello sport olimpico), ha potuto sviluppare una struttura capillare su tutto il territorio nazionale, con comitati regionali, migliaia di società affiliate e decine di migliaia di tesserati.
Successo Agonistico: Il percorso del Taekwondo come sport olimpico ha portato all’Italia un notevole successo internazionale, incluse medaglie ai Giochi Olimpici. Questo successo ha garantito al Taekwondo una visibilità mediatica, un prestigio e un accesso a risorse (sia pubbliche che private) che sono semplicemente su un altro pianeta rispetto alle arti marziali tradizionali non competitive.
Confronto e Coesistenza
Il confronto tra la FITA e le piccole associazioni di Soo Bahk Do/Tang Soo Do è emblematico della dicotomia tra “sport” e “arte tradizionale” in Italia.
Visibilità: Il Taekwondo è uno sport conosciuto dal grande pubblico. Il Soo Bahk Do e il Tang Soo Do rimangono discipline di nicchia, note quasi esclusivamente agli appassionati del settore.
Obiettivi: L’obiettivo primario della FITA è la promozione dell’attività sportiva e il raggiungimento di risultati agonistici. L’obiettivo primario delle associazioni di Soo Bahk Do/Tang Soo Do è la preservazione di un’eredità tecnica e filosofica.
Praticanti: Il Taekwondo attira un gran numero di giovani atleti interessati alla competizione. Il Soo Bahk Do e il Tang Soo Do attirano un pubblico forse più adulto e variegato, alla ricerca di un percorso di crescita personale oltre che di un’attività fisica.
Queste due realtà non sono necessariamente in conflitto, ma coesistono servendo bisogni diversi all’interno della grande famiglia delle arti marziali coreane.
Capitolo 5: Elenco e Mappatura – Le Scuole sul Territorio Nazionale
Questa sezione si propone di fornire un elenco, il più possibile accurato e neutrale, delle principali organizzazioni nazionali che rappresentano le arti del lignaggio Moo Duk Kwan in Italia, con i relativi contatti e un tentativo di mappare le scuole affiliate.
Premessa sulla Fluidità dei Dati
È importante sottolineare che il mondo delle associazioni sportive dilettantistiche è estremamente dinamico. Le scuole possono aprire, chiudere, cambiare sede o affiliazione. Le informazioni di contatto possono variare. L’elenco seguente rappresenta una fotografia della situazione basata sulle informazioni pubblicamente disponibili online al momento della stesura (Agosto 2025) e non ha pretesa di essere permanentemente esaustivo.
Elenco delle Organizzazioni Nazionali di Riferimento
Arte Marziale: Soo Bahk Do Moo Duk Kwan
Nome Ufficiale dell’Ente: A.S.D. Soo Bahk Do Moo Duk Kwan Italia
Affiliazione Internazionale: World Moo Duk Kwan Federation
Sito Web Ufficiale: http://www.soobahkdo.it/
Contatti Pubblici: Le informazioni di contatto e l’elenco delle scuole autorizzate sono disponibili sul sito ufficiale.
Arte Marziale: Tang Soo Do
Nome Ufficiale dell’Ente: WTSDA Italia
Affiliazione Internazionale: World Tang Soo Do Association
Sito Web Ufficiale: https://www.wtsdaregione13.com/ (Regione 13, che include l’Italia)
Contatti Pubblici: Informazioni sulle scuole e i contatti sono reperibili attraverso il sito della regione europea di riferimento.
Mappatura Indicativa delle Scuole Individuali (Dojang)
La localizzazione precisa delle singole scuole è reperibile attraverso i siti ufficiali delle rispettive organizzazioni nazionali. Generalmente, la presenza di queste arti è concentrata in alcune regioni specifiche, spesso grazie all’opera di un maestro pioniere che ha stabilito la sua scuola in una determinata area e ha poi formato altri istruttori che hanno aperto scuole nelle vicinanze. Per ottenere un elenco aggiornato e dettagliato, si raccomanda di consultare direttamente i siti web sopra elencati.
Conclusione: Un Mosaico di Dedizione – Il Futuro del Lignaggio Moo Duk Kwan in Italia
L’analisi della situazione italiana del Soo Bahk Do e delle arti sorelle del Tang Soo Do rivela un quadro affascinante. Lungi dall’essere un movimento di massa, la presenza di questo lignaggio marziale in Italia è un delicato mosaico, composto da piccole ma solide tessere: le singole scuole, le piccole comunità di praticanti e i maestri che, con passione e sacrificio, ne portano avanti la tradizione.
Abbiamo visto come queste arti operino in un contesto culturale e normativo complesso, scegliendo deliberatamente un percorso focalizzato sulla preservazione della tradizione piuttosto che sulla ricerca del successo sportivo. La distinzione tra l’unica organizzazione ufficiale di Soo Bahk Do, direttamente collegata alla casa madre, e le diverse ma storicamente legate scuole di Tang Soo Do, dipinge un quadro di una famiglia marziale complessa, con un forte tronco comune e molteplici rami.
Il futuro di queste discipline in Italia non dipenderà da medaglie o titoli di giornale. Dipenderà interamente dalla capacità dei suoi rappresentanti di continuare a trasmettere l’autenticità e la profondità del loro messaggio. Dipenderà dalla loro abilità nel raggiungere e ispirare quelle persone che, nel variegato mondo delle arti marziali, non cercano solo un modo per combattere, ma una “Via” per crescere. La storia del lignaggio Moo Duk Kwan in Italia è, e probabilmente rimarrà, una storia di qualità piuttosto che di quantità, un capitolo tranquillo ma significativo nella grande narrazione delle arti marzialifinali.
TERMINOLOGIA TIPICA
Introduzione: La Lingua del Dojang – Parlare l’Arte del Soo Bahk Do
Avvicinarsi allo studio di un’arte marziale tradizionale come il Soo Bahk Do è un’esperienza immersiva che va ben oltre il semplice apprendimento di movimenti fisici. È come imparare una nuova lingua, un idioma parlato non solo con il corpo, ma anche con la voce e con la mente. La terminologia coreana utilizzata in ogni lezione non è un vezzo esotico o un ostacolo superfluo per lo studente occidentale; al contrario, è il tessuto connettivo che tiene insieme l’intera disciplina. È il veicolo essenziale attraverso cui vengono trasmessi con precisione concetti tecnici, filosofici ed etici complessi, che perderebbero gran parte della loro profondità e sfumatura se tradotti in modo approssimativo.
Utilizzare la terminologia corretta all’interno del Dojang (il luogo di pratica) è di per sé un esercizio di disciplina e rispetto. Fomenta un ambiente di studio serio e concentrato, onora le origini culturali dell’arte e crea un canale di comunicazione immediato e inequivocabile tra l’istruttore e l’allievo. Quando un maestro comanda “Charyot!”, non sta semplicemente dicendo “attenti”, ma sta evocando un concetto di focalizzazione totale che ogni studente impara a riconoscere istantaneamente.
Questo capitolo si propone di essere molto più di un semplice glossario. Sarà un viaggio guidato all’interno del linguaggio del Soo Bahk Do. Organizzeremo la terminologia in categorie tematiche per esplorarne la logica e la coerenza. Per ogni termine, non ci limiteremo a fornire una traduzione letterale, ma ne analizzeremo il significato funzionale, il contesto d’uso e, soprattutto, il substrato culturale e filosofico. Scopriremo come la parola “Do” (la Via) sia l’asse portante che si ritrova nei termini che definiscono il luogo (Dojang), l’abito (Dobok) e l’arte stessa (Soo Bahk Do). Esploreremo l’anatomia del combattimento attraverso i nomi precisi dati a ogni parte del corpo, a ogni posizione e a ogni tecnica, scoprendo come il nome stesso sia una descrizione della sua funzione. Infine, ci addentreremo nel vocabolario dei concetti astratti, il linguaggio della filosofia che eleva questa disciplina da sistema di combattimento a percorso di vita. Padroneggiare questo linguaggio è il primo, indispensabile passo per trasformare una serie di movimenti in una vera e propria arte.
Capitolo 1: I Luoghi e le Persone – La Struttura Sociale del Dojang
Prima di poter parlare di tecniche, è necessario comprendere i termini che definiscono l’ambiente e le persone che lo popolano. Questa terminologia stabilisce la struttura sociale, gerarchica e relazionale all’interno della quale si svolge l’apprendimento.
Il Dojang (도장)
Traduzione Letterale: “Luogo (Jang – 장) della Via (Do – 도)”.
Definizione Funzionale: L’area formale di allenamento.
Analisi Approfondita: La scelta di questo termine al posto di una parola più generica come “palestra” è una dichiarazione d’intenti. Il Dojang non è un semplice spazio fisico dove si compie un’attività sportiva. È un ambiente considerato quasi sacro, un laboratorio per la coltivazione non solo del corpo, ma anche della mente e dello spirito. L’etichetta (Ye Jol – 예절) che governa il comportamento all’interno del Dojang riflette questa concezione: ci si inchina entrando e uscendo per mostrare rispetto verso il luogo stesso e ciò che rappresenta; si mantiene un tono di voce basso e un comportamento rispettoso; non si indossano le scarpe. Il Dojang è un mondo a parte, un luogo dove le distrazioni e le preoccupazioni della vita quotidiana vengono lasciate fuori dalla porta per potersi dedicare interamente al proprio percorso di crescita sulla “Via”.
Il Dobok (도복)
Traduzione Letterale: “Veste (Bok – 복) della Via (Do – 도)”.
Definizione Funzionale: L’uniforme di pratica.
Analisi Approfondita: Anche in questo caso, il termine va oltre la sua funzione pratica. Non è solo un “abito da allenamento”, ma la “veste della Via”. Indossare il Dobok è un atto simbolico. Il suo colore, tipicamente bianco, rappresenta la purezza, l’umiltà e lo stato di “mente vuota” a cui il praticante aspira, simile a una tela bianca su cui l’arte verrà dipinta. Quando tutti gli studenti indossano la stessa uniforme, le differenze sociali, economiche e professionali del mondo esterno svaniscono. All’interno del Dojang, si è tutti uguali di fronte all’arte, e il valore di una persona è determinato solo dal suo impegno, dal suo carattere e dal grado rappresentato dalla sua cintura. Il rituale di piegare con cura il proprio Dobok dopo ogni allenamento è un’ulteriore lezione di disciplina e rispetto per l’arte e per sé stessi.
La Dee (띠)
Traduzione Letterale: “Cintura”.
Definizione Funzionale: La cintura colorata che indica il grado di un praticante.
Analisi Approfondita: Nel Soo Bahk Do, la cintura non è un trofeo o un accessorio per tenere chiusa la giacca. È la rappresentazione visiva del viaggio di uno studente lungo la Via. Ogni colore ha un significato simbolico profondo che descrive una fase della crescita. Il sistema si divide in gradi inferiori, o Gup (급), e gradi superiori (cinture nere), o Dan (단).
Sistema Gup: Sebbene i colori esatti possano avere leggere variazioni, una progressione tipica è: Bianco (purezza, potenziale non ancora sviluppato), Arancione (i primi raggi di sole, la nuova conoscenza che inizia a germogliare), Verde (la crescita della pianta, le abilità che iniziano a svilupparsi), Rosso (il sole al suo apice, pericolo, lo studente conosce tecniche pericolose ma deve ancora imparare il pieno controllo), Blu Notte (il colore del cielo e della maturità, lo studente si prepara alla transizione verso la cintura nera).
Sistema Dan: Il raggiungimento della cintura nera (che nel Soo Bahk Do Moo Duk Kwan è tradizionalmente blu notte per i gradi Dan) non è la fine del percorso, ma il vero inizio. Il praticante ha imparato l’alfabeto e ora può iniziare a comporre frasi.
I Titoli Onorifici: Una Gerarchia di Responsabilità
La terminologia usata per rivolgersi ai praticanti e agli istruttori riflette una struttura gerarchica basata sull’anzianità e sulla conoscenza, di chiara influenza confuciana.
Kwan Jang Nim (관장님): “Direttore/Capo (Kwan Jang) della Scuola (Kwan)” + suffisso onorifico “Nim”. È il titolo più alto, riservato esclusivamente al fondatore di un’arte o al suo successore designato. Nel Soo Bahk Do Moo Duk Kwan, questo titolo è appartenuto solo a Hwang Kee e ora a suo figlio, H.C. Hwang. Indica la massima autorità tecnica, filosofica e amministrativa dell’intera organizzazione mondiale.
Sa Bom Nim (사범님): “Maestro Istruttore”. Generalmente riservato ai praticanti dal 4° Dan in su che hanno superato un esame specifico per ottenere la qualifica di maestro. L’analisi dei caratteri rivela il suo significato profondo: Sa (사) significa “insegnante”, ma anche “mentore”. Bom (범) significa “modello” o “esempio”. Un Sa Bom Nim non è quindi solo un tecnico esperto, ma una persona che deve servire da modello di comportamento e di carattere per i suoi studenti. È una posizione di immensa responsabilità.
Kyo Sa Nim (교사님): “Istruttore”. Solitamente un praticante tra il 1° e il 3° Dan che ha ricevuto la certificazione per insegnare. La sua responsabilità è quella di trasmettere le fondamenta dell’arte in modo corretto e sicuro.
Sun Bae / Hu Bae (선배 / 후배): “Anziano / Giovane” (nel contesto del Dojang). Questa è una delle dinamiche sociali più importanti. Un Sun Bae è chiunque abbia iniziato a praticare prima di te o abbia un grado superiore. Un Hu Bae è chiunque abbia iniziato dopo o abbia un grado inferiore. Esiste un dovere di rispetto e di apprendimento da parte del Hu Bae verso il Sun Bae, e un dovere di guida, di aiuto e di buon esempio da parte del Sun Bae verso il Hu Bae.
Cho Kyo Nim (조교님): “Assistente Istruttore”. Uno studente anziano che aiuta l’istruttore principale durante le lezioni.
Capitolo 2: Il Ritmo dell’Allenamento – Comandi e Fasi della Lezione
La conduzione di una lezione di Soo Bahk Do è scandita da una serie di comandi precisi in coreano, che creano un ambiente focalizzato e permettono un flusso efficiente dell’allenamento.
Comandi di Base (Ki Bon Jo Ryung – 기본 조령)
Questi sono i comandi fondamentali che ogni studente impara fin dal primo giorno.
Charyot (차렷): “Attenti!”. È un comando che richiede una risposta immediata. Lo studente assume una posizione eretta, con i talloni uniti e le punte dei piedi divaricate a 45 gradi, le mani chiuse a pugno lungo i fianchi e lo sguardo fisso in avanti. È il comando per la disciplina e la concentrazione totale.
Kyung Rye (경례): “Saluto!”. Da una posizione di attenti, si esegue un profondo inchino piegando il busto di circa 45 gradi, mantenendo la schiena dritta. È l’espressione formale di rispetto.
Joon Bi (준비): “Pronti!”. È il comando per assumere la posizione di partenza per un esercizio o una forma. La posizione di Joon Bi di base prevede i piedi paralleli alla larghezza delle spalle e le mani chiuse a pugno a circa 10 cm di distanza l’una dall’altra di fronte al Dan Jun (addome). Non è una posizione passiva, ma uno stato di “prontezza attiva”, sia fisica che mentale.
Shi Jak (시작): “Inizio!”. Il comando che dà il via all’esecuzione di una tecnica, di una forma o di un esercizio.
Go Man (그만): “Basta/Fine!”. Il comando per terminare immediatamente un esercizio.
Baro (바로): “Ritorno!”. Il comando per ritornare alla posizione di Joon Bi al termine di una sequenza.
Shiuh (쉬어): “Riposo!”. Un comando per assumere una posizione di riposo informale, ma sempre vigile, tra un esercizio e l’altro.
Il Conteggio (Seh Gi – 세기)
L’uso dei numeri coreani è una costante in ogni lezione, utilizzato per scandire il ritmo delle ripetizioni.
Hana (하나): Uno
Dul (둘): Due
Set (셋): Tre
Net (넷): Quattro
Dasot (다섯): Cinque
Yasot (여섯): Sei
Ilgup (일곱): Sette
Yodul (여덟): Otto
Ahop (아홉): Nove
Yol (열): Dieci
Contare nella lingua madre dell’arte non è un vezzo. Aiuta a mantenere un ritmo costante per tutta la classe, facilita la corretta espirazione durante l’esecuzione della tecnica e rafforza costantemente il legame culturale con le origini del Soo Bahk Do.
Capitolo 3: L’Anatomia del Combattimento – Terminologia Tecnica
Questo è il vocabolario più vasto e specifico, che descrive ogni movimento e ogni parte del corpo utilizzata.
Sezione 3.1: Parti del Corpo (Shin Che – 신체)
La precisione è fondamentale, quindi esistono termini specifici sia per i bersagli che per le “armi” naturali del corpo.
Armi Naturali:
Joo Muk (주먹): Pugno.
Jung Kwon (정권): “Pugno corretto/frontale”, la superficie delle prime due nocche.
Son (손): Mano.
Son Kal (손칼): “Lama di mano”, il taglio della mano.
Kwan Soo (관수): “Mano che penetra”, la punta delle dita.
Jang Kwon (장권): Palmo.
Pal Koop (팔굽): Gomito.
Bahl (발): Piede.
Ahp Koom Chi (앞꿈치): Avampiede (la “palla” del piede).
Bahl Kal (발칼): “Lama di piede”, il taglio del piede.
Dwi Chook (뒤축): Tallone.
Moo Roop (무릎): Ginocchio.
Bersagli Comuni:
Mori (머리): Testa.
Eolgul (얼굴): Viso.
In Joong (인중): Punto sotto il naso.
Teok (턱): Mento.
Mok (목): Collo.
Myung Chi (명치): Plesso solare.
Dan Jun (단전): Basso addome, centro energetico.
Sezione 3.2: Le Posizioni (Jase – 자세)
Come già visto, i nomi delle posizioni sono descrittivi della loro forma o funzione.
Kee Ma Jase (기마 자세): “Posizione del cavaliere a cavallo”.
Chun Gul Jase (전굴 자세): “Posizione piegata in avanti”.
Hu Gul Jase (후굴 자세): “Posizione piegata all’indietro”.
Sezione 3.3: Tecniche di Mano (Soo Ki – 수기)
Il termine generale per attacco è Kong Kyuk (공격).
Jireugi (지르기): Deriva dal verbo “Jireuda”, che significa “colpire” o “spingere”. È il termine generico per un pugno o un colpo di spinta. Viene sempre combinato con un prefisso che ne indica l’altezza:
Sang Dan Jireugi: Colpo alto (al viso).
Choong Dan Jireugi: Colpo medio (al tronco).
Ha Dan Jireugi: Colpo basso.
Chi Gi (치기): Deriva dal verbo “Chida”, che significa “colpire” in un’azione più ampia o circolare. È usato per tutti i colpi che non sono una spinta diretta, come Son Kal Chi Gi (colpo a mano di taglio) o Pal Koop Chi Gi (colpita di gomito).
Sezione 3.4: Tecniche di Parata (Makgi – 막기)
Il termine Makgi (막기) deriva dal verbo “Makda”, che significa “bloccare” o “difendere”. La terminologia delle parate è un sistema logico che combina altezza e direzione.
Altezza: Ha Dan (basso), Choong Dan (medio), Sang Dan (alto).
Direzione:
An-eso Bak-uro (안에서 밖으로): “Dall’interno verso l’esterno”. Descrive una tecnica che parte dalla linea centrale del corpo e si muove verso l’esterno.
Bak-eso An-uro (밖에서 안으로): “Dall’esterno verso l’interno”. Descrive una tecnica che parte dall’esterno e si muove verso la linea centrale. Unendo questi elementi, si possono descrivere tecniche complesse con precisione. Ad esempio, “Choong Dan Bak-eso An-uro Makgi” è inequivocabilmente una “parata a livello medio dall’esterno verso l’interno”.
Sezione 3.5: Tecniche di Calcio (Jok Ki – 족기 / Cha Gi – 차기)
Il termine Cha Gi (차기) significa “calcio”. I nomi dei calci sono estremamente descrittivi della loro meccanica.
Ahp Cha Gi (앞 차기): “Calcio frontale” (Ahp = fronte).
Yup Cha Gi (옆 차기): “Calcio laterale” (Yup = lato).
Tollyo Cha Gi (돌려 차기): “Calcio che ruota” (Tollyo deriva da “Tolda”, ruotare).
Dwi Cha Gi (뒤 차기): “Calcio all’indietro” (Dwi = dietro).
Yup Hu Ryo Cha Gi (옆 후려 차기): “Calcio laterale che aggancia/frusta” (Hu Ryo ha il significato di un’azione a frusta).
Capitolo 4: I Concetti Astratti – Il Linguaggio della Filosofia
Questa è la terminologia più importante per comprendere l’anima dell’arte. Sono i termini che gli istruttori usano per spiegare il “perché” dietro ogni movimento.
I Tre Regni dell’Allenamento:
Weh Gong (외공 / 外功): “Abilità/Energia (Gong) Esterna (Weh)”. Si riferisce a tutto ciò che è fisico e visibile: forza muscolare, velocità, flessibilità, resistenza. È lo sviluppo del corpo come strumento.
Neh Gong (내공 / 內功): “Abilità/Energia (Gong) Interna (Neh)”. Si riferisce allo sviluppo delle qualità interne e invisibili: controllo della respirazione (Ho Hup), coltivazione dell’energia interna (Ki), concentrazione (Jip Joong), calma e lucidità mentale.
Shim Gong (심공 / 心功): “Abilità/Energia (Gong) del Cuore/Mente Spirituale (Shim)”. È il livello più elevato. Si riferisce allo sviluppo del carattere, della moralità e della saggezza. È l’applicazione dei principi etici dell’arte nella vita di tutti i giorni.
Principi Fondamentali:
Do (도 / 道): “La Via”. Questo è il concetto centrale. Indica che l’arte marziale non è una destinazione, ma un percorso di vita di autoperfezionamento senza fine.
Moo (무 / 武): “Marziale”. Come già analizzato, il suo significato più profondo è “fermare la lancia”, ovvero prevenire il conflitto. È un concetto di pace attraverso la forza.
Duk (덕 / 德): “Virtù”. L’integrità morale, l’onestà, l’umiltà e la compassione che devono guidare l’abilità marziale.
Ki (기 / 氣): L’energia vitale, la forza intrinseca che viene coltivata attraverso la respirazione e la concentrazione. Il grido marziale, Kihap (기합), è una delle sue manifestazioni, e significa letteralmente “unione (Hap) dell’energia (Ki)”.
Moo Shim (무심 / 無心): “Mente (Shim) Vuota (Moo)”. Uno stato mentale superiore, influenzato dal Buddismo Zen, in cui il praticante agisce e reagisce in modo spontaneo e perfetto, senza l’interferenza del pensiero cosciente, della paura o dell’ego.
Conclusione: Una Lingua Viva
La terminologia del Soo Bahk Do è molto più di un semplice elenco di parole da memorizzare per un esame. È un sistema linguistico completo, logico e profondamente integrato, che agisce come la chiave per accedere ai tesori più profondi dell’arte. Ogni termine, da un semplice comando come “Joon Bi” a un concetto profondo come “Shim Gong”, è un tassello di un mosaico che rivela una visione del mondo e un percorso per la crescita umana.
Imparare a “parlare” questa lingua trasforma l’esperienza dell’allenamento. Permette allo studente di comprendere le istruzioni con immediatezza, di analizzare le proprie tecniche con maggiore precisione e di connettersi a un livello più intimo con la filosofia che anima ogni movimento. È una lingua che si impara non solo con le orecchie, ma con tutto il corpo e con tutto lo spirito. Parlare la lingua del Dojang è il primo, fondamentale passo per iniziare a comprendere veramente la sua “Via”.
ABBIGLIAMENTO
Introduzione: Più di un Semplice Abito – La Veste della Via
Nel mondo delle arti marziali tradizionali, l’abbigliamento indossato durante la pratica non è mai un dettaglio casuale o una semplice scelta di sportswear. È un elemento carico di significato, un simbolo tangibile della disciplina, della filosofia e della tradizione che si sta studiando. Nel Soo Bahk Do, l’uniforme di pratica è conosciuta con il termine coreano Dobok (도복), un nome che, se analizzato, rivela immediatamente la sua profonda importanza. La parola è composta da due caratteri: “Do” (도/道), che significa “la Via”, il percorso di autoperfezionamento, e “Bok” (복/服), che significa “veste” o “abito”. Il Dobok non è quindi una semplice “uniforme da allenamento”, ma è letteralmente la “Veste della Via”.
Questo concetto eleva l’abbigliamento da un semplice requisito pratico a una parte integrante dell’esperienza marziale. Ogni sua componente, dalla giacca ai pantaloni, fino alla cintura che ne cinge la vita, è intrisa di funzionalità, simbolismo ed etichetta. Il Dobok è uno strumento che uniforma, che insegna e che connette il praticante a un lignaggio che attraversa generazioni.
In questo approfondimento, esploreremo l’universo del Dobok in tutta la sua completezza. Ne analizzeremo le origini storiche e le caratteristiche funzionali, scoprendo perché è progettato in un certo modo. Ci addentreremo nel ricco simbolismo dei suoi colori e dei suoi dettagli, svelando come il bianco della casacca e i diversi colori della cintura raccontino una storia di crescita e di aspirazione. Esamineremo le caratteristiche uniche che distinguono l’uniforme del Moo Duk Kwan da quelle di altre arti marziali e, infine, illustreremo la rigorosa etichetta che ne governa l’uso, dimostrando come anche la cura del proprio abbigliamento sia, in sé, una lezione di disciplina e rispetto.
Sezione 1: Il Dobok (도복) – Funzionalità e Simbolismo
L’uniforme standard del Soo Bahk Do è composta da una giacca (Jang-ee), un paio di pantaloni (Baji) e una cintura (Dee). Il suo design, apparentemente semplice, è in realtà il risultato di un’evoluzione che ha privilegiato la massima funzionalità per le esigenze specifiche della pratica marziale.
Origini e Sviluppo Storico
L’abito da allenamento bianco con giacca a V e pantaloni larghi, oggi universalmente associato alle arti marziali coreane e giapponesi, è uno sviluppo relativamente moderno. L’abbigliamento tradizionale coreano, l’Hanbok, con le sue linee ampie e i suoi materiali delicati, era del tutto inadatto a un’attività fisica intensa che prevede movimenti ampi, sudorazione e contatti fisici. Il modello del moderno Dobok, così come del Karategi giapponese, deriva in gran parte dal Judogi, l’uniforme da allenamento creata da Jigoro Kano, il fondatore del Judo, alla fine del XIX secolo. Kano sviluppò un abito in cotone pesante, resistente alle prese e agli strattoni, che permetteva al contempo una grande libertà di movimento. Questo modello si rivelò così pratico ed efficace che fu adottato e adattato da quasi tutte le principali arti marziali moderne dell’Asia orientale. Quando le arti marziali coreane furono sistematizzate e aperte al pubblico nel dopoguerra, l’adozione di un Dobok basato su questo modello fu una scelta naturale e logica.
Caratteristiche Fisiche e Funzionali
Il Materiale: Il Dobok è tipicamente realizzato in cotone al 100% o in una miscela di cotone e poliestere. La scelta del materiale risponde a esigenze precise. Il cotone è robusto, assorbente e traspirante, qualità essenziali per un’attività che comporta una sudorazione intensa e un notevole stress fisico sul tessuto. Le versioni in misto poliestere offrono maggiore leggerezza e una minore tendenza a restringersi e a sgualcirsi. Il peso del tessuto può variare: i principianti usano spesso uniformi più leggere, mentre i praticanti avanzati possono preferire un Dobok di cotone più pesante, che produce un caratteristico suono secco (“snap”) durante l’esecuzione di tecniche veloci e potenti, fornendo un feedback uditivo sulla corretta esecuzione.
Il Taglio e il Design: Ogni elemento del design è studiato per la massima efficienza marziale. La giacca (Jang-ee) con l’apertura a “V” sul davanti è meno restrittiva di una casacca con bottoni o lacci complessi e permette una rapida dissipazione del calore. I pantaloni (Baji) sono tagliati in modo molto ampio, specialmente nella zona del cavallo (spesso con un tassello a diamante, o “gusset”), per consentire al praticante di eseguire calci alti, spaccate e posizioni estremamente basse senza alcuna restrizione. Il design è volutamente semplice e privo di elementi superflui, un riflesso della filosofia marziale che privilegia la sostanza e la funzionalità rispetto all’apparenza.
Il Simbolismo del Colore Bianco
La scelta quasi universale del colore bianco per l’uniforme di base non è casuale, ma è carica di un profondo significato filosofico.
Purezza e Inizio: Il bianco è il colore dell’innocenza, dell’assenza di pregiudizi, di una pagina bianca pronta per essere scritta. Quando un nuovo studente indossa per la prima volta il suo Dobok, sta simbolicamente dichiarando di essere pronto ad apprendere, con la mente aperta e sgombra da preconcetti. È un seme che viene piantato nel terreno fertile del Dojang in inverno, in attesa di germogliare.
Uguaglianza: All’interno delle mura del Dojang, le distinzioni sociali del mondo esterno vengono annullate. Un amministratore delegato, un operaio, uno studente universitario e un adolescente, una volta indossato il Dobok bianco, sono tutti uguali. L’unica gerarchia riconosciuta è quella dell’esperienza e dell’impegno, rappresentata dal colore della cintura. Questo principio di uguaglianza è fondamentale per creare un ambiente di apprendimento basato sul merito e sul rispetto reciproco.
Umiltà: Un’uniforme semplice e standardizzata scoraggia l’ego e la vanità. L’attenzione non è sull’apparire, ma sull’essere. Il Dobok bianco ricorda costantemente al praticante che il focus del suo impegno deve essere l’arte stessa e il proprio miglioramento interiore, non l’esibizione esteriore.
Sezione 2: La Dee (띠) – La Mappa del Viaggio Marziale
Se il Dobok rappresenta la tela, la cintura, o Dee, è il pennello che, colore dopo colore, dipinge il quadro del progresso di un praticante. Ha una funzione pratica evidente, quella di tenere chiusa la giacca, ma il suo ruolo simbolico è infinitamente più importante.
Il Sistema dei Gradi Gup (급): Un Arcobaleno di Crescita
Il percorso da principiante a cintura nera è segnato da una progressione di cinture colorate, che rappresentano i gradi Gup. Nel Soo Bahk Do Moo Duk Kwan, ogni colore è stato scelto dal fondatore Hwang Kee per il suo specifico significato simbolico, che traccia un’analogia con il ciclo della natura e della crescita di una pianta.
Cintura Bianca (10° e 9° Gup): Rappresenta lo stato iniziale, l’inverno. Simboleggia la purezza, l’innocenza e il potenziale latente di un seme sepolto sotto la neve, pronto a iniziare il suo viaggio.
Cintura Arancione (8° e 7° Gup): Simboleggia i primi, timidi raggi di sole della primavera. La conoscenza inizia a germogliare. Lo studente inizia a comprendere i movimenti di base e a sviluppare una consapevolezza del proprio corpo.
Cintura Verde (6° e 5° Gup): Rappresenta la crescita vigorosa della pianta in piena primavera. Le tecniche dello studente iniziano a fiorire. C’è un rapido sviluppo delle abilità fisiche e una maggiore comprensione dei principi fondamentali.
Cintura Rossa (4°, 3° e 2° Gup): Simboleggia il calore e la potenza del sole estivo al suo culmine. La conoscenza dello studente è significativa e le sue tecniche sono potenti. Tuttavia, il colore rosso serve anche come segnale di pericolo: lo studente possiede un’abilità che può essere dannosa, ma non ha ancora raggiunto la maturità e il controllo totali. È una fase in cui l’enfasi sull’autocontrollo diventa fondamentale.
Cintura Blu Notte / Blu Scuro (1° Gup): Questa è l’ultima tappa prima del grado di Dan. Il colore blu notte simboleggia il cielo, la profondità dell’oceano, la maturità e la calma. Lo studente ha raggiunto un alto livello di abilità tecnica e inizia a guardare oltre l’orizzonte, comprendendo la vastità della conoscenza che ancora lo attende. È la transizione dalla crescita fisica alla maturazione spirituale.
Il Sistema dei Gradi Dan (단): L’Inizio della Vera Maestria
Il raggiungimento del primo grado Dan non è il punto di arrivo, ma il vero punto di partenza.
La Cintura Blu Notte dei Gradi Dan: Una delle caratteristiche più distintive del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan è che la cintura dei gradi Dan non è nera, ma di un profondo blu notte (midnight blue). La spiegazione filosofica di Hwang Kee era precisa: il nero rappresenta la fine, il punto di non ritorno, la morte. Ma un percorso basato sul “Do” è infinito. Il blu notte, invece, rappresenta l’universo, la calma, la saggezza e l’infinità. Simboleggia che il praticante ha completato un ciclo di apprendimento (quello dei Gup) e ora sta iniziando un nuovo, infinito viaggio di scoperta.
La Cintura dei Maestri (Sa Bom Nim): I maestri certificati (tipicamente dal 4° Dan in su) indossano una cintura blu notte unica, caratterizzata da una striscia rossa che corre longitudinalmente al centro della cintura per tutta la sua lunghezza. Questo design distintivo li identifica immediatamente come insegnanti e modelli di riferimento all’interno della comunità, unendo il blu della saggezza con il rosso della passione e dell’energia attiva.
Sezione 3: Dettagli e Distinzioni – Le Caratteristiche Uniche dell’Uniforme Moo Duk Kwan
Oltre alla cintura blu notte, ci sono altri dettagli che rendono l’uniforme del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan immediatamente riconoscibile.
Il Bordo Blu Notte (Trim): Tutti i praticanti che hanno raggiunto il grado di Dan (dal 1° in su) indossano un Dobok la cui giacca è bordata da un nastro di colore blu notte lungo i baveri. Questo “trim” è un segno visivo di status e di appartenenza. È una caratteristica iconica che distingue immediatamente un Dan del Moo Duk Kwan da una cintura nera di quasi tutte le altre arti marziali coreane.
Gli Stemmi (Patch): Sul Dobok vengono cuciti degli stemmi ufficiali che ne indicano l’affiliazione.
Stemma del Moo Duk Kwan: Lo stemma ufficiale della scuola, di forma circolare, viene tipicamente cucito sulla parte sinistra del petto, sopra il cuore. La sua simbologia è ricca: il pugno rappresenta l’azione marziale, le foglie d’alloro la pace, le bacche i continenti, e così via. Portarlo sul cuore significa un impegno personale verso i principi dell’arte.
Bandiere Nazionali: È comune vedere la bandiera della Corea del Sud (Taegeukgi) cucita su una manica e la bandiera della nazione del praticante (ad esempio, il tricolore italiano) sull’altra. Questo gesto simboleggia il rispetto per il paese di origine dell’arte e, al contempo, l’orgoglio per la propria identità nazionale.
Sezione 4: L’Etichetta del Dobok – Il Rispetto per la Veste
L’atteggiamento verso il Dobok è una parte integrante della disciplina. Esiste una vera e propria etichetta che ne governa l’uso, e il suo rispetto è una lezione costante.
Indossare il Dobok Correttamente: Il Dobok deve essere indossato in modo preciso. I lembi della giacca si incrociano sempre con il lato sinistro sopra il lato destro. La cintura deve essere legata con un nodo specifico, un nodo quadrato che garantisca una tenuta sicura e che risulti piatto. Al termine del nodo, i due lembi della cintura devono pendere alla stessa lunghezza. Questo dettaglio non è solo estetico, ma simbolico: rappresenta l’equilibrio tra la dimensione fisica (Weh Gong) e quella interiore (Neh Gong / Shim Gong) che il praticante deve sforzarsi di raggiungere.
La Cura e la Pulizia: Un Dobok deve essere sempre pulito e ben tenuto. Presentarsi a lezione con un’uniforme sporca, macchiata o strappata è considerato una grave mancanza di rispetto. È irrispettoso verso l’istruttore, che dedica il suo tempo all’insegnamento; verso i propri compagni, che meritano di allenarsi in un ambiente pulito e dignitoso; e verso sé stessi, perché denota una mancanza di autodisciplina.
Il Rituale della Piega: Al termine di ogni allenamento, il Dobok non viene gettato con noncuranza nella borsa. Esiste un metodo formale e preciso per piegarlo. I pantaloni vengono piegati in un certo modo, la giacca in un altro, e infine la cintura viene usata per legare il tutto in un pacchetto ordinato. Questo piccolo rituale è un atto meditativo. Serve a concludere formalmente la sessione di allenamento, a mostrare un ultimo gesto di apprezzamento per la pratica svolta e a coltivare un’abitudine all’ordine e alla cura dei dettagli.
Comportamento in Dobok: Un praticante che indossa il Dobok, specialmente al di fuori dell’area di allenamento, è un ambasciatore della sua scuola e della sua arte. Per questo motivo, esistono regole di comportamento severe: non si dovrebbe mangiare, bere, fumare o usare un linguaggio scurrile mentre si indossa l’uniforme. Il Dobok è una “veste da lavoro” per un lavoro molto serio: quello sulla Via.
Conclusione: La Seconda Pelle del Praticante
Come emerge da questa analisi approfondita, l’abbigliamento nel Soo Bahk Do è un universo complesso e significativo. Il Dobok e la Dee non sono semplici accessori, ma elementi centrali e attivi dell’esperienza di apprendimento. L’uniforme, con la sua funzionalità e il suo simbolismo, fornisce il contesto fisico e mentale per la pratica. La cintura, con la sua progressione di colori, traccia una mappa visibile del viaggio interiore dello studente.
Con il passare degli anni, per il praticante devoto, il Dobok cessa di essere un semplice abito e diventa una sorta di seconda pelle. L’atto di indossarlo prima di ogni lezione diventa un segnale psicologico, un rito di passaggio che segna la transizione dalla vita di tutti i giorni all’ambiente focalizzato e sacro del Dojang. Diventa un promemoria costante dei valori dell’arte – umiltà, uguaglianza, purezza – e dell’impegno personale preso nel momento in cui si è deciso di intraprendere la lunga, difficile ma immensamente gratificante “Via” del Soo Bahk Do.
ARMI
Introduzione: L’Estensione del Corpo – Il Concetto di Arma nel Soo Bahk Do
A prima vista, potrebbe sembrare una contraddizione parlare di armi in un’arte marziale il cui nome, Soo Bahk Do (수박도), si traduce letteralmente in “La Via del Combattimento con le Mani”. L’arte è, nella sua essenza e nel suo nucleo, un sistema di combattimento a corpo libero. La stragrande maggioranza del percorso di un praticante, dai primi passi come cintura bianca fino ai gradi più alti di cintura nera, è dedicata alla padronanza del proprio corpo come unica e più fondamentale arma. Eppure, il curriculum del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan include, ai suoi livelli più avanzati, un ricco e sofisticato programma di addestramento con le armi tradizionali, noto come Moo Ki Sool (무기술).
Questa apparente contraddizione si risolve quando si comprende la filosofia che sta alla base dell’uso delle armi nel Moo Duk Kwan. Un’arma non è vista come una disciplina separata o un’aggiunta accessoria, ma come una naturale estensione del corpo e dei principi a corpo libero. La logica è stringente: se un praticante ha imparato a generare potenza dalle anche per sferrare un pugno, userà la stessa identica meccanica corporea per sferrare un fendente con una spada. Se ha imparato a muoversi in modo stabile e fluido in una posizione, userà quella stessa stabilità per maneggiare un bastone lungo. L’arma non è un sostituto della tecnica a corpo libero, ma un amplificatore e un banco di prova per essa.
L’addestramento con le armi nel Soo Bahk Do è quasi esclusivamente riservato ai praticanti di alto livello (Ko Dan Ja – 고단자, tipicamente dal 2° o 3° Dan in su). Questa non è una scelta casuale, ma una decisione pedagogica profondamente radicata nella filosofia dell’arte. Un principiante non ha ancora la coordinazione, il controllo o la maturità per maneggiare in sicurezza uno strumento potenzialmente letale. Prima di poter padroneggiare un oggetto esterno, un praticante deve aver raggiunto un alto grado di padronanza del proprio corpo, della propria mente e delle proprie emozioni. L’introduzione delle armi è quindi una tappa fondamentale nel viaggio marziale, un segno di raggiunta maturità e un nuovo, entusiasmante capitolo di apprendimento.
Questo approfondimento esplorerà l’universo delle armi del Soo Bahk Do in modo completo. Inizieremo tracciando il contesto storico delle armi tradizionali coreane per capire da quale ricco patrimonio attinge il Moo Duk Kwan. Analizzeremo poi la filosofia che guida l’uso delle armi come strumento didattico per affinare le abilità a corpo libero e per coltivare una maggiore responsabilità. Infine, ci addentreremo in un’analisi dettagliata delle principali armi presenti nel curriculum – il bastone lungo (Bong), la spada (Geom), il bastone corto (Dan Bong) e il coltello (Dan Geom) – esaminandone le caratteristiche, le tecniche e le forme, per comprendere come ogni strumento offra lezioni uniche sulla Via del Guerriero.
Capitolo 1: Il Contesto Storico – Le Armi Tradizionali della Corea
La decisione del fondatore Hwang Kee di includere un programma di armi nel curriculum del Moo Duk Kwan non fu un’invenzione estemporanea, ma un atto deliberato per ricollegare la sua arte al ricco e completo patrimonio marziale della Corea. La storia coreana è una storia di conflitti e di resistenza, e i suoi guerrieri hanno sviluppato e perfezionato un arsenale completo di armi nel corso dei secoli.
Le Armi dei Tre Regni e della Dinastia Goryeo
Fin dai tempi antichi, i guerrieri coreani erano rinomati per la loro abilità con diverse armi.
La Spada (Geom – 검): La spada ha sempre avuto un posto d’onore. A differenza del Katana giapponese, tipicamente curvo e a un solo taglio, la spada tradizionale coreana, il Geom, era spesso dritta e a doppio taglio, un design versatile adatto sia ai fendenti che agli affondi. Esisteva anche una versione a un solo taglio e leggermente curva, il Do (도). Per la classe guerriera, come i Hwarang di Silla, la spada non era solo un’arma, ma un simbolo di status, onore e coraggio.
La Lancia (Chang – 창) e l’Arco (Gung – 궁): Sul campo di battaglia, la lancia era l’arma principale della fanteria, essenziale per affrontare le cariche di cavalleria, mentre l’arco composito coreano era un’arma leggendaria, temuta in tutta l’Asia per la sua potenza e la sua gittata.
Queste armi rappresentano la tradizione marziale “ufficiale” della Corea, quella praticata dagli eserciti e dalla nobiltà.
Le Armi del Muye Dobo Tongji: Un’Enciclopedia Marziale
La fonte storica più importante per comprendere la vastità delle arti marziali coreane, incluse quelle con le armi, è il Muye Dobo Tongji, il manuale militare illustrato del 1790. Questo testo, che fu una fonte di ispirazione fondamentale per Hwang Kee, non descrive solo il combattimento a mani nude (Kwonbup), ma dedica la maggior parte dei suoi volumi a un’analisi dettagliata di 24 diverse discipline marziali. Tra queste troviamo:
Il Bastone Lungo (Gon Bong – 곤봉): Il manuale descrive tecniche sofisticate di combattimento con il bastone, mostrando la sua importanza non solo come arma improvvisata, ma come disciplina marziale a pieno titolo.
La Spada a Due Mani (Ssang Soo Do – 쌍수도): Un capitolo è dedicato all’uso della lunga spada a due mani, un’arma temibile che richiedeva grande forza e abilità.
La Lancia con Lama (Woldo – 월도): Una sorta di falcione montato su un lungo bastone, simile al Guan Dao cinese.
Lo studio di questo manuale rivelò a Hwang Kee che la tradizione marziale coreana era olistica e completa, e che separare il combattimento a corpo libero da quello armato sarebbe stato un tradimento di questa eredità.
Le Armi del Popolo: Strumenti di Autodifesa
Oltre alle armi militari, esisteva un arsenale di “armi del popolo”, strumenti di uso quotidiano o armi facilmente occultabili utilizzate da contadini, monaci viaggiatori o cittadini comuni per l’autodifesa. Il bastone da passeggio, attrezzi agricoli come il falcetto, e il coltello erano strumenti comuni che potevano, all’occorrenza, diventare armi efficaci. Questa tradizione “civile” dell’uso delle armi si collega direttamente all’enfasi del Soo Bahk Do sull’autodifesa pratica.
Capitolo 2: La Filosofia dell’Arma nel Moo Duk Kwan
Comprendere il contesto storico ci aiuta a capire da dove provengono le armi, ma la domanda più importante è perché vengono praticate oggi. In un’epoca in cui il combattimento con spade e bastoni non è più una realtà quotidiana, lo scopo del loro studio è diventato primariamente didattico e filosofico.
L’Arma come Strumento per Perfezionare il Corpo Libero
L’addestramento con le armi nel Soo Bahk Do è concepito come un percorso di studi avanzato che serve a rafforzare e raffinare le abilità già acquisite a corpo libero.
Sviluppo della Coordinazione e della Consapevolezza Spaziale: Un bastone lungo estende il raggio d’azione del praticante di oltre un metro in ogni direzione. Per maneggiarlo senza colpire sé stessi o i propri compagni e per controllarne la traiettoria con precisione, è necessario sviluppare un livello di coordinazione occhio-mano e una consapevolezza del proprio corpo nello spazio (propriocezione) molto superiori a quelle richieste dalla pratica a corpo libero.
Rinforzo Esponenziale dei Principi Fondamentali: Questo è forse il beneficio più importante. È fisicamente impossibile maneggiare un’arma pesante e lunga come un Bong usando solo la forza delle braccia. Il peso dell’arma costringe letteralmente il praticante a usare tutto il suo corpo in modo integrato. Per eseguire un fendente potente, bisogna spingere con i piedi, ruotare violentemente le anche (Heo Ri) e trasferire l’energia attraverso il nucleo del corpo fino alle braccia. L’arma diventa un severo e onesto insegnante che punisce immediatamente ogni scorciatoia o errore nella meccanica corporea. I principi di base, che a corpo libero potevano essere eseguiti in modo imperfetto, con l’arma devono essere perfetti.
Allenamento Superiore della Concentrazione (Jip Joong – 집중): Praticare una forma a mani nude richiede concentrazione. Praticare una forma con una spada, anche se di legno, richiede una concentrazione assoluta. Un singolo istante di distrazione, un errore di calcolo nella distanza, può portare a un infortunio. Questo elemento di pericolo intrinseco (seppur controllato) eleva lo stato mentale del praticante, forgiando una concentrazione più acuta e una mente più calma sotto pressione.
Responsabilità, Controllo (Him Cho Chung) e Virtù (Duk)
Introdurre un’arma nell’equazione dell’allenamento aggiunge una dimensione etica di fondamentale importanza. Al praticante non viene semplicemente insegnato come usare uno strumento, ma gli viene affidata una grande responsabilità.
Controllo della Potenza: Il concetto di Him Cho Chung (힘 조정), il controllo della potenza, che a corpo libero si traduce nel non colpire il proprio partner durante lo sparring, con un’arma assume un significato molto più serio. Il praticante deve imparare a controllare un oggetto che potrebbe causare danni gravi, eseguendo tecniche a piena velocità e potenza ma fermandosi a un centimetro dal bersaglio. È l’esercizio di controllo definitivo.
Virtù Marziale (Moo Duk): L’addestramento con le armi è una lezione pratica sulla filosofia del Moo Duk Kwan (“Scuola della Virtù Marziale”). L’abilità (Moo) di usare un’arma deve essere sempre governata dalla virtù (Duk). Il praticante impara a rispettare il potere dello strumento che ha in mano e comprende a un livello più profondo che la vera forza non risiede nella capacità di distruggere, ma nella saggezza e nella disciplina di non farlo se non in circostanze estreme.
Capitolo 3: Il Re delle Armi – Il Bong (봉), il Bastone Lungo
L’arma fondamentale e la prima a essere introdotta nel curriculum avanzato del Soo Bahk Do è il Bong, o bastone lungo. La sua universalità, semplicità e incredibile versatilità ne fanno lo strumento didattico perfetto.
Storia e Simbolismo
Il bastone è probabilmente la prima arma dell’umanità dopo la pietra. È presente in quasi tutte le culture marziali del mondo. Il suo simbolismo è duale: da un lato, è un’arma potente e temibile; dall’altro, è un umile bastone da passeggio, un supporto per monaci, pellegrini e viaggiatori. Questa dualità si sposa perfettamente con la filosofia del Moo Duk Kwan: un’arte che insegna una formidabile abilità marziale, ma il cui scopo ultimo è supportare l’individuo nel suo pacifico viaggio lungo la “Via”.
Caratteristiche e Tecniche Fondamentali (Ki Cho)
Il Bong utilizzato nel Soo Bahk Do è tipicamente un bastone di legno duro o di rattan, lungo all’incirca quanto l’altezza del praticante.
La Presa (Jap Ki – 잡기): La presa standard divide il bastone in tre sezioni uguali. Le mani sono posizionate ai limiti della sezione centrale, con i palmi orientati in direzioni opposte (una mano con il palmo verso l’alto, l’altra verso il basso). Questo permette la massima leva e controllo. Durante i movimenti fluidi, una mano agisce come perno e fonte di potenza, mentre l’altra (“mano viva”) scivola lungo il legno per estendere o accorciare il raggio d’azione.
Tecniche di Parata (Makgi): Il Bong è un’arma difensiva eccezionale. Le parate alte (Sang Dan Makgi) possono deviare colpi dall’alto con grande forza. Le parate medie (Choong Dan Makgi) possono spazzare via attacchi al tronco. Le parate basse (Ha Dan Makgi) proteggono efficacemente le gambe. L’allenamento insegna a usare l’intera lunghezza del bastone per creare una barriera quasi impenetrabile.
Tecniche di Attacco (Kong Kyuk): L’arsenale offensivo è vario:
Colpi (Chi Gi – 치기): Includono colpi discendenti verticali, colpi orizzontali e diagonali, e ampi movimenti circolari a mulinello, che sfruttano la forza centrifuga per generare un’enorme potenza.
Punte (Jireugi – 지르기): Usando l’estremità del bastone come una lancia, si possono sferrare affondi rapidi e precisi a lunga distanza.
Tecniche di Controllo: Il bastone può essere usato per agganciare gli arti o il collo di un avversario, per sbilanciarlo o per applicare leve dolorose.
Le Forme di Bastone (Bong Hyung – 봉형)
Il cuore della pratica con il Bong risiede nelle sue forme. Il curriculum del Moo Duk Kwan include una serie di Bong Hyung create o adattate dal fondatore. Una forma tipica, come la Bong Hyung Il Bu, è un esercizio complesso che unisce tutte le tecniche di base in una sequenza fluida e logica. La forma potrebbe iniziare con una serie di parate per difendersi da attacchi provenienti da più direzioni, seguita da una serie di affondi e colpi circolari per contrattaccare, il tutto eseguito con spostamenti e cambi di posizione che insegnano a gestire lo spazio. Praticare una Bong Hyung non è solo un esercizio fisico, ma anche un intenso esercizio mentale di memorizzazione, coordinazione e strategia.
Capitolo 4: La Lama della Disciplina – Il Geom (검), la Spada
Se il bastone è l’arma del popolo, la spada, o Geom, è l’arma del guerriero nobile, il simbolo della disciplina, della precisione e della decisione. L’addestramento con la spada nel Soo Bahk Do è un’immersione in uno stato mentale di estrema concentrazione e rispetto.
Etichetta e Filosofia della Spada
Più di ogni altra arma, la spada è circondata da un’etichetta rigorosa.
La Pratica con il Mok Geom: L’allenamento si svolge quasi esclusivamente con una spada di legno (Mok Geom – 목검) o, a livelli molto alti, con una spada di metallo senza filo (Ka Geom). Questo per ovvie ragioni di sicurezza, ma anche perché il legno costringe a sviluppare la tecnica corretta senza fare affidamento sul filo di una lama.
Il Rituale: Esiste un rituale preciso per maneggiare la spada. Il modo in cui viene impugnata, il modo in cui ci si inchina con essa (Geom Rye – 검례), il modo in cui viene sguainata (Bal Geom) e rinfoderata (Chak Geom) sono tutti gesti formali che insegnano rispetto per l’arma e per la tradizione che essa rappresenta. Ogni movimento deve essere deliberato e consapevole.
Tecniche e Forme di Spada (Geom Hyung – 검형)
L’uso della spada nel Soo Bahk Do si concentra sulla purezza e l’efficienza del movimento.
Tecniche di Taglio (Bae Gi – 베기): L’allenamento si focalizza su otto tagli fondamentali che coprono tutte le direzioni possibili: verticale discendente, orizzontale (destro e sinistro), diagonale discendente (destro e sinistro), diagonale ascendente (destro e sinistro) e un affondo. Ogni taglio deve essere eseguito con tutto il corpo, usando le gambe e le anche per guidare la lama, non solo le braccia.
Le Forme di Spada: Le Geom Hyung sono esercizi di sublime concentrazione. A differenza delle forme di bastone, spesso dinamiche e veloci, le forme di spada sono generalmente più lente, maestose e meditative. Ogni movimento è eseguito con un’intenzione chiara e una precisione millimetrica. Il ritmo è scandito da momenti di immobilità tesa, seguiti da un’esplosione di energia nel taglio, e di nuovo la calma. La pratica della Geom Hyung è un esercizio di controllo emotivo, che insegna a rimanere calmi e centrati anche quando si maneggia uno strumento di tale potenziale letale.
Capitolo 5: Altre Armi del Curriculum – Il Dan Bong (단봉) e il Coltello (Dan Geom – 단검)
Oltre alle due armi principali, il curriculum avanzato del Moo Duk Kwan esplora anche l’uso di armi più corte e orientate all’autodifesa.
Il Dan Bong (단봉) – Il Bastone Corto
Il Dan Bong è un bastone corto, lungo all’incirca quanto l’avambraccio. È un’arma da difesa personale per eccellenza: facilmente trasportabile (o improvvisabile con un ombrello corto, una rivista arrotolata, ecc.) e incredibilmente efficace a distanza ravvicinata.
Tecniche: A differenza del Bong, che si basa sulla lunga distanza, il Dan Bong eccelle nel combattimento corpo a corpo. Le sue tecniche includono: colpi rapidi a percussione su punti sensibili (polsi, clavicole, costole), tecniche di aggancio e intrappolamento degli arti dell’avversario, e, soprattutto, l’applicazione di leve articolari e strangolamenti estremamente dolorosi e controllanti. La pratica del Dan Bong insegna a muoversi in spazi ristretti e a trasformare una difesa in un controllo totale dell’aggressore.
Il Dan Geom (단검) – Il Coltello
L’addestramento con il coltello nel Soo Bahk Do ha una finalità quasi esclusivamente difensiva. In un mondo moderno dove un’aggressione con un’arma da taglio è una minaccia reale, lo scopo non è imparare a usare un coltello, ma a capire come sopravvivere a un attacco di coltello.
Difesa da Coltello (Dan Geom Bang Eo – 단검 방어): L’allenamento si svolge con repliche di gomma o legno. I praticanti imparano una serie di principi fondamentali: mantenere la distanza, usare oggetti comuni come barriere, muoversi costantemente per non essere un bersaglio statico e, come ultima risorsa, le tecniche per deviare l’arma e controllare il braccio armato dell’aggressore.
Realismo e Umiltà: L’allenamento con il coltello è una lezione di umiltà. Insegna che non esistono tecniche “infallibili” contro un’arma da taglio e che la migliore difesa è sempre la fuga, se possibile. La pratica serve a programmare delle reazioni istintive che possano aumentare le possibilità di sopravvivenza in uno scenario da incubo.
Conclusione: L’Unità di Corpo e Strumento
Il programma di armi del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan è un percorso di studi post-laurea per il marzialista. È un mondo in cui i principi appresi con fatica a corpo libero vengono messi alla prova, raffinati e amplificati. Dal bastone, il praticante impara la vera natura della potenza che nasce dal corpo intero. Dalla spada, impara il significato della concentrazione assoluta e della responsabilità. Dal bastone corto e dal coltello, impara i principi crudi ed efficaci dell’autodifesa a distanza ravvicinata.
La lezione finale dell’addestramento con le armi è l’unità tra il corpo e lo strumento. Dopo anni di pratica, l’arma cessa di essere un oggetto estraneo tenuto in mano e diventa parte integrante del praticante, un’estensione della sua volontà e del suo spirito. I principi del Soo Bahk Do – equilibrio, controllo, calma, potenza generata dal centro – fluiscono attraverso l’acciaio o il legno con la stessa naturalezza con cui fluiscono attraverso un pugno o un calcio. E, cosa ancora più importante, le lezioni apprese dall’arma – la concentrazione richiesta dalla spada, la potenza generata dal bastone – ritornano al praticante, arricchendo e approfondendo la sua pratica a mani nude. L’addestramento con le armi chiude il cerchio, realizzando pienamente l’ideale olistico del Moo Duk Kwan: la ricerca della maestria non solo sul proprio corpo, ma su ogni strumento che esso impugna, guidata sempre dalla saggezza, dalla disciplina e dalla virtù.
A CHI E' INDICATO E A CHI NO
Introduzione: Oltre la Demografia – Un’Arte Marziale per un Certo Tipo di Mentalità
Quando ci si pone la domanda “a chi è adatta un’arte marziale?”, la risposta più semplice e immediata potrebbe essere: “a tutti”. In linea di principio, il Soo Bahk Do, con la sua metodologia di allenamento scalabile e la sua enfasi sulla tecnica corretta piuttosto che sulla sola prestanza atletica, è un’arte che può essere praticata da persone di quasi ogni età, sesso e costituzione fisica. Tuttavia, una risposta così generica sarebbe incompleta e superficiale.
La vera idoneità di un individuo alla pratica del Soo Bahk Do dipende molto meno dalle sue caratteristiche fisiche e molto di più da un insieme più sottile e profondo di fattori: le sue motivazioni, i suoi obiettivi, il suo temperamento e le sue aspettative. Questo perché il Soo Bahk Do non si presenta semplicemente come uno sport, un programma di fitness o un corso di autodifesa. Si presenta, prima di tutto, come un “Do” (도/道), una “Via” di autoperfezionamento. Questa distinzione è fondamentale e costituisce la chiave di volta per comprendere chi troverà in questa disciplina un percorso appagante e duraturo, e chi, invece, potrebbe trovare maggiore soddisfazione in altre attività.
Questo capitolo si propone di esplorare in modo dettagliato e neutrale questa complessa questione di “compatibilità”. Non si tratta di stilare una lista di pro e contro, ma di delineare dei profili. Nella prima parte, analizzeremo le caratteristiche, le aspirazioni e le mentalità degli individui per i quali il Soo Bahk Do si rivela una scelta particolarmente indicata, spiegando come la sua struttura, la sua filosofia e la sua metodologia rispondano perfettamente alle loro esigenze. Nella seconda parte, con uguale rispetto e senza alcun giudizio, analizzeremo i profili di coloro che, in base ai loro obiettivi specifici, potrebbero trovare altre discipline marziali o sportive più in linea con ciò che cercano. L’obiettivo finale non è escludere, ma orientare, offrendo una riflessione onesta che possa aiutare ogni potenziale praticante a compiere una scelta consapevole.
Parte 1: A Chi è Particolarmente Indicato il Soo Bahk Do
Esistono diverse categorie di persone che troveranno nel Soo Bahk Do un ambiente di apprendimento e di crescita eccezionalmente fertile. Queste persone sono accomunate non tanto da attributi fisici, quanto da una ricerca interiore che va oltre la semplice attività fisica.
Il Ricercatore della Tradizione e della Profondità Culturale
Questo profilo corrisponde a una persona che non si accontenta di imparare una serie di movimenti, ma che desidera immergersi in una tradizione ricca e autentica. È un individuo affascinato dalla storia, incuriosito dalla filosofia e rispettoso della cultura che ha dato origine all’arte. Per questa persona, l’apprendimento di un’arte marziale è un’esperienza culturale oltre che fisica.
Il Soo Bahk Do risponde magnificamente a questa esigenza. L’enfasi posta dal suo fondatore, Hwang Kee, sulla riscoperta delle radici storiche del Subak e sullo studio di testi antichi come il Muye Dobo Tongji permea l’intera disciplina. L’uso costante e corretto della terminologia coreana, la pratica di Hyung (forme) che hanno un lignaggio secolare, e l’adesione a una rigorosa etichetta di Dojang non sono visti come ostacoli, ma come porte d’accesso a una comprensione più profonda. Il ricercatore della tradizione troverà appagamento nello scoprire il significato simbolico del suo Dobok (uniforme) e della sua Dee (cintura), e si sentirà parte di una catena di trasmissione del sapere (lignaggio) che lo connette direttamente al fondatore e ai maestri del passato. Per lui, il Soo Bahk Do non è un prodotto moderno, ma un’eredità vivente.
L’Individuo in Cerca di Sviluppo Personale Olistico
Questo è il profilo di chi cerca nelle arti marziali uno strumento per migliorare sé stesso nella sua interezza: corpo, mente e spirito. L’obiettivo non è semplicemente diventare più forti o imparare a difendersi, ma diventare persone più disciplinate, concentrate, calme e consapevoli.
L’intera struttura del Soo Bahk Do come “Do” è progettata per questo scopo. Lo sviluppo olistico è il fine ultimo della pratica.
Sviluppo del Corpo (Weh Gong): Attraverso l’allenamento fisico rigoroso, si migliora la forza, la flessibilità, la coordinazione e la salute generale.
Sviluppo della Mente (Neh Gong): La pratica meticolosa delle Hyung è una forma di meditazione in movimento che affina la concentrazione (Jip Joong) e la capacità di focalizzazione. Il controllo del respiro (Ho Hup) insegna a gestire lo stress e a mantenere la calma sotto pressione.
Sviluppo dello Spirito/Carattere (Shim Gong): Il codice etico del Moo Duk Kwan, riassunto negli Otto Concetti Chiave (Coraggio, Umiltà, Integrità, ecc.) e nei Dieci Articoli di Fede, fornisce una bussola morale. Questi principi non vengono solo discussi, ma vengono attivamente coltivati attraverso la pratica. L’umiltà, ad esempio, si impara accettando una correzione, non leggendo un libro. Chi cerca un percorso di crescita strutturato e profondo troverà nel Soo Bahk Do un laboratorio eccezionale per forgiare il proprio carattere.
L’Adulto in Cerca di una Pratica Sostenibile a Lungo Termine
Molti adulti, magari a 30, 40, 50 anni o anche oltre, desiderano iniziare o riprendere un’arte marziale, ma sono preoccupati per gli infortuni o per non poter competere con l’atletismo dei più giovani. Il Soo Bahk Do è un’opzione eccezionale per questo profilo.
La sua metodologia di insegnamento è progressiva e pone un’enfasi enorme sulla corretta biomeccanica e sulla tecnica precisa piuttosto che sulla mera forza bruta o sulla velocità esplosiva. Questo approccio non solo rende l’arte efficace anche per chi non possiede doti atletiche eccezionali, ma soprattutto la rende sicura e sostenibile nel tempo. L’obiettivo non è saltare più in alto o calciare più velocemente di un ventenne, ma padroneggiare i movimenti in un modo che sia efficiente e salutare per il proprio corpo, a qualsiasi età. Poiché il fine ultimo è il miglioramento personale e non la vittoria in gara, non c’è la pressione della competizione. Un praticante di 50 anni può allenarsi serenamente al fianco di uno di 20, entrambi concentrati sul proprio, personale percorso di apprendimento. Questa caratteristica rende il Soo Bahk Do un’arte che può essere praticata e approfondita per tutta la vita.
Il Genitore che Cerca un Ambiente Formativo per i Propri Figli
Un numero crescente di genitori iscrive i propri figli a corsi di arti marziali non tanto per insegnare loro a combattere, quanto per trasmettere valori e abilità che saranno utili in ogni aspetto della loro vita. Cercano un ambiente che possa insegnare la disciplina, il rispetto per le regole e per gli altri, la fiducia in sé stessi, la capacità di concentrazione e la perseveranza di fronte alle difficoltà.
Il Dojang tradizionale di Soo Bahk Do è strutturato per offrire esattamente questo. L’ambiente è formale e disciplinato. I bambini imparano fin dal primo giorno a salutare con rispetto (Kyung Rye), a rispondere ai comandi (Charyot, Joon Bi), a indossare correttamente la loro uniforme e a rivolgersi all’istruttore e ai compagni più anziani con i titoli appropriati. La struttura gerarchica basata sull’esperienza (Sun Bae/Hu Bae) insegna il rispetto per chi è più avanti nel percorso. Il superamento degli esami di grado (Shim Sa) insegna a porsi un obiettivo e a lavorare duramente per raggiungerlo. In un’epoca di gratificazione istantanea, il Soo Bahk Do insegna il valore dell’impegno a lungo termine, rendendolo un’eccellente scuola di carattere per i più giovani.
Parte 2: A Chi Potrebbe non Essere Indicato (o Chi Potrebbe Trovare Altre Discipline più Adatte)
È altrettanto importante analizzare, in modo onesto e non giudicante, i profili di coloro le cui aspettative potrebbero non essere in linea con la natura del Soo Bahk Do. Questo non implica un difetto né nella persona né nell’arte, ma semplicemente una non corrispondenza di obiettivi.
L’Atleta Puramente Competitivo e Orientato ai Tornei
Questo è il profilo dell’individuo la cui principale motivazione è l’agonismo. Il suo obiettivo è misurarsi costantemente con altri atleti, partecipare a un circuito di gare fitto di appuntamenti, vincere medaglie e scalare classifiche nazionali e internazionali.
Sebbene la World Moo Duk Kwan organizzi i propri tornei e competizioni, è necessario essere chiari: l’agonismo non è l’obiettivo primario dell’arte. Il circuito competitivo del Soo Bahk Do è molto più piccolo, meno frequente e meno visibile rispetto a quello di arti marziali prettamente sportive come il Taekwondo Olimpico, il Karate sportivo (WKF) o il Judo. Un individuo che vive per il brivido della gara e che sogna di partecipare a campionati nazionali o mondiali con cadenza regolare, troverebbe probabilmente un ambiente più stimolante e maggiori opportunità in una federazione sportiva nazionale focalizzata sull’agonismo.
Chi Cerca Risultati Immediati, un “Corso Rapido” o un “Workout”
Questo profilo corrisponde alla persona che cerca una soluzione veloce. Potrebbe essere qualcuno che vuole un “corso di autodifesa di sei settimane” per sentirsi più sicuro, o qualcuno che cerca un programma di fitness ad alta intensità (“martial arts workout”) per perdere peso rapidamente.
La natura stessa del Soo Bahk Do come “Do” (Via) è antitetica a questo approccio. La progressione è volutamente lenta, metodica e profonda. Richiede pazienza, dedizione e un impegno a lungo termine. Prima di poter applicare le tecniche in modo efficace, lo studente deve passare mesi, se non anni, a perfezionare le basi: le posizioni, le parate, i colpi fondamentali. Chi cerca gratificazione istantanea si scontrerebbe con una realtà fatta di ripetizione meticolosa e di progresso graduale, e potrebbe facilmente sentirsi frustrato e abbandonare.
L’Appassionato di MMA e di “Full Contact Realistico”
Questo è il praticante il cui interesse è primariamente focalizzato sul combattimento a pieno contatto, sullo sparring “realistico” e sul mondo delle Mixed Martial Arts (MMA). Per lui, la prova definitiva dell’efficacia di un’arte marziale risiede nella sua capacità di funzionare in un contesto di combattimento non cooperativo e ad alta intensità.
Sebbene le tecniche del Soo Bahk Do siano efficaci e radicate in principi di combattimento validi, la metodologia di allenamento è diversa. Lo sparring (Ja Yu Deh Ryun) è tipicamente semi-contact e finalizzato all’apprendimento tecnico, non alla simulazione di un combattimento da strada o da gabbia. L’enfasi è sul controllo e sulla sicurezza. Un individuo che cerca l’allenamento specifico, la durezza e l’adrenalina dello sparring a pieno contatto, troverebbe discipline come la Muay Thai, la Kickboxing, il Sanda o il Brazilian Jiu-Jitsu (per il grappling) molto più allineate con i suoi obiettivi e la sua mentalità.
L’Individualista Refrattario alla Struttura, alla Formalità e alla Gerarchia
Questo profilo appartiene a una persona che, per temperamento, preferisce ambienti di apprendimento informali e non strutturati. Potrebbe sentirsi a disagio con rituali, uniformi, gerarchie e un’etichetta formale.
Come abbiamo visto, la struttura del Soo Bahk Do è intrinsecamente formale e gerarchica. L’etichetta del Dojang, i saluti, l’uso dei titoli onorifici e il rispetto per la linea di anzianità non sono dettagli superflui, ma sono considerati strumenti didattici essenziali per coltivare l’umiltà e la disciplina. Un individuo che vede queste formalità come inutili orpelli o come una restrizione alla propria libertà individuale, farebbe fatica ad adattarsi e a cogliere il significato culturale e filosofico che esse rivestono. Probabilmente si troverebbe più a suo agio in una palestra di sport da combattimento dall’atmosfera più informale e meno ritualizzata.
Conclusione: Una Questione di Allineamento tra Persona e “Via”
In conclusione, la decisione di praticare Soo Bahk Do dovrebbe essere basata su un’onesta auto-valutazione dei propri obiettivi. Non si tratta di determinare se una persona è “abbastanza brava” o se l’arte è “abbastanza efficace”, ma di capire se c’è un allineamento tra il percorso offerto dalla disciplina e le aspirazioni dell’individuo.
Il Soo Bahk Do si rivela un’arte marziale di una profondità e di un valore inestimabili per coloro che vi si avvicinano con uno spirito di ricerca, con pazienza, con un desiderio di apprendimento che abbraccia tanto la mente quanto il corpo. È la scelta ideale per chi non vuole solo imparare a combattere, ma vuole imparare a vivere in modo più disciplinato, consapevole e integrato. Per queste persone, il Soo Bahk Do non è semplicemente “indicato”; può diventare una passione che dura tutta la vita, una “Via” che continua a offrire nuove lezioni e nuove scoperte a ogni passo del cammino.
CONSIDERAZIONI PER LA SICUREZZA
Introduzione: La Sicurezza come Pilar del “Do” – Un Approccio Proattivo
Nel mondo delle arti marziali, dove il corpo viene spinto ai suoi limiti e si apprendono tecniche potenzialmente pericolose, il tema della sicurezza non è un semplice corollario o una nota a piè di pagina, ma un principio fondante e inscindibile dalla pratica stessa. In un’arte tradizionale come il Soo Bahk Do, che si definisce come un “Do” (도/道), una “Via” di autoperfezionamento, la sicurezza assume una valenza ancora più profonda. Non è vista come un insieme di restrizioni che limitano l’efficacia, ma come un approccio proattivo e intelligente all’allenamento, una manifestazione diretta del controllo, della disciplina e del rispetto che sono al cuore della filosofia dell’arte.
Un praticante che si allena in modo sconsiderato, che ignora i propri limiti o che mette a rischio i propri compagni, non ha compreso l’essenza del percorso marziale. La vera abilità, secondo la visione del Moo Duk Kwan, non risiede nella capacità di infliggere danno, ma nella maestria del controllo (Him Cho Chung). La sicurezza, quindi, non è un’opzione, ma il prerequisito fondamentale che permette un apprendimento continuo, profondo e, soprattutto, sostenibile per tutta la vita. Un infortunio evitabile non è un segno di durezza, ma un fallimento nel processo di apprendimento.
Questo capitolo si propone di analizzare in modo sistematico e dettagliato le molteplici sfaccettature della sicurezza nella pratica del Soo Bahk Do. Non ci limiteremo a un elenco di avvertenze, ma esploreremo i pilastri su cui poggia un allenamento sicuro e proficuo. Partiremo dalle considerazioni preliminari, quelle che precedono persino il primo passo all’interno del Dojang, come la scelta della scuola e la valutazione medica. Analizzeremo poi la fondamentale responsabilità personale di ogni singolo studente nel conoscere e rispettare il proprio corpo. Infine, delineeremo i protocolli di sicurezza specifici che governano ogni fase dell’allenamento, dalla pratica delle tecniche di base fino al combattimento libero e all’uso delle armi, dimostrando come ogni aspetto della metodologia didattica tradizionale sia intrinsecamente progettato per massimizzare l’apprendimento e minimizzare i rischi.
Sezione 1: La Sicurezza Prima di Entrare nel Dojang – La Scelta Consapevole
La base per una pratica sicura viene gettata molto prima di indossare il Dobok per la prima volta. Le decisioni prese in questa fase preliminare sono probabilmente le più importanti per garantire un percorso marziale lungo e privo di infortuni gravi.
La Scelta della Scuola e dell’Istruttore (Sa Bom Nim / Kyo Sa Nim)
La singola decisione più critica per la propria sicurezza è la scelta di una scuola e di un istruttore qualificati. Un ambiente di allenamento non idoneo o un insegnante non preparato sono le cause principali di infortuni. Ecco alcuni criteri fondamentali per una scelta consapevole:
Qualifiche e Lignaggio: È essenziale verificare che l’istruttore sia certificato da un’organizzazione riconosciuta e rispettabile. Nel caso del Soo Bahk Do, ciò significa essere affiliati alla World Moo Duk Kwan Federation e, in Italia, all’A.S.D. Soo Bahk Do Moo Duk Kwan Italia. Questa affiliazione non è una mera formalità: garantisce che l’istruttore abbia seguito un lungo e rigoroso percorso di formazione, che abbia superato esami standardizzati e che insegni un curriculum collaudato, in cui i protocolli di sicurezza sono parte integrante del programma. Un istruttore certificato conosce la progressione didattica corretta e sa come insegnare tecniche complesse in modo sicuro.
L’Atmosfera del Dojang: Un buon indicatore di un ambiente sicuro è l’atmosfera che si respira durante una lezione di prova. Un Dojang sicuro promuove il rispetto reciproco, la disciplina e il supporto tra compagni. L’istruttore dovrebbe essere autorevole ma non autoritario, esigente ma anche attento alle esigenze individuali. Bisogna diffidare di ambienti in cui prevale un’atmosfera da “fight club”, dove gli studenti vengono spinti a superare i propri limiti in modo sconsiderato, dove c’è un’enfasi eccessiva sull’aggressività o dove i principianti vengono messi in situazioni di sparring intenso senza un’adeguata preparazione.
Focus sulla Tecnica Corretta: Un istruttore qualificato porrà sempre un’enfasi maniacale sulla corretta esecuzione biomeccanica delle tecniche. Un calcio eseguito mille volte con una postura sbagliata non solo è inefficace, ma è una ricetta sicura per un infortunio cronico al ginocchio o all’anca. La priorità data alla forma corretta rispetto alla sola potenza o velocità è un chiaro segno di un approccio all’insegnamento maturo e sicuro.
La Valutazione Medica Preliminare
Nessuno dovrebbe iniziare un’attività fisica intensa e complessa come un’arte marziale senza una preventiva valutazione del proprio stato di salute. È caldamente raccomandato, e in molti casi obbligatorio, consultare il proprio medico di base. Questo è particolarmente vero per gli individui che non praticano sport da molto tempo, per le persone di mezza età o più anziane, o per chiunque abbia condizioni mediche preesistenti (problemi cardiaci, articolari, ecc.). In Italia, per potersi iscrivere a un’Associazione Sportiva Dilettantistica (A.S.D.), come sono la maggior parte delle scuole di arti marziali, è richiesto per legge un certificato medico per attività sportiva non agonistica in corso di validità. Questo non è un mero adempimento burocratico, ma una fondamentale tutela per la salute del praticante.
Sezione 2: La Responsabilità Personale dello Studente – L’Autoconsapevolezza
Se la scuola e l’istruttore forniscono il contesto sicuro, una gran parte della responsabilità della sicurezza ricade sulle spalle del singolo studente. Un atteggiamento maturo e consapevole verso il proprio corpo e il proprio allenamento è essenziale.
Conoscere e Rispettare i Propri Limiti
Il viaggio nelle arti marziali è una maratona, non uno sprint. L’entusiasmo iniziale può portare a voler strafare, ma questo è spesso controproducente. È fondamentale imparare ad ascoltare il proprio corpo. Bisogna saper distinguere tra la normale fatica muscolare o il leggero disagio dovuto all’allungamento (“dolore buono”) e un dolore acuto, pungente o persistente (“dolore cattivo”), che è un chiaro segnale di allarme di un potenziale infortunio. Ignorare questi segnali per un malinteso senso di “durezza” è il modo più rapido per subire un infortunio che potrebbe tenere lontani dal Dojang per settimane o mesi. È responsabilità dello studente comunicare onestamente all’istruttore qualsiasi problema fisico, in modo che l’allenamento possa essere adattato di conseguenza.
L’Importanza della Preparazione e del Recupero
La sicurezza inizia con un’adeguata preparazione. Le fasi di riscaldamento (Joong Bi Woon Dong) e di defaticamento (Ma Moo Ri Woon Dong) non sono parti facoltative della lezione. Saltare il riscaldamento e iniziare a eseguire tecniche esplosive con i muscoli freddi è una delle cause più comuni di stiramenti e strappi muscolari. Allo stesso modo, un corretto defaticamento con stretching statico aiuta a ridurre la rigidità muscolare e a migliorare la flessibilità nel lungo periodo. Anche l’idratazione e un’alimentazione adeguata sono aspetti della responsabilità personale che contribuiscono a un allenamento sicuro ed efficace.
La Disciplina Mentale: La Concentrazione (Jip Joong)
Un aspetto della sicurezza spesso sottovalutato è quello mentale. Una mente distratta è la migliore amica degli incidenti. Se durante l’esecuzione di una forma la mente vaga su problemi di lavoro o personali, è facile perdere l’equilibrio, eseguire un movimento in modo scorretto o calcolare male uno spazio. Se durante un esercizio a coppie non si è pienamente concentrati sul proprio partner, il rischio di un contatto accidentale aumenta esponenzialmente. L’intera struttura rituale e disciplinata di una lezione di Soo Bahk Do è progettata per coltivare la Jip Joong (concentrazione), che non è solo una virtù filosofica, ma un requisito pratico e fondamentale per la sicurezza.
Sezione 3: Protocolli di Sicurezza Durante l’Allenamento
Ogni fase dell’allenamento ha i suoi specifici protocolli di sicurezza, che vengono applicati rigorosamente dall’istruttore.
Durante le Tecniche Fondamentali (Ki Cho) e le Forme (Hyung)
Anche durante la pratica individuale, esistono delle regole.
Controllo dello Spazio: Quando la classe si muove in formazione, è fondamentale mantenere una distanza di sicurezza adeguata dai compagni davanti, dietro e ai lati. Questo previene collisioni accidentali durante l’esecuzione di tecniche ampie.
Progressione Graduale: L’istruttore gestisce la progressione, assicurandosi che gli studenti non tentino tecniche troppo avanzate per il loro livello. Non si chiede a una cintura bianca di eseguire un calcio in volo con rotazione. La maestria delle basi è la base per l’esecuzione sicura delle tecniche complesse.
Attenzione alla Biomeccanica: L’istruttore corregge costantemente la forma per prevenire infortuni da stress ripetitivo. Ad esempio, insisterà sulla corretta rotazione del piede di supporto durante un calcio circolare per proteggere l’articolazione del ginocchio, o sul mantenimento della schiena dritta in una posizione per proteggere la zona lombare.
Durante gli Esercizi a Coppie (Il Soo Sik Deh Ryun e Ho Shin Sool)
Quando si inizia a lavorare con un partner, il livello di attenzione alla sicurezza aumenta.
Il Principio del Controllo (Him Cho Chung): Questo è il concetto di sicurezza più importante. Le tecniche vengono eseguite con realismo, velocità e intenzione, ma l’impatto finale viene controllato. I colpi vengono fermati a pochi centimetri dal bersaglio, o portati con un contatto leggerissimo. Questo permette di allenare il tempismo e la distanza in modo realistico senza il rischio costante di infortuni.
Cooperazione, non Competizione: Esercizi come l’Il Soo Sik Deh Ryun (combattimento a un passo) sono esercizi cooperativi. L’obiettivo è che entrambi i partner imparino. Non c’è un vincitore o un perdente. Ogni praticante è responsabile della sicurezza del proprio compagno.
Durante il Combattimento Libero (Ja Yu Deh Ryun)
Lo sparring è il momento di massima attenzione.
Equipaggiamento Protettivo Obbligatorio: Lo sparring controllato nel Soo Bahk Do deve avvenire solo con l’uso di protezioni adeguate (Bo Ho Dae – 보호대). Queste includono obbligatoriamente: caschetto, paradenti, guantini, conchiglia (per gli uomini), paratibie e parapiedi. L’uso delle protezioni non è un’opzione.
Regole Chiare e Rispettate: Lo sparring è governato da regole precise. Il livello di contatto è specificato (leggero o nullo alla testa, leggero/medio al corpo). Sono vietati tutti i bersagli pericolosi (gola, spina dorsale, inguine, articolazioni) e le tecniche intrinsecamente rischiose in un contesto di sparring (leve, proiezioni, colpi con il gomito o la testa).
Supervisione Costante: Lo sparring si svolge sempre e solo sotto la stretta supervisione di un istruttore qualificato, che ha l’autorità e il dovere di intervenire immediatamente se il combattimento diventa troppo duro, se uno dei praticanti perde il controllo o se si verifica una situazione di pericolo.
Durante l’Allenamento con le Armi (Moo Ki Sool)
L’introduzione delle armi porta la sicurezza a un livello ancora superiore.
Pratica per Praticanti Esperti: Come già menzionato, l’accesso a questo tipo di allenamento è riservato a chi ha già dimostrato anni di disciplina, controllo e maturità.
Distanza di Sicurezza Assoluta: La regola principale è mantenere una distanza molto ampia dagli altri. Ogni praticante deve avere a disposizione uno spazio libero pari almeno al raggio massimo della sua arma in ogni direzione.
Concentrazione Totale: Durante la pratica con le armi, le distrazioni non sono ammesse. Non si parla, e la concentrazione deve essere al 100%.
Conclusione: La Sicurezza come Manifestazione del Rispetto
In definitiva, le considerazioni per la sicurezza nel Soo Bahk Do non sono un insieme di noiose regole imposte per limitare la pratica, ma sono l’espressione più autentica dei valori fondamentali dell’arte. La sicurezza è una manifestazione tangibile del rispetto.
Scegliere una scuola qualificata è un atto di rispetto per sé stessi e per il proprio benessere. Ascoltare il proprio corpo e allenarsi entro i propri limiti è un atto di rispetto per il proprio percorso a lungo termine. Controllare le proprie tecniche quando si lavora con un partner è l’atto di rispetto più grande verso i propri compagni di allenamento, riconoscendo che la loro sicurezza è tanto importante quanto la propria. Seguire le direttive dell’istruttore è un atto di rispetto per la sua esperienza e conoscenza.
Un Dojang sicuro non è un luogo dove non ci si allena duramente. Al contrario, è un luogo dove ci si può allenare duramente e con la massima intensità, proprio perché esistono una struttura, una metodologia e una cultura che proteggono i praticanti, permettendo loro di esplorare i propri limiti fisici e mentali con fiducia. In questo senso, la sicurezza non è l’opposto del realismo o dell’efficacia, ma la sua indispensabile fondamenta. È il terreno fertile su cui può crescere un’arte marziale sana, una comunità forte e un praticante che potrà godere dei benefici della “Via” per tutta la vita.
CONTROINDICAZIONI
Introduzione: Praticare con Saggezza – Comprendere i Limiti e i Rischi
Il Soo Bahk Do, come la maggior parte delle arti marziali tradizionali, è una disciplina olistica che offre innumerevoli benefici per la salute fisica e mentale. Se praticata correttamente sotto la guida di un istruttore qualificato, può migliorare la forza, la flessibilità, la coordinazione, la capacità cardiovascolare, la concentrazione e la fiducia in sé stessi. Tuttavia, nessuna attività fisica è universalmente adatta a chiunque, in qualsiasi condizione e in qualsiasi momento. Esistono specifiche condizioni mediche e circostanze personali che possono rendere la pratica sconsigliata o che richiedono particolari precauzioni.
È di fondamentale importanza sottolineare che le informazioni contenute in questo capitolo hanno uno scopo puramente informativo e non devono in alcun modo sostituire il parere di un medico qualificato. L’istruttore di arti marziali è un esperto di tecnica e didattica, non un professionista sanitario. La regola aurea, immutabile e non negoziabile, è: in caso di qualsiasi dubbio sul proprio stato di salute o sulla propria idoneità alla pratica, è imperativo consultare il proprio medico curante o uno specialista.
Affrontare il tema delle controindicazioni non significa creare una lista di divieti per spaventare o escludere, ma promuovere un approccio maturo, saggio e responsabile all’allenamento. Comprendere e rispettare i propri limiti non è un segno di debolezza, ma un atto di intelligenza e di rispetto verso il proprio corpo. L’obiettivo ultimo della pratica del “Do” (la Via) è quello di arricchire e preservare la propria vita, non di metterla a repentaglio.
Questo approfondimento analizzerà le diverse tipologie di controindicazioni: quelle assolute, in cui la pratica è fortemente sconsigliata; quelle relative, che richiedono un’attenta valutazione medica e possibili adattamenti all’allenamento; e quelle temporanee, che impongono una saggia pausa dalla pratica.
Sezione 1: Controindicazioni Assolute – Quando la Pratica è Fortemente Sconsigliata
Esistono alcune gravi condizioni mediche per le quali i rischi associati a un’arte marziale che include movimenti esplosivi, torsioni e contatti fisici superano di gran lunga i potenziali benefici. In questi casi, la pratica del Soo Bahk Do è generalmente sconsigliata.
Patologie Cardiache Gravi e non Stabilizzate
Il sistema cardiovascolare è sottoposto a uno stress significativo durante un allenamento di Soo Bahk Do, che alterna fasi di lavoro aerobico a scatti di intensa attività anaerobica. Per questo motivo, la pratica è fortemente controindicata in presenza di:
Cardiopatie gravi e scompensate: Condizioni come l’insufficienza cardiaca congestizia grave.
Eventi cardiaci recenti: Un infarto miocardico o un ictus recenti richiedono un lungo periodo di convalescenza e un programma di riabilitazione specifico, stabilito da un cardiologo, prima di poter considerare qualsiasi attività intensa.
Ipertensione grave e non controllata farmacologicamente: L’alta pressione sanguigna, se non gestita, aumenta notevolmente il rischio di eventi cardiovascolari durante uno sforzo fisico.
Aritmie cardiache severe e non trattate: Alcune forme di battito cardiaco irregolare possono essere aggravate da un’attività fisica intensa.
Gravi Patologie Neurologiche o Degenerative
Le arti marziali richiedono un eccellente controllo motorio, equilibrio e coordinazione. Condizioni che compromettono gravemente queste facoltà possono rendere la pratica pericolosa.
Epilessia non controllata: Crisi epilettiche imprevedibili durante l’allenamento possono portare a cadute pericolose e infortuni, sia per sé stessi che per i compagni.
Malattie neurodegenerative in stadio avanzato: Condizioni come il morbo di Parkinson o la sclerosi multipla in fase avanzata, che compromettono in modo significativo l’equilibrio e la coordinazione, aumentano esponenzialmente il rischio di cadute e l’incapacità di eseguire le tecniche in sicurezza.
Patologie Scheletriche e Articolari di Elevata Gravità
La struttura scheletrica è sottoposta a impatti e torsioni.
Osteoporosi severa: In questa condizione, le ossa diventano estremamente fragili. Anche un impatto minore, un contatto accidentale o una caduta potrebbero causare fratture.
Artrite reumatoide in fase acuta o con gravi deformità: L’infiammazione acuta delle articolazioni rende doloroso e dannoso il movimento. Deformità articolari significative possono rendere impossibile l’esecuzione delle posizioni e delle tecniche di base in modo corretto e sicuro.
Condizioni instabili della colonna vertebrale: Patologie come la spondilolistesi di alto grado (scivolamento di una vertebra sull’altra) o gravi instabilità vertebrali possono essere gravemente aggravate dalle torsioni e dagli impatti previsti nella pratica.
Disturbi Gravi della Coagulazione
Per persone affette da condizioni come l’emofilia grave, il rischio è evidente. I normali urti, contatti e persino gli sforzi muscolari intensi che possono causare microlesioni, in questi casi potrebbero portare a emorragie interne o esterne difficili da controllare.
Sezione 2: Controindicazioni Relative – Praticare con Cautela, Adattamento e Supervisione Medica
Questa è la categoria più ampia e complessa, che include tutte quelle condizioni in cui la pratica potrebbe essere possibile, e talvolta anche benefica, ma solo ed esclusivamente con il via libera esplicito di un medico specialista e con l’adozione di specifiche precauzioni e modifiche all’allenamento.
Il Dialogo a Tre Vie: Studente, Medico e Istruttore
Per ogni condizione appartenente a questa categoria, la sicurezza si basa su un patto di comunicazione onesta e continua tra tre figure:
Il Medico: Deve effettuare una diagnosi precisa, dare l’autorizzazione alla pratica e, soprattutto, fornire indicazioni chiare sui movimenti da evitare e sui limiti da non superare.
Lo Studente: Ha il dovere di essere completamente trasparente riguardo alla propria condizione sia con il medico che con l’istruttore. Durante la pratica, deve essere il primo custode del proprio corpo, imparando ad ascoltare i segnali di allarme e a fermarsi quando necessario, senza vergogna o ego.
L’Istruttore: Deve essere informato dettagliatamente dallo studente e deve avere la competenza e la volontà di adattare il programma di allenamento per venire incontro alle esigenze specifiche, modificando o eliminando gli esercizi a rischio per quello studente.
Condizioni Ortopediche e Articolari Comuni
Problematiche della Colonna Vertebrale (Ernie, Protrusioni, Scoliosi): Molte persone con queste condizioni possono praticare con beneficio. Tuttavia, è necessario adottare importanti accorgimenti. Vanno evitati tutti i salti ad alto impatto che causano compressione sulla colonna. Le tecniche di caduta devono essere escluse o modificate. Particolare attenzione va posta nell’eseguire le torsioni del busto in modo controllato e nel mantenere una postura corretta durante le posizioni, per non sovraccaricare la zona lombare o cervicale.
Artrosi (Osteoartrite): Se non è in fase acuta, un movimento controllato e a basso impatto può aiutare a mantenere la mobilità articolare. La pratica deve però essere personalizzata: si eviteranno posizioni eccessivamente basse e profonde che caricano troppo le ginocchia o le anche, e si limiteranno i movimenti balistici o esplosivi.
Precedenti Infortuni Articolari (Ginocchia, Spalle, Caviglie): Chi ha subito infortuni seri deve assicurarsi di aver completato un adeguato percorso di riabilitazione e di aver rafforzato la muscolatura a supporto dell’articolazione lesa. Potrebbe essere necessario l’uso di tutori. Lo studente dovrà imparare a “conoscere” la propria articolazione, evitando quei movimenti specifici che sa essere a rischio (es. certi tipi di calcio per un ginocchio fragile).
Altre Condizioni Mediche
Diabete: L’attività fisica è fortemente raccomandata per la gestione del diabete. Tuttavia, il praticante deve prendere delle precauzioni: misurare la glicemia prima e dopo l’allenamento, informare l’istruttore sulla propria condizione e avere sempre a portata di mano una fonte di zuccheri rapidi (caramelle, succo di frutta) per gestire eventuali crisi ipoglicemiche.
Gravidanza: Per una donna che già pratica Soo Bahk Do e che ha una gravidanza senza complicazioni, è talvolta possibile continuare un allenamento molto leggero e modificato nei primi due trimestri, ma solo con il permesso esplicito del proprio ginecologo. Sono assolutamente vietati: qualsiasi forma di contatto fisico, lo sparring, i salti, le cadute e gli esercizi che mettono sotto sforzo i muscoli addominali. Per una donna che non ha mai praticato, iniziare un’arte marziale durante la gravidanza è generalmente sconsigliato.
Sezione 3: Controindicazioni Temporanee – Quando è Saggio Fare una Pausa
Esistono infine tutte quelle condizioni transitorie che non impediscono la pratica in assoluto, ma che richiedono un periodo di riposo per garantire una guarigione completa e prevenire complicazioni.
Infortuni Acuti: Distorsioni, stiramenti, contusioni, fratture o commozioni cerebrali. In questi casi, la regola è una sola: fermarsi. È fondamentale seguire il protocollo R.I.C.E. (Rest, Ice, Compression, Elevation – Riposo, Ghiaccio, Compressione, Elevazione) nelle prime fasi e intraprendere un percorso di riabilitazione. Tornare ad allenarsi prima di aver recuperato completamente la forza e la mobilità è un errore comune che trasforma un infortunio acuto in un problema cronico.
Stati Infiammatori e Febbrili: Allenarsi con la febbre, l’influenza o altre infezioni in corso è controproducente e pericoloso. Lo sforzo fisico mette sotto stress un organismo già debilitato, può peggiorare la malattia, ritardare la guarigione e, non da ultimo, comporta il rischio di contagiare i propri compagni di allenamento. Quando si è malati, il miglior allenamento è il riposo.
Stanchezza Eccessiva e Sovrallenamento (Overtraining): Anche in assenza di infortuni o malattie, ci possono essere periodi di forte stress fisico o psicologico. Se si avvertono sintomi come stanchezza persistente, calo delle prestazioni, irritabilità e disturbi del sonno, potrebbe trattarsi di sovrallenamento. In questi casi, una pausa di qualche giorno o una settimana di allenamento più leggero può essere molto più benefica di un ulteriore sforzo.
Sezione 4: Controindicazioni di Natura Psicologica e Comportamentale
Infine, esistono controindicazioni che non sono legate alla salute fisica, ma al temperamento e all’atteggiamento di un individuo.
Aggressività Incontrollata: Il Soo Bahk Do è un’arte che insegna a controllare la forza e a gestire i conflitti, non a sfogare la rabbia. Una persona con una manifesta incapacità di controllare la propria aggressività, che cerca nell’arte marziale un pretesto per la violenza, non solo non è adatta alla pratica, ma rappresenta un pericolo concreto per la sicurezza degli altri studenti. Un istruttore responsabile ha il dovere di non accettare o di allontanare tali individui.
Mancanza di Rispetto per le Regole: Uno studente che si rifiuta sistematicamente di seguire le indicazioni dell’istruttore, che non rispetta l’etichetta del Dojang e che ignora le regole di sicurezza durante il lavoro a coppie, manifesta un’attitudine che è una controindicazione alla pratica in un contesto di gruppo. Mette a rischio sé stesso e, cosa ancora più grave, i suoi compagni.
Conclusione: La Pratica Responsabile come Atto di Intelligenza Marziale
La discussione sulle controindicazioni non ha lo scopo di porre barriere, ma di costruire un ponte verso una pratica più sicura, consapevole e intelligente. La decisione finale sull’idoneità fisica spetta sempre e solo al medico. La responsabilità di comunicare e di ascoltare il proprio corpo spetta sempre e solo al praticante. Il dovere di creare e mantenere un ambiente di allenamento sicuro spetta sempre e solo all’istruttore.
Comprendere e accettare le proprie limitazioni, siano esse permanenti o temporanee, non è un’ammissione di fallimento. Al contrario, è una dimostrazione di saggezza, un’applicazione pratica del principio di umiltà che è al cuore della filosofia marziale. L’obiettivo ultimo del Soo Bahk Do è il miglioramento della qualità della vita attraverso il rafforzamento del corpo, della mente e del carattere. Un approccio responsabile alle controindicazioni è il primo e più importante passo per garantire che la “Via” intrapresa sia un percorso di benessere e di crescita, lungo, proficuo e gratificante.
CONCLUSIONI
Introduzione: Il Filo Rosso – Sintesi di un’Arte Marziale come Percorso Umano
Siamo giunti al termine di un lungo e dettagliato viaggio attraverso l’universo del Subak e della sua moderna, nobile espressione: il Soo Bahk Do Moo Duk Kwan. Abbiamo navigato le correnti della storia, dalle antiche corti reali della Corea fino ai moderni Dojang sparsi per il mondo. Abbiamo dissezionato la sua complessa anatomia, analizzando le fondamenta delle sue posizioni, la versatilità delle sue tecniche di mano, la potenza dei suoi calci e la sublime architettura delle sue forme. Ci siamo addentrati nella sua anima, esplorando la profonda filosofia che anima ogni singolo movimento e che eleva la pratica da semplice esercizio fisico a un percorso di vita. Abbiamo mappato la sua genealogia, tracciando la nascita delle sue scuole e la diffusione della sua influenza.
Ora, in questa fase conclusiva, il nostro compito non è quello di riassumere pedissequamente le informazioni presentate, ma di riunire i molteplici fili di questo discorso per rivelare il disegno complessivo. L’obiettivo è quello di re-assemblare le parti sezionate per contemplare l’organismo vivente nella sua interezza e coglierne l’essenza ultima.
Esiste un “filo rosso” che ha attraversato ogni capitolo di questa trattazione, un concetto unificante che lega la storia alla tecnica, la filosofia alla pratica quotidiana. Questo filo è il carattere “Do” (도/道), la “Via”. È questa idea, così centrale e pervasiva, che trasforma il Soo Bahk Do da un mero “sistema di combattimento” in un “sistema di sviluppo umano”. Questa conclusione non sarà dunque un riepilogo, ma una riflessione finale sull’identità profonda di quest’arte, sulla sua sorprendente rilevanza nel mondo contemporaneo e sulla natura duratura dell’eredità lasciata dal suo fondatore, il Grande Maestro Hwang Kee.
Sezione 1: Dal Campo di Battaglia al Dojang – La Trasmutazione dello Scopo
Una delle riflessioni più potenti che emergono da questo studio è l’incredibile viaggio di trasmutazione che l’arte ha compiuto nel corso dei secoli. Le sue radici, come abbiamo visto, affondano nel terreno pragmatico e spesso brutale della necessità. L’antico Subak nacque come un’arte di sopravvivenza, un insieme di tecniche letali forgiate sui campi di battaglia dei Tre Regni e perfezionate per l’addestramento militare durante la dinastia Goryeo. Il suo scopo era inequivocabile: la sopraffazione di un nemico, la difesa della propria vita e del proprio regno. Era un’arte marziale nel senso più letterale del termine.
La storia avrebbe potuto concludersi lì, con il declino del Subak durante la dinastia Joseon e la sua quasi estinzione sotto l’occupazione giapponese, relegandolo a una nota a piè di pagina nei manuali di storia militare. Ma è qui che si inserisce la figura alchemica del Grande Maestro Hwang Kee. Il suo genio non è consistito solo nel recuperare e riassemblare le tecniche perdute, ma nel compiere una vera e propria trasmutazione dello scopo dell’arte.
Hwang Kee ha agito come un alchimista che prende un metallo grezzo e funzionale – l’essenza combattiva del “Bahk” (搏), l’atto del colpire – e, attraverso il fuoco della sua visione e della sua profonda ricerca filosofica, lo trasmuta in un metallo nobile, infondendovi lo spirito del “Do” (道). Ha compreso che in un’era in cui il combattimento con le spade e le lance non era più una realtà quotidiana, la sopravvivenza di un’arte marziale non poteva più dipendere unicamente dalla sua efficacia bellica. Doveva offrire qualcosa di più.
Così, il campo di battaglia è stato sostituito dal Dojang. Il nemico esterno è stato sostituito dal nemico interno: l’ego, la paura, l’impazienza, la pigrizia. La vittoria non è più misurata dalla sconfitta di un avversario, ma dal superamento dei propri limiti. Questa trasmutazione dello scopo è forse la più grande forza del Soo Bahk Do. Ha permesso a un’antica arte di guerra di evolversi in un moderno percorso di pace interiore, garantendone non solo la sopravvivenza, ma anche una profonda e rinnovata rilevanza per l’uomo contemporaneo.
Sezione 2: L’Unità Indissolubile di Tecnica e Filosofia
Se c’è una lezione fondamentale che emerge dall’analisi dettagliata di questa disciplina, è che nel Soo Bahk Do la tecnica e la filosofia non sono materie separate, ma sono due facce della stessa medaglia, inseparabili e interdipendenti. Ogni movimento fisico è un’idea filosofica espressa attraverso il corpo, e ogni concetto filosofico è radicato e reso tangibile attraverso la pratica fisica.
Abbiamo visto come il mantenimento prolungato di una posizione bassa e stabile come la Kee Ma Jase (posizione del cavaliere) non sia un semplice esercizio di potenziamento delle gambe, ma una lezione pratica e viscerale sulla virtù della perseveranza e della pazienza (In Neh). Il corpo impara a sopportare il disagio, e la mente impara a rimanere calma e concentrata sotto sforzo.
Abbiamo analizzato come la pratica meticolosa e ripetitiva delle Hyung (forme) non sia una sterile memorizzazione di sequenze, ma una forma di meditazione in movimento che coltiva una concentrazione profonda (Jip Joong). L’esecuzione di una forma richiede una mente sgombra, totalmente focalizzata sul momento presente, diventando un potente esercizio di mindfulness.
Abbiamo compreso come il principio del controllo (Him Cho Chung), applicato rigorosamente durante gli esercizi a coppie e nel combattimento libero, non sia solo una regola di sicurezza, ma l’applicazione pratica del comandamento etico che impone il rispetto per l’integrità fisica e la dignità del proprio partner di allenamento.
Questa fusione totale è ciò che distingue un “Do” da uno sport o da un semplice sistema di autodifesa. Non si “studia” la filosofia del Soo Bahk Do la domenica mattina per poi “praticare” le tecniche il lunedì sera. Si vive la filosofia attraverso ogni singola tecnica eseguita in ogni singolo allenamento. Il Dojang diventa un laboratorio etico, dove i principi di umiltà, integrità, coraggio e rispetto non vengono predicati, ma vengono forgiati nel sudore e nella fatica. La tecnica diventa il linguaggio del corpo per comprendere la filosofia, e la filosofia diventa la grammatica che dà un senso e una direzione alla tecnica.
Sezione 3: Il Soo Bahk Do nel Mondo Moderno – Una Scelta Controcorrente
In un mondo moderno caratterizzato dalla ricerca della gratificazione istantanea, dalla spettacolarizzazione e dalla cultura dell’iper-competizione, la scelta di dedicarsi a un’arte marziale tradizionale come il Soo Bahk Do rappresenta un atto quasi sovversivo, una scelta deliberatamente controcorrente.
Viviamo in un’era dominata dal fascino mediatico degli sport da combattimento come le Mixed Martial Arts (MMA), dove il successo è misurato in vittorie per KO e cinture dorate. Siamo bombardati da corsi di autodifesa che promettono “risultati garantiti in dieci lezioni” e da programmi di fitness che offrono trasformazioni fisiche in poche settimane. In questo contesto, il Soo Bahk Do propone un paradigma radicalmente diverso.
Profondità contro Superficialità: Offre un percorso di apprendimento lento, metodico e profondo, che richiede anni di impegno solo per padroneggiare le basi. Rifiuta le scorciatoie.
Sviluppo a Lungo Termine contro Risultati Immediati: Non promette di trasformare nessuno in un combattente invincibile in pochi mesi. Promette invece un percorso di crescita graduale e sostenibile che può durare una vita intera.
Cooperazione contro Iper-competizione: Sebbene la sfida personale sia centrale, l’ambiente del Dojang è basato sulla cooperazione e sul supporto reciproco (Sun Bae/Hu Bae). L’obiettivo è crescere insieme, non primeggiare sugli altri.
Per queste ragioni, il Soo Bahk Do oggi offre un prezioso “antidoto” ad alcune delle tensioni più pressanti della vita contemporanea. In un mondo che ci spinge alla distrazione costante, la sua pratica richiede e coltiva una concentrazione profonda. In una cultura che esalta l’ego e l’autopromozione, la sua etichetta insegna l’umiltà e il rispetto. In una società che genera stress e ansia, il suo allenamento olistico, che unisce sforzo fisico e controllo del respiro, offre un potente strumento per ritrovare la calma e l’equilibrio interiore. Scegliere di praticare Soo Bahk Do oggi significa scegliere di investire su sé stessi in modo paziente e profondo, alla ricerca di una forma di forza che non si esibisce, ma che si vive.
Sezione 4: L’Eredità del Moo Duk Kwan – Un Lignaggio di Valori
Infine, una riflessione sull’eredità. Qual è, in ultima analisi, il lascito del Grande Maestro Hwang Kee e della scuola che ha fondato, la Moo Duk Kwan?
L’eredità tangibile è l’arte stessa del Soo Bahk Do, un sistema tecnico e un curriculum didattico di straordinaria coerenza e completezza. Ma l’eredità più profonda, quella che garantisce la sopravvivenza dell’arte al di là delle mode passeggere, è immateriale. È un insieme di valori, uno spirito marziale (Moo Do Jung Shin – 무도정신) e una cultura comunitaria.
La vera “Casa Madre” (Bon Kwan) del Soo Bahk Do non è un edificio in Corea o negli Stati Uniti. È questo lignaggio ininterrotto di valori, trasmesso fedelmente dal fondatore al suo successore, e da ogni maestro certificato (Sa Bom Nim) ai propri studenti in ogni angolo del mondo. Diventare un membro della comunità del Moo Duk Kwan significa molto più che iscriversi a un corso. Significa essere adottati in una famiglia marziale globale, accettando la responsabilità di onorare la sua storia, di incarnare i suoi principi e di contribuire a tramandare la sua eredità.
Riflessione Finale: La Via Interminabile
Questo lungo esame ci ha portato a una comprensione chiara: il Subak, attraverso la sua rinascita come Soo Bahk Do, si è evoluto in qualcosa di molto più grande di un efficace sistema di autodifesa. È diventato un sofisticato e completo sistema di educazione umana, un percorso strutturato per sviluppare individui forti nel corpo, chiari nella mente e integri nel carattere.
La sua bellezza e la sua forza risiedono nella sua onestà. Non offre soluzioni facili né trasformazioni miracolose. Offre una Via, un sentiero che richiede impegno, disciplina e una vita intera di pratica. La metafora più potente dell’arte è forse l’idea che il raggiungimento della cintura nera (o blu notte, nel nostro caso) non sia il traguardo. Non è il punto di arrivo dove si riceve il diploma finale. È, al contrario, il vero punto di partenza. È il momento in cui, dopo aver faticosamente imparato l’alfabeto, si possiedono finalmente gli strumenti per iniziare a leggere il libro e a comporre la propria poesia.
Il valore ultimo del Soo Bahk Do non si misura in base a ciò che permette di fare agli altri in una situazione di conflitto, ma in base a ciò che permette di diventare per sé stessi e per la propria comunità. È un viaggio di scoperta le cui lezioni più importanti si rivelano non nella perfezione di un calcio o di una forma, ma nei momenti di tranquilla fiducia, di calma resilienza e di umile saggezza che, lentamente, iniziano a permeare ogni aspetto della vita al di fuori del Dojang. È, in tutto e per tutto, una Via interminabile.
FONTI
Introduzione: La Costruzione della Conoscenza – Metodologia di Ricerca per un’Arte Complessa
Le informazioni contenute in questa vasta trattazione sull’arte del Subak e del Soo Bahk Do provengono da un processo di ricerca approfondito e multi-livello, progettato per navigare la complessità di una disciplina che affonda le sue radici in una storia millenaria e si esprime attraverso una filosofia profonda e una pratica tecnica meticolosa. Ricostruire un quadro completo ed esauriente di un’arte marziale tradizionale non è un compito semplice; richiede un approccio che vada oltre la semplice raccolta di dati e che sappia tessere insieme fili provenienti da contesti molto diversi.
La sfida principale nella ricerca sul Subak risiede nella natura stessa delle sue fonti. Le testimonianze dell’arte antica sono frammentarie: affreschi su tombe secolari, brevi menzioni in cronache reali, capitoli all’interno di manuali militari. Gran parte della sua trasmissione storica è avvenuta oralmente, da maestro a discepolo, lasciando poche tracce scritte. Per l’arte moderna del Soo Bahk Do, invece, ci troviamo di fronte a un corpus di conoscenze molto più strutturato, ma quasi interamente definito dalla visione del suo fondatore, il Grande Maestro Hwang Kee, e dall’organizzazione da lui creata.
Di fronte a questa realtà, la metodologia adottata per la stesura di questo documento si è basata su un approccio critico e sintetico, articolato su quattro pilastri fondamentali:
Analisi delle Fonti Primarie: Il nucleo della ricerca è costituito dallo studio diretto degli scritti e delle pubblicazioni del fondatore, Hwang Kee. Le sue opere non sono state trattate come semplici manuali tecnici, ma come i testi fondativi dell’arte, la fonte più autorevole per comprendere la sua intenzione originale, la sua filosofia e la sua interpretazione della storia.
Consultazione delle Fonti Secondarie Accademiche: Per contestualizzare la visione di Hwang Kee e per ricostruire la storia antica del Subak, è stato fatto ricorso a opere di storici e studiosi di arti marziali coreane. Questi testi forniscono una prospettiva esterna, basata su prove archeologiche e analisi filologiche dei documenti storici, offrendo un quadro più ampio e talvolta critico.
Esame delle Risorse Digitali Istituzionali: Nell’era digitale, i siti web ufficiali delle organizzazioni marziali non sono semplici vetrine, ma vere e proprie pubblicazioni istituzionali. I siti della World Moo Duk Kwan, delle sue federazioni continentali e nazionali, sono stati trattati come fonti primarie per quanto riguarda la storia ufficiale, la struttura organizzativa, il curriculum e la filosofia dell’arte così come vengono presentati oggi.
Analisi Comparativa: Per comprendere appieno l’identità del Soo Bahk Do, è stato indispensabile studiare le arti sorelle e cugine. La ricerca si è estesa alle principali organizzazioni di Tang Soo Do, per analizzarne le origini comuni e le divergenze, e al Taekwondo, per delineare un confronto chiaro tra il percorso di un’arte marziale tradizionale e quello di uno sport olimpico.
Questo capitolo non si limiterà a un arido elenco di queste fonti. Al contrario, si propone di guidare il lettore attraverso il panorama della conoscenza disponibile, analizzando e recensendo criticamente i testi e le risorse più importanti. L’obiettivo è quello di rendere trasparente il processo di ricerca e di fornire al lettore interessato gli strumenti per intraprendere il proprio, personale viaggio di approfondimento, dimostrando che le informazioni qui presentate sono il frutto di un lavoro meticoloso di studio, sintesi e interpretazione.
Capitolo 1: Le Fonti Primarie – La Voce del Fondatore (Kwan Jang Nim Hwang Kee)
Per comprendere il “perché” e il “come” del Soo Bahk Do Moo Duk Kwan, è indispensabile partire dalla fonte: la parola scritta e codificata del suo creatore. Le opere del Grande Maestro Hwang Kee non sono semplici libri; sono il DNA della sua arte.
L’Opera Monumentale: “Soo Bahk Do (Tang Soo Do)” – Edizione del 30° Anniversario (1978) e successive
Questo libro, originariamente pubblicato in volumi e poi consolidato in un’edizione completa per il 30° anniversario della fondazione del Moo Duk Kwan, è senza dubbio il testo più importante mai scritto sull’arte. Considerarlo un semplice manuale tecnico sarebbe un errore gravissimo. È un’opera omnia che funge da trattato storico, manifesto filosofico e guida tecnica.
Analisi del Contenuto Storico: La prima parte del libro è dedicata alla ricostruzione storica di Hwang Kee. In queste pagine, egli delinea la sua tesi fondamentale: il legame diretto tra l’arte da lui fondata e le antiche tradizioni marziali coreane del Subak e del Taekkyeon. Cita le pitture murali di Goguryeo, le cronache della dinastia Goryeo e, soprattutto, il Muye Dobo Tongji. L’analisi di questa sezione è cruciale perché rivela l’intenzione del fondatore: stabilire un’identità marziale puramente coreana per la sua arte, distinguendola nettamente dal Karate giapponese. Questa narrazione storica è diventata la storia ufficiale del Moo Duk Kwan e costituisce la base per la sua identità culturale.
Analisi del Contenuto Filosofico: Questa è forse la parte più densa e importante dell’opera. Qui, Hwang Kee espone in modo sistematico l’intero edificio filosofico del Moo Duk Kwan. Non si limita a frasi ispiratrici, ma fornisce definizioni dettagliate e spiegazioni approfondite dei concetti chiave. Analizza la triade dello sviluppo umano attraverso l’arte marziale: Weh Gong (Forza Esterna), Neh Gong (Forza Interna) e Shim Gong (Forza Spirituale). Dedica capitoli interi alla spiegazione degli Otto Concetti Chiave e dei Dieci Articoli di Fede sulla disciplina mentale. La lettura di queste sezioni è indispensabile per chiunque voglia capire che lo scopo ultimo dell’allenamento non è il combattimento, ma la realizzazione di un essere umano virtuoso e completo.
Analisi del Contenuto Tecnico: Il libro contiene una dettagliata descrizione fotografica e testuale delle tecniche di base, delle posizioni e, soprattutto, delle forme (Hyung) del curriculum, incluse le serie Kee Cho, Pyung Ahn e Bassai. Per ogni forma, non viene presentata solo la sequenza, ma anche l’intenzione e il ritmo. Questa sezione ha rappresentato per decenni lo standard tecnico ufficiale per tutti gli istruttori del mondo, un riferimento visivo per garantire l’uniformità della pratica.
Importanza come Fonte: L’importanza di quest’opera è assoluta. È la fonte primaria per eccellenza, la “pietra di Rosetta” per decifrare l’intento originale del fondatore. Ogni affermazione sulla filosofia o sulla storia del Moo Duk Kwan deve essere confrontata con quanto scritto in questo testo. È stato consultato approfonditamente per la stesura di questa trattazione per garantire che l’interpretazione presentata fosse il più fedele possibile alla visione del suo creatore.
Altre Pubblicazioni e Scritti
Oltre alla sua opera principale, la ricerca ha tenuto conto di altre pubblicazioni ufficiali della World Moo Duk Kwan, che includono manuali per studenti (Gup e Dan), articoli scritti dal fondatore per le riviste interne dell’organizzazione e le sue celebri calligrafie. Ogni calligrafia, spesso raffigurante un singolo carattere o un breve precetto, è considerata una fonte filosofica, una meditazione visiva su un concetto chiave dell’arte.
Capitolo 2: Le Fonti Secondarie – La Prospettiva Storica e Accademica
Per ottenere una visione equilibrata e contestualizzata, è stato essenziale affiancare alle fonti primarie interne all’organizzazione una serie di fonti secondarie prodotte da storici, accademici e giornalisti investigativi.
Il Testo di Riferimento Storico: “A History of Korean Martial Arts”
Autore: Dr. Kim, Sang H.
Anno di Pubblicazione: Varie edizioni.
Recensione e Analisi: Questo libro è un’opera accademica che si propone di tracciare la storia delle arti marziali coreane dalle origini tribali fino all’era moderna, basandosi su prove archeologiche e documentali. La sua importanza per la nostra ricerca è stata fondamentale per il capitolo sulla storia. A differenza della narrazione di Hwang Kee, che è quella di un praticante e di un fondatore, quella del Dr. Kim è la prospettiva dello storico. Fornisce un’analisi dettagliata delle pitture murali, traduce passaggi rilevanti da antiche cronache cinesi e coreane e discute le diverse teorie sull’evoluzione del Subak e del Taekkyeon. È stato utilizzato per verificare e contestualizzare la cronologia storica e per comprendere il panorama marziale in cui il Moo Duk Kwan è sorto.
Il Documento Storico Chiave: “Muye Dobo Tongji” (무예도보통지)
Autori: Yi Deokmu, Pak Jega, Baek Dongsu.
Anno di Pubblicazione: 1790.
Recensione e Analisi: Sebbene sia un testo antico, è stato trattato come una fonte primaria per la comprensione delle radici storiche. Per questa trattazione, sono state consultate le traduzioni e le analisi moderne di quest’opera. Il Muye Dobo Tongji è un’enciclopedia militare di valore inestimabile. La sua analisi, in particolare della sezione sul combattimento a mani nude (Kwonbup), è stata cruciale per comprendere la base storica su cui Hwang Kee ha costruito la sua argomentazione per la rinascita del Subak. Abbiamo analizzato la natura delle tecniche illustrate, le posture e le strategie, che rivelano un’arte marziale pragmatica e potente. Questo testo è il ponte tangibile tra il Subak antico e il Soo Bahk Do moderno, e la sua analisi è stata centrale per spiegare la scelta del nome e la filosofia del fondatore.
Il Contesto delle Kwan Moderne: “A Killing Art: The Untold History of Tae Kwon Do”
Autore: Alex Gillis.
Anno di Pubblicazione: 2008 (prima edizione).
Recensione e Analisi: Sebbene il titolo si concentri sul Taekwondo, questo libro è il risultato di un profondo lavoro di giornalismo investigativo sulla storia, spesso tumultuosa e politica, delle Kwan coreane nel dopoguerra. Per la nostra ricerca, è stata una fonte secondaria di immenso valore. Gillis, attraverso interviste e la consultazione di archivi, ricostruisce le dinamiche, le rivalità e le alleanze tra i fondatori delle varie scuole. Il libro offre un ritratto dettagliato di Hwang Kee e del Moo Duk Kwan visto dall’esterno, descrivendo la sua ferma opposizione all’unificazione nel Taekwondo e le ragioni politiche e filosofiche dietro questa scelta. È stato fondamentale per scrivere il capitolo sugli stili e le scuole e per comprendere il contesto in cui sono nate le scissioni che hanno dato origine al mondo del Tang Soo Do.
Capitolo 3: Le Risorse Digitali Istituzionali – Le Voci Ufficiali dell’Arte
Nell’era contemporanea, una parte significativa della ricerca deve necessariamente passare attraverso le fonti digitali, in particolare i siti web istituzionali che rappresentano la voce ufficiale delle organizzazioni.
Il Portale Mondiale: Il Sito della World Moo Duk Kwan Federation
Indirizzo: https://worldmoodukkwan.com/
Analisi della Fonte: Questo sito è stato trattato come la principale fonte primaria digitale. È stato consultato sistematicamente per ottenere la versione ufficiale della storia dell’arte, le biografie del fondatore e del suo successore, la struttura dell’organizzazione mondiale, il calendario degli eventi internazionali e gli articoli filosofici pubblicati dalla leadership. La sezione “History” e le biografie sono state analizzate come la narrazione ufficiale che l’organizzazione presenta di sé al mondo.
La Piattaforma Educativa: Il Soo Bahk Do Institute
Indirizzo: https://soobahkdoinstitute.com/
Analisi della Fonte: Questa piattaforma online, riservata ai membri, è stata analizzata come fonte per comprendere la metodologia didattica contemporanea. Offre l’accesso a un vasto archivio di video tecnici, lezioni filosofiche tenute dal Kwan Jang Nim H.C. Hwang e materiale di studio per gli esami. La sua esistenza e i suoi contenuti sono stati fondamentali per descrivere la pratica moderna dell’arte e gli sforzi dell’organizzazione per standardizzare e preservare l’insegnamento nell’era digitale.
I Siti Regionali e Nazionali (Europa e Italia)
European Soo Bahk Do Moo Duk Kwan Federation: https://soobahkdo.eu/
A.S.D. Soo Bahk Do Moo Duk Kwan Italia: http://www.soobahkdo.it/
Analisi delle Fonti: Questi siti sono stati la fonte primaria per la stesura del capitolo sulla situazione in Italia. Sono stati utilizzati per identificare la struttura organizzativa a livello europeo e nazionale, i nomi dei leader tecnici, l’elenco delle scuole ufficiali e le attività svolte sul territorio.
Capitolo 4: Le Fonti Comparative – Comprendere il Contesto attraverso le Arti Sorelle
Una ricerca completa non può esaminare il proprio oggetto di studio in un vuoto. È stato quindi essenziale consultare le fonti relative alle principali arti marziali che condividono un’origine con il Soo Bahk Do.
Le Federazioni di Tang Soo Do
La ricerca ha incluso un’analisi approfondita dei siti web delle principali federazioni di Tang Soo Do che discendono dal Moo Duk Kwan. L’obiettivo era comprendere la loro narrazione storica e le loro eventuali differenze stilistiche.
World Tang Soo Do Association: https://www.wtsda.com/
International Tang Soo Do Federation™: https://itftangsoodo.com/
Analisi Comparativa: La consultazione di queste fonti è stata cruciale per il capitolo sugli stili e le scuole. L’analisi delle loro sezioni storiche rivela come ogni organizzazione narri la propria genesi e la propria separazione dalla casa madre. Questo ha permesso di presentare un quadro neutrale e multi-prospettico della complessa “diaspora” del Moo Duk Kwan.
Le Organizzazioni di Taekwondo
Per contestualizzare la posizione unica del Soo Bahk Do, sono state consultate le fonti ufficiali del Taekwondo.
World Taekwondo: http://www.worldtaekwondo.org/
Federazione Italiana Taekwondo (FITA): https://www.taekwondoitalia.it/
Analisi Comparativa: Queste fonti sono state essenziali per delineare il percorso di un’arte marziale coreana che ha scelto la via dello sport olimpico. Hanno fornito i dati e il contesto per analizzare le profonde differenze filosofiche, tecniche e organizzative tra il Taekwondo e il Soo Bahk Do, evidenziando la natura controcorrente della scelta tradizionalista di Hwang Kee.
Capitolo 5: Elenco Ragionato delle Fonti e Bibliografia
Questa sezione finale riassume le principali fonti consultate in un formato bibliografico classico, come riferimento per il lettore.
Libri (Elenco Formale)
Titolo: Soo Bahk Do (Tang Soo Do) Volume 1
Autore: Hwang Kee
Anno di Pubblicazione: 1970 (prima edizione in volumi), 1978 (edizione consolidata)
Casa Editrice: Pubblicato dalla U.S. Soo Bahk Do Moo Duk Kwan Federation.
Titolo: The History of Moo Duk Kwan
Autore: Hwang Kee
Anno di Pubblicazione: 1995
Casa Editrice: Pubblicato dalla World Moo Duk Kwan.
Titolo: A History of Korean Martial Arts
Autore: Kim, Sang H.
Anno di Pubblicazione: 2001
Casa Editrice: Turtle Press
Titolo: Muye Dobo Tongji: The Comprehensive Illustrated Manual of Martial Arts of Ancient Korea
Autori Originali: Yi Deokmu, Pak Jega, Baek Dongsu (1790)
Traduzione e Analisi Inglese a cura di: Kim, Sang H.
Anno di Pubblicazione: 2000
Casa Editrice: Turtle Press
Titolo: A Killing Art: The Untold History of Tae Kwon Do
Autore: Alex Gillis
Anno di Pubblicazione: 2008
Casa Editrice: ECW Press
Siti Web Istituzionali (Elenco Formale)
Organizzazioni di Soo Bahk Do Moo Duk Kwan:
Mondiale: World Moo Duk Kwan Federation – https://worldmoodukkwan.com/
Piattaforma Educativa: Soo Bahk Do Institute – https://soobahkdoinstitute.com/
Europea: European Soo Bahk Do Moo Duk Kwan Federation – https://soobahkdo.eu/
Italiana: A.S.D. Soo Bahk Do Moo Duk Kwan Italia – http://www.soobahkdo.it/
Principali Organizzazioni di Tang Soo Do (Lignaggio Moo Duk Kwan):
Mondiale: World Tang Soo Do Association – https://www.wtsda.com/
Mondiale: International Tang Soo Do Federation™ – https://itftangsoodo.com/
Italiana (WTSDA): WTSDA Regione 13 (include l’Italia) – https://www.wtsdaregione13.com/
Organizzazioni di Riferimento per il Taekwondo:
Mondiale (Sport Olimpico): World Taekwondo – http://www.worldtaekwondo.org/
Italiana (Riconosciuta CONI): Federazione Italiana Taekwondo (FITA) – https://www.taekwondoitalia.it/
Conclusione della Sezione Bibliografica
La conoscenza presentata in questo documento è il risultato di un’attenta e laboriosa sintesi di tutte le fonti sopra menzionate. Si è cercato di bilanciare la prospettiva “interna” dell’organizzazione, basata sui testi sacri del suo fondatore, con la prospettiva “esterna” offerta da storici e ricercatori, e con l’analisi comparativa delle arti marziali sorelle. L’universo del Subak e del Soo Bahk Do è un campo di studio vivo e in continua evoluzione. Si incoraggia pertanto il lettore che desideri approfondire ulteriormente l’argomento a consultare direttamente queste fonti primarie e secondarie, per continuare in autonomia il proprio affascinante viaggio di scoperta.
DISCLAIMER - AVVERTENZE
Introduzione: Scopo e Limiti di Questa Trattazione
La presente trattazione è il risultato di un lungo e approfondito lavoro di ricerca, compilazione e sintesi, il cui scopo è offrire al lettore un panorama il più possibile completo, dettagliato e culturalmente sensibile dell’arte marziale del Subak e della sua moderna espressione, il Soo Bahk Do Moo Duk Kwan. L’intento che ha guidato la stesura di ogni capitolo è stato puramente informativo, culturale ed educativo. Si è cercato di fornire un quadro ricco e sfaccettato di una disciplina che non è solo un insieme di tecniche di combattimento, ma anche una profonda tradizione storica, un complesso sistema filosofico e un percorso di sviluppo umano.
È tuttavia di fondamentale e imperativa importanza che il lettore comprenda fin da subito la natura e i limiti di questo documento. Questa opera, per quanto dettagliata, deve essere considerata una risorsa teorica, una mappa e non il territorio stesso. In nessun caso e sotto nessuna circostanza le informazioni qui contenute possono o devono sostituire l’insegnamento diretto, personale e supervisionato da parte di un istruttore qualificato e certificato. Tentare di apprendere o praticare un’arte marziale basandosi unicamente su un testo scritto è un’impresa non solo inefficace, ma anche potenzialmente pericolosa.
Questo disclaimer, pertanto, non è una mera formalità legale, ma una parte integrante del messaggio educativo di questa trattazione. Il suo scopo è quello di delineare con chiarezza i confini di responsabilità e di guidare il lettore verso un utilizzo saggio, sicuro e consapevole delle informazioni presentate. Nelle sezioni che seguono, verranno esaminate in dettaglio le avvertenze specifiche relative alla pratica fisica e all’autodifesa, le necessarie precisazioni di natura medica, le considerazioni sull’accuratezza delle informazioni storiche e organizzative e, infine, le note legali sull’utilizzo del materiale.
Sezione 1: Avvertenza sulla Pratica Fisica e sull’Autodifesa
L’apprendimento di un’arte marziale è un processo eminentemente fisico e interattivo, che richiede un feedback costante e una correzione esperta che nessun testo scritto può fornire.
I Pericoli della Pratica Non Supervisionata
Si sconsiglia categoricamente di tentare di replicare le tecniche, le forme o gli esercizi descritti in questo documento senza la supervisione diretta di un istruttore qualificato di Soo Bahk Do. Le ragioni di questa avvertenza sono cruciali per la sicurezza del lettore.
Elevato Rischio di Infortunio: Le arti marziali si basano su movimenti complessi che richiedono una corretta biomeccanica per essere eseguiti in sicurezza. Una descrizione scritta o un’immagine possono illustrare la forma esterna di una tecnica, ma non possono trasmettere le sottili sensazioni interne relative all’allineamento delle articolazioni, alla distribuzione del peso o alla corretta contrazione muscolare. Eseguire ripetutamente una posizione o un calcio con una postura scorretta (ad esempio, senza la corretta rotazione del piede di supporto) può portare a infortuni acuti (distorsioni, stiramenti) o, peggio ancora, a danni cronici e a lungo termine alle articolazioni delle ginocchia, delle anche e della colonna vertebrale. Solo l’occhio esperto di un istruttore può cogliere questi errori e correggerli prima che causino danni.
Inefficacia Tecnica e Falso Senso di Sicurezza: Al di là del rischio di infortunio, l’auto-apprendimento da un testo è tecnicamente inefficace. Concetti fondamentali come la gestione della distanza (Kyo Ri), il tempismo (Shi Ki) e il flusso di energia sono impossibili da apprendere in isolamento. Tentare di applicare una tecnica imparata da un libro in una situazione reale di autodifesa sarebbe estremamente pericoloso, poiché l’assenza di un allenamento realistico e supervisionato si tradurrebbe in un’esecuzione inefficace e in un falso e pericoloso senso di sicurezza.
Limiti delle Informazioni sull’Autodifesa (Ho Shin Sool)
Le sezioni che descrivono le tecniche di autodifesa hanno lo scopo di illustrare una parte del curriculum del Soo Bahk Do, non di fornire un manuale pratico per la difesa personale. Una situazione di aggressione reale è un evento caotico, imprevedibile e carico di stress, che non può essere replicato da una descrizione testuale. L’efficacia in un contesto di autodifesa deriva da anni di allenamento costante, durante i quali le tecniche vengono praticate migliaia di volte con partner collaborativi e non, sotto la pressione dello stress e in scenari diversificati. Le informazioni qui presentate sono a scopo puramente didattico e non conferiscono alcuna abilità pratica di autodifesa.
Sezione 2: Esclusione di Responsabilità Medica
La salute e il benessere del praticante sono la priorità assoluta. È quindi essenziale chiarire la natura non medica di questo documento.
Natura non Medica del Contenuto
Si dichiara esplicitamente che gli autori di questa trattazione non sono medici né professionisti sanitari. Nessuna delle informazioni contenute nei capitoli precedenti, incluse quelle relative ai benefici della pratica, alle considerazioni per la sicurezza o alle controindicazioni, deve essere interpretata come un parere, una diagnosi o una prescrizione medica. Si tratta di informazioni di carattere generale basate sulla conoscenza della disciplina marziale e non su competenze mediche specifiche.
Responsabilità Individuale e Consulto Medico Obbligatorio
La decisione di intraprendere la pratica del Soo Bahk Do, o di qualsiasi altra attività sportiva, è una responsabilità interamente personale. È onere esclusivo del lettore valutare il proprio stato di forma fisica e la propria idoneità alla pratica. Questa valutazione deve essere fatta obbligatoriamente in consultazione con il proprio medico curante o con un medico specialista (ad esempio, un medico dello sport, un cardiologo o un ortopedico).
Si ribadisce con la massima fermezza che chiunque abbia, o sospetti di avere, una qualsiasi condizione medica preesistente – sia essa di natura cardiaca, respiratoria, ortopedica, neurologica o di altro tipo – non deve iniziare l’allenamento senza aver prima ottenuto un’autorizzazione medica esplicita e, preferibilmente, scritta. La mancata consultazione di un medico prima di iniziare un’attività fisica intensa può comportare gravi rischi per la salute. Gli autori e gli editori di questo documento declinano ogni e qualsiasi responsabilità per eventuali danni, infortuni o conseguenze negative per la salute che possano derivare dalla pratica dell’arte marziale descritta, specialmente in assenza di un’adeguata valutazione e autorizzazione medica.
Sezione 3: Considerazioni sull’Accuratezza Storica e Organizzativa
È stato compiuto ogni sforzo per garantire che le informazioni presentate in questo documento siano accurate e aggiornate. Tuttavia, il lettore deve essere consapevole della natura di tali informazioni.
Natura della Ricerca Storica
Le sezioni dedicate alla storia del Subak e del Soo Bahk Do sono basate sulle migliori e più autorevoli fonti accademiche e istituzionali disponibili, come dettagliato nel capitolo “Fonti e Bibliografia”. Ciononostante, la ricerca storica, specialmente quando si tratta di periodi antichi con fonti limitate, è un campo in continua evoluzione e soggetto a interpretazione. Le narrazioni presentate rappresentano una sintesi rigorosa dello stato attuale delle conoscenze, ma è possibile che futuri ritrovamenti archeologici o nuove analisi filologiche possano modificare o arricchire alcuni dettagli. Eventuali divergenze tra le narrazioni storiche presentate da diverse scuole o autori riflettono la complessità e le diverse prospettive all’interno della comunità marziale.
Fluidità delle Informazioni Organizzative
Le informazioni relative a federazioni, associazioni, scuole, indirizzi web e contatti, in particolare nel capitolo sulla situazione in Italia, sono state verificate e risultano accurate al meglio delle nostre conoscenze alla data di stesura di questo documento (Agosto 2025). Tuttavia, il mondo delle organizzazioni sportive è per sua natura estremamente dinamico. I siti web possono cambiare indirizzo o essere dismessi, le scuole possono trasferirsi o chiudere, i quadri dirigenziali possono variare. Si consiglia pertanto al lettore di considerare tali informazioni come un punto di partenza e di verificarle sempre direttamente attraverso i canali ufficiali delle organizzazioni menzionate. Non ci si assume alcuna responsabilità per informazioni che possano diventare obsolete con il passare del tempo.
Neutralità e Imparzialità
Nella discussione dei diversi stili e delle diverse scuole (ad esempio, Soo Bahk Do, Tang Soo Do, Taekwondo), è stato fatto ogni sforzo per mantenere un approccio neutrale, imparziale e fattuale, basandosi sulle storie e sulle filosofie dichiarate dalle organizzazioni stesse. Questa trattazione non ha lo scopo di promuovere o avallare una specifica organizzazione rispetto a un’altra, ma di fornire al lettore un quadro comparativo onesto e completo.
Sezione 4: Copyright e Utilizzo del Materiale
Il contenuto testuale di questo documento è il risultato di un lavoro originale di ricerca, sintesi, analisi e scrittura, ed è pertanto protetto dalle leggi vigenti sul diritto d’autore. È consentito l’utilizzo del materiale per scopi personali, di studio e di ricerca non commerciali, a condizione che venga citata la fonte. Qualsiasi forma di riproduzione, distribuzione o utilizzo a fini commerciali, totale o parziale, è severamente vietata senza una previa autorizzazione scritta. I nomi, i loghi e i marchi menzionati nel testo, come “Soo Bahk Do®”, “Moo Duk Kwan®” e il relativo simbolo del pugno, sono marchi registrati e di proprietà esclusiva delle rispettive organizzazioni e titolari dei diritti.
Conclusione del Disclaimer: Un Invito allo Studio Responsabile
In sintesi, questa trattazione va intesa per quello che è: una risorsa educativa, culturale e teorica di grande profondità, ma non un manuale di addestramento pratico, né una guida medica, né un decreto storico definitivo. La sua lettura è intesa per arricchire la conoscenza, non per sostituire l’esperienza.
Questo disclaimer non vuole essere una barriera legale, ma un invito finale a un approccio intelligente e maturo allo studio. La filosofia stessa del Soo Bahk Do è basata sulla saggezza, sul rispetto e sulla responsabilità. Un vero artista marziale (Moo In) è colui che affronta il proprio percorso di apprendimento con cautela, consapevolezza e un profondo rispetto per sé stesso, per gli altri e per la tradizione che studia.
Si invita pertanto il lettore a considerare questo documento come un punto di partenza. Usatelo per ispirarvi, per approfondire la vostra comprensione, per guidare la vostra ricerca. Ma quando arriverà il momento di passare dalla teoria alla pratica, cercate la guida di un maestro qualificato, ascoltate il parere del vostro medico e entrate nel Dojang con uno spirito umile e pronto ad apprendere. Solo così il vostro viaggio nella Via del Soo Bahk Do potrà essere un’esperienza sicura, arricchente e trasformativa.
a cura di F. Dore – 2025